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VIAGGIO DI STUDIO IN SIRIA

 

18-28 agosto 2008

 

(ESTENSIONE IN GIORDANIA, 28 AGO-1 SET)

 

Accompagnatori: don Rinaldo Fabris e prof. Gianluigi Prato.

 Oltre alle conferenze di approfondimento dei due accompagnatori,

sono previsti alcuni incontri con personalità del paese

 

 

NOTE PER UNA LETTURA ANALITICA

Per la descrizione dettagliata delle visite nei singoli giorni, premere il mouse sullo specifico giorno dei sottostanti paragrafi "Programma definitivo" ed "ESTENSIONE IN GIORDANIA" mentre, per il ricco corredo di notizie accessorie, utilizzare - sempre tramite mouse - il seguente elenco:

 

STORIA DELLA SIRIA

LETTERATURA

RELIGIONI

TESTI ANTICHI DELLA CHIESA SIRIANA

VARIE

BREVE STORIA DELLA GIORDANIA

APPROFONDIMENTI LETTERARI E BIBLICI

GLOSSARIO DI POPOLI, DINASTIE ED ETNIE

 

 

PROGRAMMA  DEFINITIVO

 

 

[1° giorno: ROMA/ALEPPO * 18 agosto lunedì

Partenza con volo di linea della Syrian Arab Airlines RB18 per Aleppo alle ore 14.30. Arrivo alle ore 18.50 e disbrigo delle formalità per l’ottenimento del visto d’ingresso e di frontiera. Incontro con le nostre guide e trasferimento in pullman privato all’hotel Sheraton (cat 5*). Sistemazione nelle camere riservate. Cena e conferenza introduttiva, pernottamento.]

 

2° giorno: ALEPPO * 19 agosto martedì

Al mattino partenza per la zona delle città morte e visita del famoso monastero di San Simeone Stilita (Qalah Siman), monumentale e isolato sulle colline. Proseguimento per la visita del sito di Ayn Darah. Rientro ad Aleppo per il pranzo in ristorante Armeno. Il pomeriggio partenza per Ebla, dove la missione archeologica italiana, guidata dal Prof. Paolo Matthiae, ha portato alla luce reperti archeologici di eccezionale valore come le 17.000 tavolette cuneiformi. Rientro ad Aleppo. Cena, conferenza e pernottamento.

 

3° giorno: ALEPPO * 20 agosto mercoledì

Intera giornata dedicata alla visita di questa antichissima città che ancor oggi svolge un’importante ruolo nella vita economica della Siria. Si visita il Museo Nazionale Archeologico dove sono conservati preziosi reperti delle varie civiltà mesopotamiche e la Grande Moschea degli Omayyadi risalente ai primi tempi  dell’Islam. Pranzo in ristorante nel quartiere armeno e visita ai quartieri cristiani e ai resti della cattedrale bizantina di Aleppo. Il pomeriggio visita della Cittadella da sempre fortezza e simbolo della città. Visita ai suk medievali con le sue chilometriche gallerie, uno dei più famosi mercati coperti del mondo arabo. Un po’ di tempo libero. Cena e pernottamento.

 

4° giorno: ALEPPO/LATAKIA * 21 agosto giovedì

Partenza in direzione della costa mediterranea per la visita al castello di Saladino (Qalat Salah ad-Din) abbarbicato su di un inaccessibile promontorio roccioso a 24 km da Latakia (l’antica Laodicea). Proseguimento per Latakia e sosta per il pranzo in ristorante. Il pomeriggio partenza per la vicina Ugarit e visita dell’antica città del XV sec. a.C. resa famosa dal ritrovamento delle tavolette che riportano il più antico alfabeto del mondo, base delle scritture occidentali. Sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel Meridien (cat 5*). Conferenza . Cena e pernottamento.

 

5° giorno: LATAKIA/HAMA * 22 agosto venerdì

Partenza lungo la costa per Tartus e visita dei resti della città crociata che ha conservato un centro storico medievale di stampo europeo con chiese e palazzi gotici. Visita del museo archeologico. Proseguimento per la visita di Amrit, con il suo tempio di grande fascino. Partenza per il Krak dei Cavalieri (Qalat al-Hosn), e sosta per il pranzo in ristorante. Il pomeriggio visita del famoso castello crociato in splendido stato di conservazione. Arrivo ad Hama e sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel Apamea Cham Palace (cat 5*) sul fiume Oronte. Cena in hotel. Per quelli che non sono troppo stanchi breve passeggiata serale nel centro delle città. Pernottamento.

 

6° giorno:HAMA/ALEPPO 23 agosto sabato

Al mattino visita della città di Hama, famosa per le antiche norie in legno, costruite dai romani per il sollevamento dell’acqua dal fiume Oronte. Partenza per Apamea, importante città ellenistica e romana dove recenti lavori di restauro hanno riportato all’antico splendore “il Cardo”. Proseguimento per il vicino caravanserraglio di Al Maidk dove sono conservati splendidi mosaici trovati nella città di Apamea. Pranzo in ristorante. Partenza per Maarrat an-Numan e proseguimento per la visita delle rovine di Serjilla. Arrivo ad Aleppo e sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel Sheraton. Cena e pernottamento.

 

7° giorno: ALEPPO/DAYR AS-ZAWR * 24 agosto domenica

Partenza al mattino sul presto per Ar-Raqqah, capitale estiva del Califfo Harun ar-Rashid. La città sorge sul lago Assad, nato dalla costruzione della grande diga sull’Eufrate. Proseguimento per la città morta di Rusafah-Sergiopolis, citata nella Bibbia e nei testi assiri con il nome Resef. La città fu distrutta nel 743 dagli Abbasidi: si possono ancora ammirare le imponenti mura di cinta, il battistero, le basiliche, le enormi cisterne e un palazzo omayyade. Pranzo al sacco. Partenza per Halabiyah e visita alla suggestiva fortezza sull’Eufrate costruita nel III secolo dalla regina Zenobia di Palmira a scopo difensivo. Arrivo a Dayr as-Zawr nel tardo pomeriggio. Sistemazione all’ hotel Furat Cham Palace (cat 5*). Cena, conferenza e pernottamento.

 

8° giorno: DAYR AS-ZAWR/PALMIRA * 25 Agosto lunedì

Al mattino presto partenza per Mari città degli Accadi risalente a più di 5000 anni fa e visita del Palazzo reale e della ziqqurat. Proseguimento per Dura Europos sull’Eufrate, interamente costruita in mattoni crudi nel IV secolo a.C. da Seleuco, luogotenente di Alessandro Magno. Dura Europos fu distrutta e abbandonata nel 256 d.C. in seguito all’attacco dei Persiani Sassanidi, e mai più ricostruita. Rientro a Dayr as-Zawr e pranzo. Breve visita del piccolo ma interessante museo archeologico. Partenza per Palmira attraversando il suggestivo deserto siriano. Arrivo e  salita sulla collina dove si erge un castello arabo e da dove si potrà ammirare il tramonto sulle rovine dell’antica città della regina Zenobia. Sistemazione all’ hotel Palmyra Cham Palace (cat 5*). Cena nel deserto sotto le tende beduine. Pernottamento.

 

9° giorno: PALMIRA/DAMASCO * 26 agosto martedì

Al mattino molto presto inizio della visita della vasta e monumentale area archeologica, dell’imponente Santuario di Baal, della necropoli e del piccolo Museo Archeologico dove sono conservati molti dei reperti trovati nel sito. Pranzo in ristorante. Il pomeriggio partenza per Maalula pittoresco villaggi arroccato sui monti dell’Antilibano, dove si parla ancora l’ aramaico. Arrivo a Damasco nel tardo pomeriggio. Sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel Cham Palace (cat 5*). Cena e pernottamento.

 

10° giorno: DAMASCO * 27 agosto mercoledì

Al mattino visita del Museo Archeologico Nazionale (eccezionale per i suoi reperti archeologici in esso conservati e in particolare la sinagoga di Dura Europos), proseguimento con la visita della città con il quartiere cristiano, la casa di Anania, amico di San Paolo e discepolo di Gesù Cristo, la chiesa di San Paolo che ha conservato l’aspetto antico. Pranzo in ristorante nel quartiere cristiano. Il pomeriggio visita della Grande Moschea o moschea degli Omayyadi ricoperta di mosaici di artisti bizantini, che in origine era la chiesa di Giovanni Battista, la tomba mausoleo di Saladino e alla Cittadella in corso di restauro. Conferenza finale dei tre relatori. Cena tipica di commiato con musica araba e danze dervisce al ristorante Umayyad Palace nella città vecchia. Pernottamento.

 

11° giorno: DAMASCO/BOSRA/DAMASCO * 28 agosto giovedì (per chi non prosegue in Giordania)

Al mattino partenza per la regione dell’ Hawran nota per le sue città nere costruite in basalto. Arrivo a Bosra, famosa per il suo teatro trasformato in fortezza dai musulmani. Visita della vasta città romana capitale della provincia di Arabia creata da Traiano. Rientro a Damasco. Pranzo in ristorante. Il pomeriggio termine delle visite (Palazzo Azem) e un po’ di tempo libero nel Suk. Cena e pernottamento.

 

[12° giorno: DAMASCO/ROMA venerdì

Trasferimento in aeroporto. Partenza da Damasco con volo di linea della Syrian Arab Airlines RB418 alle ore 10.35 per Roma Fiumicino. Arrivo alle ore 13.30]

 

 

 

ESTENSIONE IN GIORDANIA

 

11° giorno DAMASCO/BOSRA/JERASH/AMMAM 28 agosto giovedì

Al mattino partenza per la regione dell’ Hawran nota per le sue città nere costruite in basalto. Arrivo a Bosra, famosa per il suo teatro trasformato in fortezza dai musulmani. Visita della vasta città romana capitale della provincia di Arabia creata da Traiano. Pranzo nel ristorante dell’hotel Cham Palace. Partenza per il confine con la Giordania e disbrigo delle formalità di frontiera. Proseguimento per Jerash e visita della città romana costruita in prossimità del fiume omonimo. La ricchezza monumentale e il buono stato di conservazione di questo sito gli hanno fatto meritare l'appellativo di "Pompei dell'Oriente". Partenza per Ammam. Arrivo e sistemazione all’ hotel Radisson Sas (cat 5*). Cena e pernottamento.

 

12° giorno AMMAM/PETRA 29 Agosto venerdì

Al mattino presto partenza per Petra. Arrivo e visita della vasta aerea archeologica del sito di Petra che per la sua bellezza vale da sola l'intero viaggio. L’originaria capitale nabatea è quasi interamente scavata nella roccia rosa del Wadi Musa. Agli edomiti, presenti già nel 1200 a.C., seguono a partire dal VI secolo a.C. i nabatei, capaci di resistere a lungo ai romani, fino 106 d.C., anno della caduta di Petra. La città viene trasformata dai romani e poi dai bizantini. A parte un breve periodo di occupazione dei crociati, Petra viene abitata dalle tribù beduine fino alla sua scoperta nel XIX secolo. L’area archeologica, a cui si accede passando lungo una alta e stretta gola, l’As-Siq, è molto vasta, con una incredibile ricchezza di siti, monumenti ed edifici risalenti ai diversi periodi storici: gli obelischi e il Monastero dei nabatei; le Tombe Reali, nabatee ed ellenistico romane; i templi, l’anfiteatro, la Strada Colonnata romana; le chiese bizantine; il Tesoro, Al-Khazneh, ovvero il capolavoro architettonico della facciata della tomba del re nabateo Aretas III. Il fascino di Petra risiede nelle meravigliose vestigia delle antiche costruzioni, ma anche nei colori, dal rosa al rosso, all’ocra, all’oro, della roccia arenaria ferrosa che è insieme paesaggio ed architettura. Pranzo in ristorante all’interno del sito. Sistemazione all’ hotel Nabatean (cat 5*). Cena e pernottamento.

 

13° giorno PETRA/BEIDA /MADABA/MONTE NEBO/AMMAN 30 agosto sabato

Partenza per Beida e visita del sito conosciuto come la piccola Petra. Proseguimento verso nord per Amman e sosta per la visita delle chiese ricche di mosaici di Madaba. Proseguimento per il Monte Nebo, su cui morì Mosè dopo che il Signore gli ebbe mostrato la Terra Promessa. Infatti, se la giornata è limpida dalla cima del Monte sarà possibile godere della suggestiva vista della Valle del Giordano e di Gerusalemme. Arrivo ad Amman e giro panoramico della città con la visita del Teatro Romano risalente al II secolo d.C. Sistemazione in hotel Radisson sas (cat 5*). Cena e pernottamento.

 

14° giorno AMMAM/DAMASCO 31 agosto domenica

Partenza per la visita del sito di Rihab dove è stata recentemente scoperta, da un team di studiosi internazionali guidati da Abdel-Qader Hussein, direttore del Centro di studi archeologici di Rihab, la più antica chiesa cristiana della storia che sarebbe stata edificata tra il 33 e il 70 d.C. dai primi fedeli all'indomani della morte di Gesù Cristo. Proseguimento per la visita del sito di Um Qais, l’antica Gadara citata nel Vangelo, che si affaccia scenograficamente su lago di Tiberiade. Visita della città e poi partenza per la frontiera con la Siria e disbrigo delle formalità d’ingresso. Sosta a Bosra per il pranzo e partenza per Damasco. Arrivo e sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel Cham Palace (cat 5*). Pomeriggio un po’ di tempo libero nel Suk. Cena e pernottamento.

 

[15° giorno DAMASCO/ROMA 1 settembre lunedì

Trasferimento in aeroporto. Partenza da Damasco con volo di linea della Syrian Arab Airlines RB418 alle ore 10.35 per Roma Fiumicino. Arrivo alle ore 13.30.]

 

 

 

LUOGHI CHE VISITEREMO IN SIRIA

 

 

 

 

 

          

                Flaconcini porta essenze in terracotta (circa 2700-2650 a.C.

 

 

Le immagini nei frontespizi delle pagine sulla Siria provengono dagli scavi effettuati da Paolo Emilio Pecorella (detto “Pami”) sul sito di Tell Barri, nella Siria nord-orientale, dal 1980 al giorno della sua morte, avvenuta mentre stava dirigendo i lavori di scavo, il 29 agosto 2005. Era un carissimo amico fiorentino e un grande archeologo che avrebbe dovuto accompagnarci in questo nostro viaggio, mentre la generosa messe di notizie che seguono è dovuta alla cura di:

 

Agnese Cini Tassinario e di Chiara Tassinario Di Tondo, con interventi di Alessandro Di Lorenzo

 

2° giorno      

 

Città morte

Nell’area situata a est dell’Oronte si trovano numerosi villaggi e imponenti costruzioni religiose di epoca romana e bizantina  nominate “città morte” , talvolta immerse nel verde degli ulivi, talaltra isolate su brulli altipiani ormai inospitali

 Nel VII e VIII secolo a causa di terremoti e tornadi che si abbatterono sulla zona e alla conquista mussulmana furono abbandonati.

San Simeone Stilita (Qalah Siman)

 La costruzione è formata da quattro basiliche disposte a forma di croce che davano su un cortile ottagonale centrale coperto da una cupola. Fu terminata circa nel 490 per ordine dell’imperatore Zenone ed è dedicato a san Simeone una delle figure più originali tra i primi cristiani della Siria che, durante il IV secolo d.C., trascorse in penitenza moltissimi anni in cima ad una colonna intorno alla quale fu poi costruita la chiesa.

 

Simeone Stilita il Vecchio nacque ad Antiochia attorno al 521 e, come suggerisce il suo stesso nome, visse sopra una colonna per ben quarantacinque anni. Pare comunque attendibile che Simeone possa aver scelto all’età di circa venti anni questa straordinaria condizione di vita eremitica. A trentatrè anni ricevette l’ordinazione presbiterale e, per imporgli le mani, il vescovo dovette munirsi di una scala per raggiungere la sommità della colonna. Le folle accorrevano dal santo stilita per ottenere da lui consigli o per implorare guarigioni miracolose. Occasionalmente pare possedesse inoltre il dono della conoscenza dei segreti del cuore, nonché della profezia. Numerosi erano dunque i discepoli che si raccoglievano intorno a lui. Tra gli scritti che gli sono attribuiti, se ne segnalano uno in cui sollecitò l’imperatore a punire i samaritani, rei di aver attaccato i cristiani, e un altro, citato da San Giovanni Damasceno, in cui condannò esplicitamente l’iconoclastia. Il santo stilita era vegetariano. Similmente ad altri seguaci di questo particolare stile di vita, si trasferì più volte su nuove colonne, in diverse città, con l’approvazione dei vescovi locali. I contemporanei, pur contestando il  modo di vita degli stiliti, non potevano non riconoscerne il potere di operare il bene, la loro umiltà, la loro carità, la capacità di convertire gli uomini e i periodici interventi in favore del bene comune. Simeone morì in Siria nel 592 ed è commemorato in data odierna, il 24 maggio, tanto dal Martyrologium Romanum, quanto dai calendari delle varie Chiese orientali. Il suddetto martirologio cattolico asserisce che il santo, vivendo sulla colonna, abbia conversato con Cristo e con gli angeli, nonché sia stato dotato di poteri straordinari sui demoni e sulle forze della natura. L’iconografia cristiana, in particolar modo orientale, è solita raffigurare questa categoria di santi, come è facile immaginare, sopra alle colonne ove risedettero per buona parte della loro vita. Queste icone sono ancora talvolta riscontrabili in alcune case, ove sono state collocate al fine di garantire ai visitatori la potente protezione di un qualche santo dell’antichità. Per quanto il loro modo di vivere potesse sovente dare l’impressione di rasentare la pazzia, gli stiliti costituirono una testimonianza concreta della necessità di preghiera e penitenza nella loro epoca, contraddistinta da dissolutezza e lussuria. Molte persone si interrogarono sulla singolarità della loro scelta di vita e ciò le aiutò perlomeno a correggere taluni aspetti del loro vivere quotidiano.

 

 

 

Ayn Darah

Il sito risale circa alla seconda metà  del II millennio a.C., vi si trova un tempio in basalto di epoca arcaica eretto tra il 950 e 800 a.C.. Tutte le pareti esterne hanno sculture in basalto che raffigurano leoni e sfingi. I leoni erano dedicati alla dea Ishtar e le sfingi alla dea Astarte.

 

 

 

 

 

Nel 1954 un cacciatore scoprì per caso nella tana di una volpe un blocco di basalto, che si rivelò poi parte di una grande statua raffigurante un leone; da quel momento gli studiosi hanno portato alla luce straordinarie statue in basalto e diversi rilievi.

                                     

 

Ebla

È l'antico nome dell’odierna Tell Mardikh, a circa 60 km a sud di Aleppo, città della Siria settentrionale, scoperta nel 1964 da una missione archeologica italiana diretta da Paolo Matthiae dell’Università  La Sapienza di Roma. Era situata in posizione intermedia tra la Mesopotamia, l’Anatolia e la Palestina; godeva dei vantaggi del commercio tra queste zone, da là passavano materie prime quali rame, legname, ecc... Al 1975 la scoperta degli archivi reali di Ebla, contenenti oltre 17.000 tavolette d'argilla con iscrizioni cuneiformi in eblaita risalenti al periodo tra il 2500 e il 2200 a.C. Gli scavi della missione archeologica italiana hanno fatto emergere la struttura urbana della città: un'ampia cinta muraria a cerchio, fortificata con possenti bastioni grandangolari, dove si aprono 4 porte disposte a croce, con al centro l'acropoli. La struttura radiale potrebbe rimandare alla concezione di un universo circolare. Rimangono anche i resti del Palazzo reale con tutti i suoi settori, dove sono stati rinvenuti gli archivi di stato, oltre a migliaia di tavolette ed oggetti d'uso comune.

 

Il Palazzo Reale: gli scavi sul lato ovest dell'Acropoli hanno messo in luce un grande palazzo reale, chiamato dagli archeologi Palazzo G, che risale alla prima epoca d'oro di Ebla: 2400-2250 a.C. Questa enorme costruzione occupa la facciata ovest del pendio dell'Acropoli; l'esplorazione archeologica ha dimostrato che fu costruita sulle rovine di un edificio, del Bronzo Antico (2700-2500 a.C.). È stata scoperta una parte del Palazzo G, che doveva estendersi verso est: la corte principale, lo scalone d'ingresso, la stanza degli archivi e una parte dei quartieri di abitazione. Il palazzo G è diviso in varie ali, che sono:

A- L'ala cerimoniale, consacrata ai ricevimenti del re, formata da una corte principale con un corridoio coperto.

B- L'ala amministrativa: si estendeva a sud della grande scalinata che portava ai quartieri d'abitazione. Era il centro del governo e della monarchia.

C- L'ala di abitazione: vi si giunge salendo la grande scalinata di pietra; comprende diverse stanze destinate alla preparazione del cibo, alla macinazione dei cereali, alla spremitura delle olive e alla cottura degli alimenti.

D- Gli Archivi Reali: nel 1975 fu scoperta la biblioteca reale, o Archivio.

Il palazzo del principe ereditario (Palazzo Q o Palazzo Occidentale) si trova nella città bassa, a ovest dell'Acropoli, e si estende da nord a sud, per una lunghezza di m 1×15; la parte sud è crollata per cause naturali. È composto dall'unione di diverse unità d'abitazione attorno a una sala principale, ed è costruito in mattoni crudi su una base di grandi pietre squadrate. Esso ricopre le caverne che ospitano la necropoli reale, dove sono stati rinvenuti molti oggetti assai importanti dal punto di vista storico e artistico. Nel palazzo Occidentale si trova un interessante vano, molto ben conservato, riservato alla macinazione del grano per la preparazione dei pani, che dovevano servire a sfamare centinaia di persone.

Il palazzo E, sulla parte nord dell'Acropoli, è stato scoperto nei primi anni d'attività della missione, ma solo in parte. L'altra parte è sepolta sotto i resti dell'insediamento del Ferro (secc.IX-III a.C.) e dell'insediamento persiano. Il settore portato in luce consiste in una grande corte e in vani più piccoli.

Il palazzo P (o palazzo Settentrionale) è situato nella città bassa a nord dell'Acropoli. È stato scoperto abbastanza recentemente e ha una superficie assai vasta. È databile al 1800-1600 a.C.; presenta due ingressi sul lato ovest ed è diviso in varie ali: l'ala nord, destinata alla conservazione delle vivande, e l'ala sud, destinata ad abitazione, mentre l'ala mediana consiste in un'ampia sala, probabilmente destinata ad alloggiare il trono del re.

 

  

TEMPLI

Il tempio di Ishtar, chiamato Tempio D, è costruito sul lato ovest dell'Acropoli, è formato da un ingresso, un vestibolo e un grande vano rettangolare, i suoi muri sono spessi quattro metri; nel secondo anno di scavi (1965) vi è stato rinvenuto il celebre bacino calcareo scolpito su tre facce, che è l'unico bacino intero proveniente da Ebla. Esso è datato al 1900-1800 a.C. Il tempio B1, o tempio di Reshef, e il Tempio B2 sono templi contigui, situati nella città bassa a sud del palazzo Occidentale, o Palazzo del principe ereditario, il Tempio B1, dedicato all'adorazione di Reshef, dio del mondo inferiore, è composto di un solo vano, mentre il Tempio B2 ha diverse stanze, raggruppate intorno a una vasta sala centrale. Nel Tempio B2 sono state trovate due grandi tavole offertorie in pietra, assai ben conservate. La vicinanza del Tempio B2 al cimitero regale e la sua pianta, differente da quella degli altri templi di Ebla, inducono a ritenere che esso fosse consacrato al culto dei re morti, ossia degli antenati regali.

Il secondo tempio di Ishtar, o Tempio P2, è costruito nella città bassa, a nord-ovest dell'Acropoli. È composto da un ingresso, forse un tempo affiancato da due torri, e da una grande sala rettangolare. È datato tra il 1900 e il 1600 a.C., e ha subito una grande distruzione. Presenta dimensioni veramente imponenti: misura, infatti, m. 20,5×12,5. Questo tempio è considerato il più grande tra quelli scoperti nel paese di Sham (Bilad esh-Sham) risalenti al II millennio a.C.

Il Tempio N, o Tempio del Sole, dedicato all'adorazione del dio Sole, il cui nome antico era Shamash. È un edificio rettangolare, formato da un solo vano. Si trova nella città bassa, a est dell'Acropoli; vi sono stati rinvenuti una tavola offertoria e metà di un bacino in calcare scolpito; l'ingresso al tempio è completamente distrutto.

Negli anni più recenti, è stato scavato un grande edificio in pietra calcarea, situato nella città bassa a nord del palazzo Occidentale e a ovest dell'Acropoli. È stato chiamato Edificio P3; ha la forma di un grande rettangolo di m. 52×42, dai muri estremamente spessi (oltre 20 metri), con al centro uno spazio libero, privo di ingresso. Si ignora a quale divinità fosse dedicato, ma si può ragionevolmente supporre che fosse legato al culto della dea Ishtar e che lo spazio libero al centro potesse ospitare i leoni sacri dalla dea.

 

 

LE FORTIFICAZIONI DEL II MILLENNIO A EBLA.

Come le altre città amorree, durante il Bronzo Medio II Ebla era circondata da grandi mura difensive. Le mura, che inglobavano tutta la città, erano costruite su una fortificazione più antica. Sono composte da un grande accumulo di terra, largo alla base circa m 40, che si va restringendo verso la sommità. L'altezza verso est doveva, forse, superare i 20 metri. Sulle mura erano costruite fortezze molto importanti, che sorvegliavano il territorio intorno alla città; quattro grandi porte principali interrompono le mura; la porta sud-ovest, o Porta A, è quella in miglior stato di conservazione; è costruita secondo la pianta detta “a tenaglia”, con una serie di piccoli vani per il corpo di guardia; è lunga circa m 48. Ciascuna porta era diretta verso una città importante; la porta di sud-ovest verso Damasco, quella di nord-est verso Aleppo, quella di nord-ovest verso Ugarit. Ebla possedeva anche una massiccia fortificazione a difesa dell'Acropoli, costruita in mattoni crudi su base in pietra; alcuni resti di essa sono stati scoperti sul lato sud-est dell'Acropoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tavoletta cuneiforme dallo scavo  di Ebla

 

 

CIMITERI REGALI

I cimiteri regali sono situati entro caverne naturali sotto il Palazzo Q, o Palazzo Occidentale, che era posto sotto l'autorità del principe ereditario.
Molte tombe sono state saccheggiate nell'antichità, ma tre hanno fornito importanti risultati. La sola sepoltura inviolata, quella chiamata "della Principessa", datata tra il 1825 e il
1775 a.C., conservava ancora il corredo di gioielli in oro della fanciulla che vi era sepolta: sei bracciali, una collana, un anello nasale e uno spillone per capelli. La seconda tomba, parzialmente violata, è detta "Tomba del Signore dei Capridi" e risale a circa il 1750 a.C.; la terza, anch'essa in parte violata, è detta "Tomba delle Cisterne": è la più recente e risale al 1650 a
.C. circa. Nonostante i saccheggi, le due tombe contenevano ancora tesori d'oro e d'argento: gioielli con pietre preziose, coppe, ornamenti; vi erano anche alcune splendide giare dipinte. La Tomba del Signore dei Capridi conteneva diversi vasi in pietra, soprattutto in alabastro, di origine egiziana; conteneva anche un oggetto molto importante per la datazione del complesso funerario. Si tratta di un frammento di impugnatura di mazza in argento e oro con il nome, scritto in eleganti geroglifici egiziani, di un faraone della XIII dinastia, Hotepibra, che regnò dal 1775 al 1765 ca. a.C. Questo ritrovamento indica l'esistenza di rapporti tra Ebla e i faraoni egiziani, forse mediati dal porto di Biblo (moderna Giubàil, Libano).

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

gioielli rinvenuti nel cimitero reale

  

 

 

 

 

 

 

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3°giorno

 

Aleppo

 

Seconda città della Siria e una delle più antiche città del mondo. Si trova a nord-ovest del Paese sull'altopiano siriano settentrionale. Aleppo è anche detta la "città grigia" (esh-Sheba) a causa del caratteristico colore delle case costruite con roccia calcarea. Questo soprannome è invece completamente inadatto a descrivere il "carattere" di questa città, che grazie alla sua posizione, era il crocevia delle strade carovaniere tra la Mesopotomia, la Turchia, l’ Arabia e il mar Mediterraneo, e quindi punto di incontro tra varie culture. Infatti Aleppo è abitata da varie etnie: arabi, turchi, armeni e, inoltre, vi si mescolano tante religioni che la rendono molto "colorata" per la diversità di usi e costumi che si trovano in questa grande città. Si può ammirarla dalla cittadella, da dove lo sguardo spazia sui tetti dai quali sbucano i minareti delle moschee.

 

IL MUSEO NAZIONALE ARCHEOLOGICO

Il museo di Aleppo insieme a quello di Damasco, è il più vecchio e ricco di reperti sull'antichità siriana in particolare nella regione Eufrate-Khabur. La monumentale facciata dell'ingresso è la ricostruzione del tempio/palazzo della dinastia Kapara originaria di Guzana/Tell Halaf risalente alla seconda metà del IX secolo a.C. Tre personaggi di questa dinastia sono rappresentati nelle tre grandi statue poste sopra altrettante statue di leoni tutte in basalto nero. Vi si possono ammirare avori, sculture neo-ittite, splendidi cicli pittorici neo-assiri, vetri romani e bizantini, ceramiche islamiche e mirabili opere di scultura.

 

LA GRANDE  MOSCHEA 

 Fondata sul sagrato dell’antica cattedrale bizantina, sotto gli omayyadi all’inizio del sec. VIII e completamente ricostruita da Norandino (Nur ad-Din).  Il minareto a pianta quadrata è di epoca selgiuchide (1090). Di particolare pregio è il mìnbàr (pulpito) in legno finemente intagliato.

 

LA CITTADELLA

La Cittadella è una collinetta al centro della città, alta 55 metri, di forma ellittica ha un diametro di 270-370 metri alla sommità e 350-550 metri alla base, circondata da un fossato artificiale. I ritrovamenti più antichi della Cittadella risalgono a insediamento del III millennio a.C. In epoca seleucide (dopo il 330 a.C. fino al 69 a.C.) fu costruita l'acropoli con templi e con la residenza del governatore. Dal 945 d.C. la dinastia sciita degli hamdanidi la trasformarono in un magnifico palazzo che fu gravemente danneggiato da un terremoto nel 1157 d.C.
Il figlio di Saladino, az-Zahir Ghazi, la trasformò in baluardo difensivo contro le invasioni crociate ma fu nuovamente distrutta da Tamerlano durante l'invasione mongola. Gli ultimi grandi lavori furono eseguiti dai mamelucchi. Alla Cittadella si accede dal lato ovest tramite un monumentale ponte ad archi che attraversa il fossato fatto scavare da az-Zahir Ghazi. Questo ponte inizia dalla torre ottomana del cinquecento per arrivare alla grande porta monumentale del 1211 modificata successivamente dai mamelucchi. Attraversata la porta si passa attraverso altri tre portali e cinque corridoi a gomito con aperture nell'alto soffitto, per poter far cadere olio bollente, e feritoie sulla parte alta delle pareti per poter colpire, da postazioni riparate, eventuali invasori.

L'interno della Cittadella è in gran parte distrutto a causa dell'ultimo bombardamento mediante obici con polvere da sparo, già in epoca moderna, da parte dei Turchi, comunque si possono ancora ammirare il bellissimo portale del palazzo del sultano al-Aziz Mohammad costruito con arenaria chiara e basalto di colore scuro e incastrati tra loro con grande precisione. La sommità del portale è scolpita a forma di conchiglia. Attraverso questo portale si accede a un cortile con mosaici. Dietro il palazzo si possono visitare i bagni con le solite tre sale, fredda, tiepida e calda (frigidarium, tepidarium e calidarium nelle terme romane). Vicino al portale si può vedere la Moschea di Abramo fatta costruire nel 1167 da Nureddin sopra una precedente chiesa bizantina. La costruzione di questa moschea è dovuta al fatto che Abramo, venerato anche dai mussulmani, si sarebbe qui fermato con le sue greggi. In un locale è conservato il masso dove, secondo la tradizione, si sarebbe seduto Abramo.

Esiste anche una Grande Moschea fatta costruire, anche questa su di una precedente chiesa bizantina, da az-Zahir Ghazi nel 1213. Ha un alto minareto quadrangolare utilizzato, oltre che per il richiamo del muezzin, anche come torre di avvistamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUK

La parte più interessante della città è quella degli spettacolari suq coperti, un labirinto di 12 km di stradine,  che sembra estendersi all'infinito, nel quale rimarrete incantati sotto le volte di pietra. Lasciatevi trasportare dai dolci profumi del cardamomo e dei fiori di garofano, dai colori delle stoffe e dal rumore della folla in movimento tra i numerosi negozietti.

 La maggior parte dei suq furono costruiti nell'epoca ottomana, ma alcuni risalgono al XIII secolo.

 

 

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4° giorno

 

Castello di Saladino (Qala Salah ad-Din)

Il castello dominava le tre principali vie di accesso alla Valle del Giordano proteggendo le rotte commerciali tra Giordania e Siria. Il castello originale era dotato di quattro torri; le spesse mura presentavano feritoie per le frecce e un fossato largo 16 metri e profondo 15 che circondava l'edificio.

I crociati occuparono il castello nei primi anni del sec. XII, facendone uno dei luoghi fortificati più potenti della zona. Nel 1188, il castello fu preso da a Salah ad-Din , governatore di Aleppo e Damasco, che restaurò la torre nord-orientale. Nel 1215 d.C., l'ufficiale mamelucco Izz Ed-Din Aybak ampliò il castello aggiungendo una nuova torre nell'angolo sud-orientale e un ponte che presenta ancora decorazioni in rilievo raffiguranti dei piccioni: ne fece uno dei luoghi fortificati più potenti della zona. I tentativi espansionistici furono interrotti nel 1260 d.C., quando invasori mongoli distrussero il castello, ma quasi immediatamente il Sultano mamelucco Baybars riconquistò e ricostruì la fortezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante il dominio dei mamelucchi 1216- 1516, il Castello faceva parte di una rete di comunicazioni che consentiva, tramite fuochi di segnalazione o piccioni viaggiatori, di mettere in comunicazione Damasco e Il Cairo in sole dodici ore. Il castello, inoltre, proteggeva le rotte tra la Giordania meridionale e la Siria e faceva parte di una catena di forti che di notte accendevano fuochi per trasmettere messaggi dall'Eufrate fino a Il Cairo.

Image:Arch latakia5.jpgLatakia
Appartenente nel II millennio a.C. al potente
regno di Ugarit, la città fu dedicata alla madre da Seleuco Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno che ottenne dopo la sua morte il regno di
Siria e che diede vita alla dinastia dei Seleucidi. Latakia – deformazione occidentale di al-Lathiqiyah, il nome arabo della città con cui è conosciuta in Siria – è sempre stata il principale porto siriano sul mediterraneo e deve la sua importanza fin dall’antichità a questa posizione. Oggi è anche una località turistica e balneare molto nota e rinomata nella zona. Fra le vestigia del passato, si ricordano quattro colonne e un arco romano risalente al periodo di Settimio Severo.

 

 

 

 

 

Ugarit

Il Crac des ChevaliersAntica città della Siria settentrionale, posta sul promontorio di Ras Shamrah (presso Latakia), sede di un importante regno nel II millennio a.C., il cui nome è noto da alcuni testi egiziani.L'insediamento, di cui si sono distinti cinque livelli, si sviluppò tra il VII e il II millennio a.C. Nella prima metà del II millennio la città fu, per un certo periodo, sotto la dominazione egiziana, come testimoniano alcuni oggetti rinvenuti negli importanti templi gemelli dedicati a Baal e Dagan, e conobbe un notevole sviluppo urbanistico. Vi si insediò anche una comunità di esperti metallurghi, che producevano oggetti in bronzo. L'ultima fase di vita della città, nella seconda metà del II millennio a.C., è quella meglio documentata. A essa appartiene il vasto Palazzo reale, esteso su una superficie di 9000 m2, con sei cortili e settanta ambienti; attraverso scalinate si poteva accedere al primo piano, dove si trovava il settore residenziale, mentre sotto il pavimento di alcuni vani erano sistemate le sepolture, come di regola nelle case ricche di Ugarit. Il ritrovamento degli archivi, in cui erano custoditi documenti amministrativi e la corrispondenza interna ed estera, redatti in scrittura cuneiforme, ha permesso di ricostruire la storia della città dal XIV al XIII secolo a.C., fino alla sua distruzione, forse a opera dei popoli del mare. Gli scavi di Ugarit misero in luce diversi archivi di tavolette di argilla (uno di palazzo, uno templare e due privati) , con testi diplomatici, legali, economici, amministrativi, scolastici, letterari e religiosi e datati all'ultima fase di vita della città, intorno al 1200 a.C., quando venne distrutta dalle scorrerie dei popoli del mare. La maggior parte di queste tavolette sono scritte in quattro lingue: sumerico, accadico (il linguaggio della diplomazia nel Vicino Oriente antico), urrita e infine ugaritico (lingua, quest'ultima, del tutto sconosciuta fino al momento della scoperta degli archivi). Si sono rinvenute tavolette scritte in alfabeto geroglifico egiziano e ittita e in alfabeto cuneiforme cipriota, sumerico, accadico, urrita e ugaritico. Dall'alfabeto ugaritico, sviluppato dagli scribi intorno al XIV secolo a.C., derivano la maggior parte degli alfabeti moderni (greci, latini, etruschi, ebraici, arabi). Dopo la distruzione a opera dei Popoli del mare, intorno al 1200 a.C., la scrittura ugaritica cessò di essere usata ma l'alfabeto, trasformatosi in quello conosciuto come alfabeto fenicio, si diffuse col successo a tutti noto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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5° giorno

 

Tartus

La città di Tartus, posta sul Mediterraneo, è un piccolo centro protetto dalle mura costruite dai Crociati, stretto attorno alla grande cattedrale per importanza è il secondo porto della Siria. Conta circa 150 mila abitanti ed è un luogo di grande interesse per il turismo, soprattutto per la presenza di importanti reperti archeologici. Nell'antichità fece parte dei possedimenti d'oltremare della Repubblica di Genova. La città, circondata da mura erette dai cavalieri crociati, è antichissima; sono state molte le trasformazioni che la riguardano, soprattutto a causa dell'opera dei molti popoli che, nel corso dei secoli, l'hanno abitata. Purtroppo non esistono reperti del suo passato di città fenicia, quando si chiamava Antaradus, colonia di Aradus (a sud della città si trova il sito di Amrit, anticamente Marathus). Ben poco rimane anche del suo passato di città romana. È possibile, invece, ritrovare, qualche testimonianza del periodo cristiano, quando divenne un centro di pellegrinaggi: secondo la tradizione, san Pietro, durante il suo viaggio da Gerusalemme ad Antiochia vi edificò una cappella in onore della Vergine Maria che conteneva un'immagine miracolosa della madre del Cristo portata in questo luogo da san Luca. Nel corso dei secoli il nome della città fu cambiato da Antaradus in Tortosa (da non confondersi con l'omonima Tortosa, città del sud della Spagna): al tempo delle crociate, la città era una postazione fondamentale lungo la linea difensiva predisposta dai Cristiani contro i Musulmani e soprattutto uno dei porti per i collegamenti via mare con l'occidente. Dal 1183 fu una base logistica per i rifornimenti militari gestita dall'ordine dei Templari che rimasero in città per più di un secolo, finché nel 1291 Tartus fu assoggettata in via definitiva dal sultano Qalawun. Di grande aspetto storico-archeologico è la cattedrale gotica di Tartus risalente al XII secolo e nel tempo trasformata in un museo che custodisce sarcofagi in pietra. Di particolare interesse sono i resti - in parte ora adibiti ad abitazione privata - della fortezza dei Templari che si affaccia sul mare.

 

 

Immagine:Mabad 2.jpg

Amrit

Città fondata dagli abitanti dell’isola di Arwad; nel 333 a.C. Alessandro Magno se ne impadronì; in seguito a delle controversie con Arados, la città fu distrutta, poi passò ai romani che vi costruirono un teatro le cui gradinate sono state individuate in un uliveto non lontano dalla necropoli.

Tra i resti della città si trova il cosiddetto Mabad (tempio), con cortile quadrato, scavato nella roccia verso il V secolo o l’inizio del IV secolo a.C., al centro del cortile si trova un tabernacolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Krak dei Cavalieri (Qalat al-Hosn)

 

Questa imponente fortezza si trova sui di un'altura nella zona montuosa prima della costa siriana.
Da questa altura si domina la valle di Bukaia tra la città di Homs e la catena del Libano. Quindi è una posizione strategica per il controllo di questo importante territorio. A causa di questa posizione strategica già nel 1031 venne fatta costruire una postazione fortificata di soldati curdi dall'emiro della regione. Da questa prima fortificazione, probabilmente, deriva il nome arabo della fortezza, akrad in curdo, anche se potrebbe esserci un riferimento alla fortezza giordana di
Karak. Nel 1110 la fortezza fu conquistata da Tancredi d'Antiochia che successivamente, nel 1142, la cedette all'ordine dei Cavalieri di Malta gli unici che avevano le risorse per le enormi spese di mantenimento di questa grande fortezza. La fortezza rimase in possesso dei Cavalieri di Malta per 130 anni durante i quali la ristrutturarono e ampliarono in continuazione fino a diventare la più potente fortezza del Medio Oriente. Agli inizi del 200 gli abitanti della fortezza erano una sessantina, oltre il corpo di guardia, e dominavano la fertile vallata sottostante. Nei periodi di necessità la fortezza poteva ospitare fino a duemila persone: 200 cavalieri con la servitù e 1500 soldati. Con la sconfitta degli stati crociati il Krak rimase isolato e circondato da un territorio ostile. Il Krak era praticamente imprendibile e i vari tentativi di Nureddin prima e di Saladino dopo, non riuscirono ad avere la meglio. Solo nel 1271 il sultano Baibars riuscì a conquistare la fortezza permettendo ai cavalieri di ritirarsi a Tripoli. Successivamente vennero eseguiti vari lavori di ristrutturazione e il Krak divenne praticamente un villaggio.
Nel 1933 il francesi, che occupavano la
Siria sgomberarono la fortezza per eseguire i restauri e dopo vent'anni fu restituita alla Siria.

L'ingresso attuale si trova sul lato est ed è stato costruito dopo la conquisa da parte di Baybars, prova evidente sono le scritte arabe sopra la porta d'ingresso La fortezza è strutturata in due parti, una parte centrale dove erano presenti gli alloggi dei cavalieri, dei soldati e i locali di servizio. La seconda parte, la rocca superiore, era composta dalla spessa cinta di mura con i vari locali adibiti alla difesa della fortezza. Le due parti erano divise da un largo fossato. Questa divisione non era evidente dall'esterno visto che non esistevano punti più alti vicino alla fortezza da cui vederne l'interno. Quindi gli attaccanti che riuscivano a superare la cinta muraria si trovavano davanti un largo fossato difficile da superare, perchè esposto al tiro dei difensori dalla parte più interna della fortezza. Appena entrati si percorre una lunga rampa a gradini, al lato della quale si trova prima un corpo di guardia e successivamente le stalle. Questa zona era particolarmente delicata perchè collegava le mura esterne con la rocca superiore, per proteggere la parte interna, la rampa d'accesso ha varie curve e alcuni fori sul soffitto da dove i difensori potevano scaricare olio e pece bollente contro gli eventuali attaccanti che avessero superato le prime difese. Alla fine della rampa si arriva nell'unico punto dove è visibile ancora il fossato interno. Da qui si sale sul passaggio sopra le mura esterne sul lato sud. Camminando lungo questo passaggio si può ammirare lo stupendo panorama della valle sottostante. Si arriva fino al lato nord delle mura dove si può vedere l'ingresso originale alla rocca, nascosto da una torre chiamata “della figlia del re”, alla sommità della quale attualmente è presente una caffetteria. Questo ingresso era collegato alle mura esterne da un lungo ponte levatoio ora non più esistente. Da qui si scende dalle mura e attraversando la sede dell'originale fossato, attualmente uno stentato prato, si entra nella rocca superiore. Nella rocca superiore sono presenti gli alloggi degli abitanti della fortezza e gran parte dei locali di servizio. Quando si arriva al cortile della rocca superiore si nota subito all'estremità ovest un bel portico in stile gotico francese dietro al quale è presente la sala dei cavalieri. Una grande sala che prende luce da tre finestre sopra il portico con soffitto formato da volte a crociera sostenute da mensole. Dietro la sala dei cavalieri si trova una sala lunga 120 metri che occupa tutta l'ala ovest della rocca superiore e molto probabilmente era utilizzata come dormitorio per i soldati. Nella parte più a nord del cortile è presente una cappella trasformata successivamente in moschea con il suo minbar. Sempre nel cortile, sul lato occidentale, una scala porta al piano alto della rocca superiore. Da qui si può arrivare alla caffetteria sopra la torre della figlia del re e all'alloggio del gran maestro all'interno di un torrione sull'angolo meridionale della rocca superiore. Da questo punto si gode di una vista stupenda della pianura sottostante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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6° giorno

 

Hama

Costruita sulle sponde del fiume Oronte e abitata fin dal neolitico, dal XI secolo a.C. Hama divenne una potente città assiro-ittita e aramaica. Secondo fonti bibliche fu sottomessa a Salomone nei secoli X-IX e, successivamente agli assiri nel 720 a.C. quindi ai babilonesi, agli achemenedi e ai seleucidi. Nel II secolo a.C. prese il nome di Epiphania da Antioco IV Epifano; durante questo periodo la città acquisì un grande sviluppo politico ed economico che mantenne nelle epoche romana, bizantina e araba come città di provincia benestante, grazie alla produzione di stoffe di seta e cotone oltre all'allevamento di cavalli purosangue. Al giorno d'oggi, Hama è ancora il centro di una fertile zona agricola.

Il fascino della città, attraversata dall'Oronte, è dato in gran parte dal lungo fiume alberato, con i suoi giardini e le vecchie ruote d'acqua, le norie, che raggiungono anche i 20 m di diametro. Le ruote furono costruite secoli fa per favorire l'irrigazione e la distribuzione dell'acqua in città. In tutto il centro di Hama risuona il cigolio lamentoso provocato dal movimento delle ruote contro le strutture di legno alle quali sono appoggiate. Le norie sono situate in un parco fluviale nel centro della città, dove i bambini nuotano tra le ruote. Fra le altre cose da vedere a Hama, ricordiamo la Grande Moschea, quasi completamente distrutta durante l'insurrezione organizzata dai “Fratelli Musulmani”(una confraternita integralista) nel 1982, che fu repressa da 8000 militari con l'aiuto dell'aeronautica e di carri armati. Nella rivolta e nelle conseguenti condanne a morte morirono circa 25.000 persone. I danni provocati agli edifici sono stati attenuati con accurati restauri. Il Museo del Palazzo Azem risale al XVIII secolo e vi sono esposti manufatti d'interesse artistico; il cortile è il luogo ideale per una piacevole sosta all'ombra. Per respirare la vera atmosfera di Hama, sedetevi al tavolino di un bar in riva all'Oronte, dove potete bere caffè, fumare il narghilè e giocare a backgammon.

 

 

Apamea

La città di Apamea si trova su un'altura al lato della pianura del fiume Oronte. È uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente, e, a causa degli scavi ancora in corso, solo una parte della lunga strada colonnata è stata ripristinata Apamea fu costruita da Seleuco I Nicatore nel 300 a.C. che le diede il nome della moglie di origine persiana. Sulla collina della cittadella, già abitata in epoca preistorica, venne costruita l'acropoli. Alla città fu data una struttura ortogonale tipicamente ellenistica in seguito mantenuta dai romani e dai bizantini. In breve tempo Apamea divenne uno dei centri più importanti del regno come sede amministrativa e della cavalleria reale; purtroppo è rimasto ben poco di questo periodo. Quello che si può ammirare attualmente sono i resti della città romana. Nel periodo romano, Apamea ha avuto il suo massimo splendore mantenendo il ruolo di base commerciale e militare, nel periodo del suo maggior sviluppo arrivò ad avere anche mezzo milione di abitanti. Nel 115 d.C. fu distrutta da un devastante terremoto e quindi ricostruita dall'imperatore Traiano. Durante questa ricostruzione vennero eretti il teatro le terme e il tempio. Diventata capoluogo della provincia Syria Secunda subì vari assalti da parte dell'esercito persiano nei secoli VI e VII. Nel 1106, durante le crociate, Apamea, in quel periodo ribattezzata Famia, fu conquistata da Tancredi che la unì al principato di Antiochia. Nel 1149 fu riconquistata da Nureddin, e, successivamente nel 1157 e nel 1170 Apamea fu distrutta, e quindi abbandonata, da due terremoti.

Partendo dalla porta di Antiochia, una delle sette porte che permettevano il passaggio tra le mura che circondavano la città, si percorre il lungo cardo maximus questa maestosa strada colonnata, costruita nel periodo di Traiano, è lunga 2 chilometri con una larghezza di 37,5 metri. La sola carreggiata, tuttora ricoperta dai lastroni originali sui quali sono ancora visibili le tracce scavate dalle ruote dei carri, ha una larghezza di 22 metri. I porticati laterali, dove erano presenti le botteghe avevano una profondità di 7-8 metri. Procedendo dalla porta di Antiochia verso la porta di Hama a sud, lo stile del cardo maximus cambia passando da delle colonne con capitelli corinzi e fusti lisci a colonne scalanate di costruzione più tarda, fino al III secolo. A circa 400 metri dalla porta di Antiochia, sulla sinistra, si possono notare i bagni di Giuliano Agrippa del 116 dei quali non esiste più l'ingresso, ma si possono ancora distinguere le condotte dell'acqua calda tiepida e le sale. Al centro della strada è presente un'alta colonna di 14 metri che faceva parte del tetrapylon, posto all'incrocio con un decumano che divideva in cardo in 4 parti di uguale lunghezza. Da questo punto le colonne cambiano aspetto diventando scanalate. Continuando ancora verso sud, a circa tre quarti del cardo, le colonne cambiano ancora e la scalanatura diventa a spirale, con andamento inverso da una colonna all'altra. Su alcune di queste è presente una mensola dove erano posizionate le statue bronzee degli imperatori Marco Aurelio, Antonio Pio e Lucio Vero. A questa altezza del cardo si possono vedere, verso ovest, i resti dell'agorà, del tempietto della dea della fortuna protettrice della città, Tyche, e del tempio di Zeus Belos. Arrivati all'incrocio con il decumanus maximus, che continua verso est, si possono vedere, a sinistra, i resti di un ninfeo e continuando per il decumano si arriva ai resti di un palazzo, triclinos, con più di 80 stanze dove sono stati rinvenuti dei mosaici il più famoso dei quali è conservato al museo di Bruxelles. Affiancato a questo palazzo ci sono i resti di una cattedrale del V secolo ampliata, dopo un terremoto, nel VI secolo. Tornando indietro e attraversando l'incrocio con il cardo si arriva fino al teatro romano costruito sul pendio naturale della collina. Questo teatro con il diametro di 139 metri è il più grande della Siria, ma, essendo stato utilizzato come cava di pietra dai crociati per costruire una fortezza, ne è rimasto ben poco. L'antica Apamea è sovrastata dalla Cittadella mamelucca della quale rimangono solo poche mura esterne. Sotto la Cittadella si trova uno dei maggiori Khan, Caravanserraglio di Al Maidk,della Siria fatto costruire da Solimano il Magnifico nel 500. Questo edificio è composto da quattro ali attorno a una corte centrale, e, attualmente, ospita un museo dove sono conservati vari mosaici ritrovati durante gli scavi di Apamea (in particolare quelli del sec. IV raffiguranti Socrate che siede tra i sapienti e la vittoria di Cassiopea sulle Nereidi ) oltre a mosaici di chiese paleocristiane di Quarte. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                Serjilla

Nel periodo bizantino alcune città fiorentissime per il commercio e la produzione di vino e olio,  vennero progressivamente abbandonate. Ne restano oggi 370 con monumenti conservati quasi integralmente. Serjilla si trova in mezzo ad un deserto pietroso, ed è una tra le più famose “città morte” della Siria

Oltre ai resti di case isolate, chiese e tombe a sarcofago, si trovano ben conservati il grande complesso delle terme romane, i cui pavimenti risalgono al 473,  un edificio con doppi ordine di piastrine, che secondo ultime ricerche avrebbe avuto la funzione di albergo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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7° giorno

 

Ar-Raqqah

Ha conservato ben poche tracce del passato. La sua nascita risale al IV e III secolo a.C. a opera di due sovrani seleucidi, e successivamente attribuita ad Alessandro Magno. Nel 529 d.C. Giustiniano sfruttò le potenzialità del sito per gli scambi con i Persiani, che se ne impadronirono nel 542. Nel 640 fu conquistata dagli Arabi che la raddoppiarono. Nel 772 il califfo al-Mansur la ricostruì chiamandola Rafiqah. Nel XIII sec. fu distrutta dai Mongoli. Nel XII una tribù di circassi si stabilì all’interno delle mura.

Oggi resta parte della cinta muraria della quale si segnala soprattutto la porta di Baghdad.

 

 

 Rusafah-Sergiopolis

La splendida città fortificata di Rasafa, completamente isolata, sorge a 160 km da Palmira e avvicinandovi la vedrete spuntare progressivamente dal deserto. Questa regione era con ogni probabilità già abitata al tempo degli assiri; alla fine del III secolo Diocleziano fece erigere una fortezza sulla linea difensiva istituita contro i sasanidi. Nel corso del V e del VI secolo il forte fu ampliato, ma nel VII secolo gli omayyadi lo conquistarono e lo trasformarono in residenza estiva. Nel 743 gli omayyadi si fecero sorprendere dagli abbasidi che irruppero nel forte e lo rasero al suolo. Le mura della città formano un quadrilatero di 550 m per 400 m e sono pressoché intatte: al suo interno, sul lato nord, è ancora percorribile una suggestiva galleria coperta da volte a botte Superando il portone d'ingresso, sarete sopraffatti dall'immenso vuoto: quasi niente è stato restaurato o riportato alla luce; rimangono soltanto tre chiese del VI secolo. La Basilica di San Sergio, la più grande delle tre, è stata in parte restaurata e comprende due navate e grandi archi

 

Halabiyah

Le due fortezze furono costruite nel III sec. d.C. dai palmireni per tenere sotto controllo un punto del fiume facilmente navigabile per difendersi dai persiani. Nel sec. VI l’imperatore Giustiniano ne fece ricostruire le mura.

Dall’alto delle mura dei ruderi del torrione si domina una splendida vista.

 

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8° giorno 

 

Mari

Individuata casualmente da una spedizione archeologica francese nel 1933 sulla riva destra dell’Eufrate, la città di Mari apre uno squarcio in un periodo tanto lontano quanto affascinante, quando nel 2500 a.C. era abitata da una popolazione di origine semitica lontanamente imparentata con i sumeri ed era ricca di palazzi e templi dedicati alle numerose divinità locali. Conquistata, distrutta e ricostruita più volte, fu definitivamente rasa al suolo nel 1758 a.C. dal re di Babilonia Hammurabi e di lei si perse ogni traccia per quasi 4000 anni. Gli archeologi hanno individuato il Palazzo Reale, celebre per la sua magnificenza (aveva oltre 300 stanze); attraverso un passaggio a zig zag si entra in una grande corte con pareti  dipinte. Dall’angolo sud-est si accedeva all’area dei santuari, dalla porta centrale si raggiungevano i magazzini. Dall’angolo nord-ovest si arrivava nella corte delle palme a una sala trasversale dove c’era un podio con sopra una statua della dea dal vaso zampillante, oggi al museo di Aleppo; alle spalle si trovava la sala del trono. Grazie alle migliaia di tavolette in accadico rinvenute negli archivi del palazzo e ai numerosi oggetti  ritrovati, nel corso degli scavi, è stato possibile conoscere a fondo la vita quotidiana di una città così antica.

 

In questa località, scavando una fossa per un defunto fu rinvenuta una grande statua di stile sumerico, le autorità francesi, che controllavano la zona iniziarono subito gli scavi che permisero di scoprire questa antichissima città.

 

 

 

 

 

 

Dura Europos

Antica città della Mesopotamia, situata oggi in Siria, fondata da Seleuco I Nicatore, sulla riva destra del fiume Eufrate. Antico insediamento semitico, divenne parte dell'impero macedone sotto i seleucidi, che le diedero il nome della loro città di origine, Europo. Venne conquistata dai Romani durante l'impero di Traiano e nel 165 venne incorporata alla provincia della Siria. Conserva i resti di una domus ecclesiae del III secolo, nota per il suo buon stato di conservazione, dovuto al fatto che l'edificio venne inglobato nella cinta muraria e quando questa crollò con tutto un terrapieno durante l'assedio dei Parti del 258, fu sepolta completamente. L'edificio quindi permette una buona caratterizzazione dei luoghi di culto di questo periodo. Il suo ricco patrimonio archeologico documenta tutte le fasi della storia della città e la molteplicità di culture dei suoi abitanti. Sono venuti alla luce numerosi templi dedicati a divinità greche e orientali, una chiesa cristiana e una sinagoga affrescata, risalente alla metà del III secolo (oggi le pitture si trovano al Museo nazionale di Damasco). Queste pitture sono particolarmente importanti perché rispecchiano l'evoluzione dell'arte paleocristiana a Roma: la stilizzazione formale delle figure e la semplificazione sono legate al valore simbolico delle scene., vari edifici pubblici e privati, la poderosa cinta muraria e l'accampamento romano e inoltre affreschi e rilievi di notevole valore artistico e religioso. Ancora perfettamente leggibile è l'impianto urbanistico a scacchiera progettato al momento della fondazione. Durante gli scavi archeologici, oltre a numerosi importanti reperti, sono stati ritrovati anche cinque scudi ovali e uno scudo rettangolare che dopo il restauro hanno mostrato appieno l’elevata qualità e il particolare pregio delle loro decorazioni. Naturalmente i soggetti raffigurati rappresentano un ottimo spunto per quanti modellisti volessero cimentarsi nella riproduzione di motivi differenti da quelli che siamo abituati a vedere. Proprio la qualità delle figure lascia pensare a scudi non in dotazione a soldati e probabilmente mai usati in battaglia, ma a scudi da parata, o da cerimonia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palmira

 

A 250 km a nord-est di Damasco, circondata dal deserto, si trova l'antica città di Palmira. La costruzione della città in questi luoghi è stata possibile grazie alla presenza di una copiosa sorgente che sgorga dalle pendici del Gebel. Questa sorgente ha permesso la crescita di una estesa oasi di palme, ulivi e melograni, l'irrigazione e quindi la coltivazione del deserto circostante, oltre al continuo rifornimento idrico alla città. Questa favorevole condizione ha reso questo luogo il passaggio obbligato per i commerci tra le antiche civiltà. Tutto questo ha fatto sì che Palmira diventasse una fiorente città dedita al commercio e che riuscì, nel periodo del suo massimo splendore, a controllare vasti territori. In epoca ellenistica, Palmira era già una fiorente città che basava la sua economia sul commercio. La sua società era divisa in classi che dipendevano dal ruolo sociale e dal lavoro svolto: sacerdoti, artigiani, corporazioni di mercanti. Dopo l'assorbimento da parte dell'impero romano, nel 64 a.C., mantenne comunque una certa indipendenza e la sua grande importanza commerciale. Dopo la visita dell'imperatore Adriano nel 129, il nome fu cambiato in Tadmur Adriana e le fu concesso lo stato di Civitas Libera che permetteva al senato e al popolo di Palmira di stabilire e raccogliere le tasse; la gestione in proprio delle finanze permise il grande sviluppo della città culminato nel II secolo, il periodo d'oro di Palmira. Le attività economiche si estendevano a est fino all'India e alla Cina attraverso la via della seta, e a ovest fino a Roma, sostituendo il ruolo di Petra che aveva perso importanza dopo l'annessione da parte dei romani nel 106 d.C. La dinastia romana dei Severi, in parte di origine siriana, era molto favorevole a Palmira, tanto che l'imperatore Caracalla concesse alla città il titolo di colonia romana e la cittadinanza romana ad alcuni contabili arabi. Questo diede un'ulteriore spinta allo sviluppo di Palmyra ma fu anche l'inizio della fine. Un contabile palmireno, Hairan, grazie alla cittadinaza romana, riuscì a ottenere un seggio senatoriale a Roma. Nello stesso periodo la dinastia dei sasanidi, il cui fondatore Ardashir I aveva conquistato le foci del Tigri e d'Eufrate, precludendo ai palmireni l'accesso al golfo arabico, sostituì quella degli arsacidi nel regno della Persia. Il figlio del senatore Hairan, di nome Odenato, guidò con successo varie azioni militari contro i sasanidi fino a cacciarli dall'Anatolia meridionale: questi successi militari furono ricompensati dall'imperatore Galieno con la concessione a Odenato di importanti qualifiche, ma attirarono l'invidia di alcuni avversari che nel 267 lo fecero assassinare. Il  suo posto fu preso dalla moglie Zenobia . Zenobia era una donna ambiziosa e coraggiosa, molto ben informata della situazione politica a Roma e in oriente; molto colta, parlava, oltre l'aramaico di Palmyra, il greco e l'egiziano, affermava di essere una discendente di Cleopatra. Zenobia era descritta, dai cronisti dell'epoca, come scura di carnagione, con splendidi occhi neri, denti bianchi come perle; era la donna più nobile e  bella di tutto l'oriente. Inizialmente l'imperatore Aureliano non reagì negativamente a questo passaggio di potere ma la situazione cambiò radicalmente quando Zenobia inviò le sue truppe, al comando del generale in capo Zabda, a occupare l'Egitto. Sempre per motivi commerciali, le truppe di Zenobia occuparono l'Anatolia. Aureliano decise di porre fine all'espansionismo palmireno. Le truppe palmirene si ritirarono dalla Calcedonia e furono raggiunte da Aureliano davanti ad Antiochia dove nel frattempo era arrivata anche Zenobia. Qui le truppe palmirene, comandante dal generale Zabda, furono sconfitte e dovettero ritirarsi ad Emesa. Dopo aver ricevuto rinforzi, Aureliano proseguì la sua marcia fino a Emesa, dove sulla piana di questa città sconfisse nuovamente le truppe palmirene. Zenobia si ritirò verso Palmira e la fece fortificare in tutta fretta in attesa delle truppe romane. Aureliano non esitò a inseguire i palmireni attraverso il deserto, dove il suo esercito soffrì del calore estivo e subì i continui attacchi da parte dei beduini. Arrivò a Palmira dopo una settimana dove dette inizio all'assedio della città. Per rompere l'assedio Zenobia chiese l'aiuto del re persiano Sapor I ma Aureliano riuscì a disperdere le truppe del re comprandole a peso d'oro e nello stesso modo si liberò dei beduini locali che disturbavano le sue truppe con continui attacchi.  Quando i viveri cominciarono a scarseggiare Zenobia decise di andare di persona dal re Sapor I. Uscì dalla città con una piccola scorta e in groppa ad un dromedario, riuscì a raggiungere l'Eufrate ma al momento di imbarcarsi fu raggiunta dai soldati romani che la portarono all'accampamento di Aureliano. La città senza la sua regina e sfinita dal lungo assedio capitolò nell'agosto del 272 Nel 274 Aureliano ritornò a Roma dove celebrò un trionfo senza precedenti. Nel corteo sfilarono, oltre all'esercito e ai senatori, elefanti e belve feroci. Tra i prigionieri sfilarono Tetrico e Zenobia abbigliata come una regina e legata da catene d'oro. Zenobia fu esiliata a Tivoli dove, sposata ad un senatore romano, visse come una dama romana. Sotto l'imperatore Diocleziano, Palmira si trovava al centro di una rete di strade e fortini che costituivano il confine est della Siria. Intorno al 300 venne costruito un forte muro di cinta fiancheggiato da torri quadrate.  Alla fine del IV secolo si sa per certo che il cristianesimo era già presente a Palmyra, tra i Padri del Concilio di Nicea nel 325 era presente il vescovo di Palmyra. A questo periodo bizantino risalgono le trasformazioni dei templi di Baal e Baalshamin in chiese e la costruzione di altre due chiese. Sotto l'imperatore Giustiniano (527-565) venne risistemato l'approvvigionamento idricoe rafforzata la cinta muraria. Nel 634 Palmira si arrese a Khalid ibn al-Walid uno dei generali del primo califfo Abu Bakr. La città mantenne una certa importanza durante il periodo omayyade. In periodo abasside, a causa dello spostamento della capitale da Damasco a Baghdad, Palmyra perse la sua importanza assieme al resto della Siria. Solo agli inizi del XII secolo, nel periodo delle dinastie selgiuchidi, Palmira riconquistò una certa importanza. È di questo periodo la fortificazione del tempio di Baal. Il Saladino donò il distretto di Homs, di cui faceva parte Palmira, al cugino Mohammed ibn Shirkoh. Durante il suo regno e , dopo la sua morte nel 1200, quello del figlio Asad ad-Din, la città ebbe un nuovo periodo di prosperità. Il definitivo declino di Palmira fu nel 1809 dopo una violenta scossa di terremoto.

 

Il sito archeologico è molto vasto, la visita completa richiede almeno due giorni. Si può dividerlo in tre parti: la necropoli con le alte torri funerarie, il maestoso tempio di Baal e la lunga strada colonnata ai lati della quale si estendono i resti dell'antica città. Palmira è circondata da una serie di necropoli. I monumenti funebri di queste necropoli fanno comprendere l'importanza che davano i palmireni alla "casa d'eternità". Si sono trovate delle sepolture individuali, ma le famiglie più importanti si costruivano il loro mausoleo. Questi mausolei sono divisi in tre tipi fondamentali:
Tombe a torre  Sono i monumenti funerari più antichi, i primi risalgono al I secolo a.C., costruiti a forma di torre a base quadrata appoggiati su un podio a gradini, i vari piani sono collegati da una scala in pietra. Le prime torri erano molto semplici e i loculi erano esposti all'esterno, dal I secolo d.C. i palmireni cominciarono a curare l'aspetto di queste torri sia all'esterno che all'interno. Questo tipo di tombe sono tipiche
di Palmira
e non hanno equivalenti nelle città dell'antico oriente a parte alcune tombe nella regione dell'Eufrate che, però, dipendeva da Palmira.

La costruzione di questo tipo di tombe inizia dal I secolo d.C. fino ad ora ne sono state scoperte più di cinquanta ma ne rimangono decine in attesa di essere scavate. La pianta di queste tombe è quasi uguale per tutte: una galleria principale davanti all'ingresso e due o quattro ali o esedre laterali.
La più ben conservata delle tombe a torre è quella di Elahbel. Il nome deriva da uno dei suoi quattro fondatori Elahbel, Ma'nai, Shokayi e Maliku. È stata costruita nel 103 d.C. ed è composta da un ipogeo con l'ingresso sul lato nord e di una torre a quattro piani con l'ingresso sul lato sud.
Il primo
piano è ornato da pilastri scanalati con capitelli corinzi che dividono i sostegni per i loculi. Il soffitto è dipinto e diviso in cassettoni. Sulla parete est si possono vedere i resti dei busti della famiglia e, sopra la porta, è presente il busto di uno dei figli dell'amministratore della tomba. Queste tombe venivano costruite dalle famiglie palmirene più ricche che ponevano i corpi dei loro familiari nei loculi al primo piano. Gli altri piani erano concessi ai corpi di famiglie sufficientemente ricche da pagare "l'affitto", ma non abbastanza da potersi costruire una propria tomba.

Le tombe-case Queste tombe sono le più recenti, la maggior parte delle tombe casa risale al III secolo d.C. Come dice il nome hanno la forma di una piccola casa con un portico colonnato.

Tra gli ipogei quello detto “dei Tre Fratelli” è il più interessante. Ci si accede scendendo su una larga scala in pietra di sei gradini, sulla porta d'ingresso sono incise cinque iscrizioni le quali informano che l'ipogeo è stato costruito dai tre fratelli Na'amai, Male e Sa'adai e che alcune parti sono state vendute nel 160, 191 e 341.  L'interno è diviso in due ali con le volte a botte, i muri sono ricoperti di stucco e contengono 65 campate formate da sei loculi. Il fondo della galleria centrale è decorato da affreschi in stile siro-ellenistico. Le immagini dei defunti sono dipinte entro spazi rotondi, mentre in alto è rappresentato Achille tra le figlie di Licomede. Nell'ala sinistra si trova il monumento funebre di Male con la data di fondazione 142-143. I palmireni seppellivano i loro morti all'interno di loculi posti uno sopra l'altro. Questi loculi erano composti dalle sporgenze scolpite su due pilastri di roccia paralleli. Queste sporgenze avevano lo scopo di sorreggere delle lastre di pietra che separavano i vari loculi e dove venivano appoggiati i corpi. I loculi venivano chiusi da un'altra lastra di pietra sulla quale era stato scolpito, in rilievo, il busto del defunto e il suo nome.

 

 

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9° giorno

 

 

SANTUARIO DI BAAL

Il monumento attuale è costruito sopra un precedente santuario di epoca ellenistica che a sua volta è stato costruito sopra  un tell artificiale, infatti sono stati trovati dei manufatti dell'epoca del Bronzo Medio (2200-1500 a.C.) a circa sei metri di profondità. La cella centrale è stata consacrata nel 32 d.C. ma la costruzione del tempio fu completata solo alla metà del II secolo d.C. La sua distruzione iniziò nel 273 a opera di Aureliano durante la seconda conquista della città. In questo tempio si venerava, come dio principale, il dio Bel, corrispondente a Zeus per i greci e Giove per i romani. Il nome Bel deriva dalla pronuncia babilonese della parola semitica Ba'al che significava “signore”. Altre due divinità erano molto importanti a Palmyra: Yarhibol, dio del sole, e Aglibol, dio della luna. Bel assieme a queste due divinità formavano la triade cosmica di Palmyra e sono rappresentate nel soffitto del vano all'estremità nord della cella. Il tempio è composto da una grande corte di 210×205 metri e da una cella centrale. La corte era chiusa da un muro alto undici metri (peribolo), all'interno di questo muro erano costruiti dei portici, quelli sui lati nord, est e sud erano a doppia fila di colonne corinzie. Nel lato ovest, dove si trova l'ingresso attuale, aveva una sola fila di colonne ma dominava gli altri grazie ad un triplo arco monumentale (propylon) in linea con l'ingresso alla cella centrale. A circa metà dell'altezza delle colonne sono presenti delle mensole dove erano poste le statue dei cittadini benemeriti che avevano contribuito alla costruzione del tempio come indicano le scritte in greco e palmireno. Al centro della corte si trova la cella, il tempio vero e proprio, dove potevano entrare solo i sacerdoti. Si arriva all'ingresso della cella tramite un ampio scalone in lieve pendenza, L'ingresso è formato da una grande porta monumentale di forma leggermente trapezoidale. La cella era circondata da un portico colonnato (peribolo) il cui tetto  era sorretto da monumentali architravi trasversali sulle quali erano scolpiti dei bellissimi bassorilievi che rappresentavano divinità e scene di vita; due di queste architravi sono poste ai due lati della porta monumentale tra la stessa porta e la cella. Delle piccole tracce di colore dimostrano che, in origine, questi bassorilievi erano dipinti. All'interno della cella, ai lati nord e sud, sono presenti due vani, caratteristici dei templi orientali, chiamati thalamos (camera in greco). I soffitti dei vani sono monolitici e scolpiti con decorazioni geometriche a cassettoni. In quello sud il soffitto è a cupola ed è scolpito con i bassorilievi dei busti delle sette divinità planetarie con al centro Bel. Alla sinistra di questo vano una scala porta al tetto dove, probabilmente, si effettuavano delle cerimonie con fumigazione d'incenso. Nel giorno corrispondente al nostro 7 aprile di ogni anno, c'era la celebrazione del dio Bel. Da tutto il territorio controllato da Palmyra, arrivavano migliaia di fedeli per assistere a questa celebrazione. Questi fedeli portavano, secondo la propria disponibilità economica, animali da far sacrificare al dio durante la cerimonia. Per sette giorni questi animali venivano fatti entrare nel tempio attraverso un passaggio sotto il lato ovest, e quindi venivano fatti passare attorno alla cella del tempio per sette volte. L'ultimo giorno, dopo il settimo giro, gli animali venivano portati all'altare dove i sacerdoti li sacrificavano al dio Bel. Il sangue degli animali sacrificati veniva portato a un forno, attraverso un canale, dove veniva cotto e quindi offerto al dio. L'enorme quantità di carne veniva macellata e quindi divisa tra i sacerdoti del tempio e i fedeli. La percentuale che veniva data a ogni fedele dipendeva da quanti animali avevano portato. Questo calcolo veniva fatto grazie a delle tessere di terracotta che erano date alla persona al momento della consegna degli animali. Su queste tessere veniva scritto il numero e il tipo degli animali e da questo era, in seguito, calcolata la quantità di carne macellata da consegnare alla persona. Sono state ritrovate migliaia di queste tavolette di terracotta in prossimità della sala dei banchetti rituali. Un'altra percentuale di carne veniva consegnata ai poveri che non potevano permettersi di far sacrificare nessun animale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 LA STRADA COLONNATA

resti dell'antica città si estendono per una superficie di circa dieci chilometri quadrati, il commercio rese Palmira un centro internazionale di dimensioni paragonabile alla città di Antiochia, la capitale della Siria del tempo. I quartieri più importanti di Palmira si trovavano ai lati della strada principale, decumanus. Questa strada attraversa la città di epoca romana da est a ovest, la prima sezione e più larga delle altre iniziava dai propilei del tempio di Baal e arrivava alla porta trionfale che è stata costruita a pianta triangolare per mascherare l'angolo di questa prima sezione con la seconda. L'andamento non rettilineo è dovuto al fatto di dover evitare edifici già preesistenti come il santuario di Nabo, il teatro e l'agorà. Questa prima sezione, che collegava il tempio di Bel alla città, sembra fosse utilizzata per scopi religiosi. La seconda sezione arriva fino al tetrapylon uno dei centri della città e non era pavimentata per permettere il passaggio dei cammelli, i portici laterali, invece, avevano una pavimentazione parziale. Ciascun portico era largo sette metri mentre la larghezza della strada era di undici metri. Percorrendo questo tratto del decumanus si incontra per primo il tempio di Nabo, sulla sinistra. La pianta di questo tempio corrisponde al tipico tempio siriano: un'ampia corte chiusa da mura e portico interno con al centro il tempio. La corte ha pianta trapezoidale, si pensa che questa forma inusuale sia dovuta alla presenza di monumenti precedenti. Continuando lungo la strada verso ovest si incontrano, sulla destra, le terme di Diocleziano. L'ingresso a queste terme è indicato da quattro colonne in granito provenienti dall'Egitto. Di queste terme, completate tra il 293 e il 303, è rimasto ben poco, ma si può ancora capire la posizione delle tre stanze tipiche delle terme romane: il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Procedendo sempre nella stessa direzione, nella strada principale, il portico sud è interrotto da un arco che dà su una strada semicircolare, che circonda l'emiciclo del teatro. Da qui si entra nel teatro attraverso un passaggio a volta che porta all'orchestra, cioè alla superfice circondata dalle gradinate della cavea. Di queste gradinate ne rimangono solo una dozzina, ossia un terzo di quelle originali. Di fronte alle gradinate si erge la scena lunga 48 metri e larga 10,5, che rappresenta la facciata di un palazzo, di questa scena è rimasto solo il piano terreno, ma originariamente ne esistevano altri due. Il teatro ha anche una porta centrale che passa sotto le gradinate, da questa porta si accede ad una strada parallela all'agorà. Ritornati sulla strada principale si arriva al tetrapylon. Questo monumento si trova al centro di una piazza ovale ed è composto da quattro piedistalli con quattro colonne, all'interno di ogni gruppo di colonne era presente una statua, ma ai giorni nostri sono arrivati solo i piedistalli. Dal tetrapylon inizia la terza sezione del decumanus che piega di dieci gradi rispetto alla precedente. Questa sezione, lunga circa mezzo chilometro, attraversa la zona residenziale della città e porta al campo di Diocleziano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MUSEO ARCHEOLOGICO

A ll'ingresso della città moderna si trova il museo archeologico di Palmira inaugurato nel 1961. Si viene accolti da una statua di leone, trovata in frammenti vicino al tempio di Allat e che simboleggia la stessa dea araba.
Nell'atrio è stata invece ricostruita una grotta dell'età della pietra scoperta a
22 chilometri a nord della città. Il museo si sviluppa su due piani con sei sale per ogni piano dove si possono ammirare numerosi manufatti palmireni ritrovati nel sito archeologico. Tra questi sono molto numerose le rappresentazioni di busti di defunti intagliati in lastre di pietra che chiudevano i loculi funerari. Sono esposti statue, sarcofaghi, monete, le tessere in terracotta per l'ingresso a templi e molto altro. Questi numerosi reperti danno l'idea dell'alto livello di raffinatezza raggiunto dall'arte palmirea e dell'abilità dei suoi artigiani.

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maalula

 

Maalula si trova a circa 60 chilometri a nord-est di Damasco e ad un'altitudine di 1650 metri. Il nome, che significa "ingresso", è dovuto alla sua posizione ai margini di un'impervia gola che, secondo la leggenda, è stata creata per intervento divino. Questa leggenda dice che quando Tecla, una giovinetta convertita da San Paolo, inseguita dai suoi persecutori arrivò stremata in prossimità di questi monti che le impedivano la fuga, pregò per avere un rifugio e in risposta alle sue preghiere comparve tra i monti una stretta gola dove Santa Tecla, patrona di Maalula, potè rifugiarsi in una grotta e quindi sfuggire ai suoi inseguitori. Gli abitanti di Maalula e dei villaggi vicini di Jubadin e Bakhah parlano ancora una lingua molto simile a quella di Gesù Cristo, l'aramaico. Il neoaramaico occidentale, l'idioma di Maalula, è la lingua che, dopo duemila anni, mantiene ancora le maggiori somiglianze con la lingua parlata da Gesù La lingua parlata e il fatto che si praticasse il cristianesimo fin dal I secolo, rende questi luoghi molto importanti per gli storici. I primi abitanti vivevano nelle grotte presenti nella gola e successivamente in case appoggiate alle grotte. Esistono pochi documenti dell'epoca romana ma in periodo bizantino divenne un importante centro per le comunità cristiane fino a diventare sede episcopale fino alla fine del settecento, dall'ottocento fece parte della diocesi di Homs e attualmente dipende dal patriarcato di Damasco. Già la veduta di Maalula è molto bella con le sue case abbarbicate sul pendio della stretta gola. Notevoli sono il monastero e la chiesa di Mar Sarkis (San Sergio) costruiti nel IV secolo e consacrati ai santi (mar in aramaico) Sergio e Bacco, due ufficiali romani martirizzati nel 297 e molto venerati in Siria. La chiesa è uno degli edifici cristiani più antichi del paese, di stile bizantino con pianta a croce ricoperta al centro da una cupola. L'abside è parzialmente nascosto alla vista da un'iconostasi, una parete con numerose icone del XVIII-XIX secolo che rappresentano alcune scene della vita di Gesù e con scritte in arabo. All'interno dell'abside è presente un vero gioiello storico: un altare di origine pagana. Questi altari si distinguono dalla forma a ferro di cavallo e dal bordo rialzato che aveva lo scopo di convogliare il sangue degli animali sacrificati verso lo scolo intagliato su un lato. Nei primi secoli del cristianesimo gli altari pagani venivano tollerati a patto che non venissero eseguiti sacrifici di sangue, fino al concilio di Nicea, nel 325, quando per la prima volta, vennero date regole univoche al cristianesimo. In quella sede venne deciso di abolire ogni analogia con gli altari pagani, che quindi vennero distrutti. Quello a Maalula è l'unico rimasto di cui si è a conoscenza. Dal 1732 il monastero è affidato all'ordine greco-cattolico del Santo Redentore. La grotta dove, secondo la tradizione, si rifugiò Santa Tecla e dalla quale non volle più uscire fino alla sua morte, nel I secolo, diventò un luogo di culto. Nelle vicinanze vennero costruite alcune costruzioni, sostituite nel 1800 da un convento greco-ortodosso, tuttora incompleto, abitato da suore che dipendono dal patriarca di Damasco. La tomba della santa, il cui corpo fu seppellito all'interno della grotta, è tuttora oggetto di venerazione e questo sito è considerato benedetto sia dai cristiani che dai mussulmani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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10° giorno

Damasco

 

Damasco è la quarta città santa dell'islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme, ed è ugualmente santa per gli sciiti e per i sunniti. É importante anche per i cristiani perchè qui l'apostolo Paolo compì la sua conversione; inoltre nella grande moschea degli omayyadi è conservata la reliquia di San Giovanni Battista venerata dai Musulmani. Due terzi della popolazione è di credo sunnita ma sono presenti anche comunità cristiane di varie confessioni e una minoranza armena. Esiste anche una piccola comunità ebraica molto ridotta dopo le varie guerre arabo-israeliane. La città ha una grande tradizione artigianale e mercantile. I manufatti dei bravi artigiani damasceni sono molto diffusi nel mondo e vanno dal legno intarsiato ai broccati, mobili, maioliche e lame d'acciaio. Il turismo è una parte molto importante dell'economia di Damasco e ha contribuito all'aumento demografico della città. La parte della città più interessante è il nucleo storico dove si può visitare la grande moschea degli omayyadi il palazzo Azem e i movimentati mercati, suq I primi insediamenti documentati risalgono al IV millennio a.C. che fanno di Damasco una delle città abitate ininterrottamente da maggior tempo sulla terra. All'inizio del II millennio fu conquistata dagli amorrei e quindi dagli egizi nel XV secolo. Successivamente fu conquistata dagli aramei nel XIV secolo, dagli Ittiti nel XIII e dai Popoli del Mare intorno al 1200 a.C. Nel 1000 a.C. Damasco divenne una città stato aramaica che dovette sottomettersi, nel 960-930 a.C., al re ebraico Davide. Gli ebrei furono sostituiti prima dai neoassiri di Tiglatpileser III nel 732 a.C., dai neobabilonesi nel VII secolo, achemenidi persiani (532 a.C.), seleucidi (II secolo a.C.) e per finire, la città passò nel I secolo a.C., all'armeno Tigranes il Grande e ai Nabatei. La dominazione romana di Damasco iniziò nel 64 a.C. quando la città fu consegnata a Pompeo dai nabatei, in questo periodo continuò a essere un importante centro commerciale tanto da meritarsi il titolo di metropoli, concesso da Adriano nel 130 d.C, e successivamente quello di colonia nel 222, da Alessandro Severo. Durante la dominazione romana si formò una forte minoranza cristiana e quando l'imperatore Giuliano (331-363) si convertì al cristianesimo trasformò il tempio di Giove in una grande cattedrale. La storia islamica di Damasco iniziò nel 636 quando fu conquistata dall'esercito omayyade agli ordini del califfo Khalid ibn al-Waid. Damasco divenne per più di 100 anni la stupenda capitale dell'impero omayyade e mantenne grande importanza strategica e militare anche dopo la conquista da parte degli abbasidi, nel 750, che trasferirono la capitale a Baghdad. La città seguì le vicende storiche di tutta l'area siriana e nei secoli seguenti subì l'occupazione egiziana dei fatimidi, quella dei turchi selgiuchidi, degli ayyubidi e dei mamelucchi nel 1250. Subì anche le varie incursioni mongole, molto grave fu quella del Tamerlano nel 1400. Nel 1516 Damasco passò in mano agli Ottomani di Selim I. Sotto gli Ottomani la città divenne un ricco capoluogo di provincia e un importante centro di traffici carovanieri come dimostrano i grandi caravanserragli nei pressi della moschea degli omayyadi e del palazzo Azem. Damasco rimase sotto il dominio ottomano fino al 1920 quando la Società delle Nazioni diede mandato alla Francia sulla Siria fino al 1946, quando divenne la capitale dello stato indipendente siriano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Vai indietro quanto vuoi nel passato, e Damasco c'e' sempre stata. Essa non misura il tempo con i giorni, i mesi, gli anni, ma con gli imperi che ha visto nascere, prosperare, andare in rovina. Ha assistito alla costruzione di Roma, l'ha vista coprire il mondo con la sua ombra, ed era lì mentre moriva..."

 

                                                                                                              Marc Twain

 

 

 

" Si racconta della città di Damasco, Dio altissimo la protegga. Paradiso dell'oriente, luogo dove spunta la sua beltà splendente, abbagliante... essa era adorna di fiori e di piante profumate, e si mostrava nello splendore dei vestiti di broccato dei giardini.... I suoi ruscelli corrono tortuosi per ogni via, e le sue aiuole fiorite spandono un alito leggero che vivifica gli spiriti... i giardini la circondano come l'alone circonda la luna, e la contornano come il calice contorna il fiore. Ben furono nel vero coloro che dissero a proposito di lei: se il Paradiso e' in terra, senza dubbio e' Damasco..."

Ibn Jubayr, viaggiatore andaluso del XII sec.

 

 

 

 

LE ROSE DI DAMASCO

La Rosa Damascena e le sue essenze, i suoi profumi e i suoi oli hanno da sempre portato lontano la fama di Damasco. È quella che è stata disegnata in mosaico di ciottoli nei viali dell’Alhambra di Granata. È la Rosa Damascena che un cavaliere della Sesta Crociata si portò a casa, con precauzione, nel 1238, e che, in Francia, diventò “la rose de Provins”, che il 6 agosto 1968 due giovani francesi hanno riportata, sotto forma di talea, seguendo lo stesso itinerario in senso inverso, per farne omaggio alla città di Damasco: questa rosa adorna oggi il giardino del Museo nazionale.

 

 

 

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

Questo museo, fondato nel 1919, conserva una delle più importanti collezioni archeologiche del mondo. I reperti documentano la storia della Siria dalla preistoria alla fine del periodo arabo-islamico. Il portale d'ingresso è un esempio dell'arte siriana, è la ricostruzione della facciata del castello nel deserto Qasr al-Hair al-Gharbi costruito nel 727 per il califfo Abdullah Hisham. Si entra nel museo attraverso un giardino dove si possono vedere varie antiche statue e mosaici. Nelle varie sale del museo sono esposti reperti di tutti i principali siti archeologici della Siria. Nella sala dedicata a Ugarit è conservata la tavoletta d'argilla con l'afabeto più antico conosciuto del XIV secolo a.C.. Nella sala di Mari si trovano dei bronzi con il nome del re accadico Narasim del III-II millennio a.C., un pettorale a forma di aquila con testa di leone in lapislazzuli oro e rame del 2650 a.C. I reperti di Ebla sono conservati sopratutto al museo di Aleppo e a Idlib; in questo museo è però esposta la statua di basalto del principe Ibbit-Lim che ha consentito di identificare i resti di Tell Mardikh con l'antica città di Ebla. Nella sala di Palmira sono esposte le belle statue funerarie, ricche di dettagli, tipiche di questa città oltre a un mosaico del II secolo, un stupendo capitello corinzio e altro. In altre sale ci sono reperti di Hauran, Dura Europos, Hama, Tell Rifaat e altri.

hammam siria damsco medio oriente

      

 

 

 

 

 

 

 

SAN PAOLO E LA CASA DI ANANIA

Immagine:Paul of Tarsus.jpgSan Paolo , in origine Paolo di Tarso è la figura più importante per quanto riguarda lo sviluppo e la diffusione del cristianesimo. Nacque probabilmente verso il 5-10 d.C. a Tarso nella Cilicia, oggi situata nella Turchia meridionale. Come molti degli ebrei di quel tempo, portava due nomi, uno ebraico Saul, che significava “domandato” (a Dio) e l’altro latino o greco che era Paulus, che probabilmente alludeva alla sua bassa statura .San Paolo è senz’altro il più grande missionario di tutti i tempi; non conobbe personalmente Cristo, ma per la sua folgorante chiamata sulla via di Damasco, ne divenne un discepolo fra i più grandi, perorò la causa dei pagani convertiti, fu l’apostolo delle Genti; insieme a Pietro diffuse il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo di allora. Negli “Atti degli Apostoli”, Saul è descritto come accanito persecutore dei cristiani, fiero sostenitore delle tradizioni dei padri; il suo nome era pronunciato con terrore dai cristiani, li scovava nei rifugi, li gettava in prigione, testimoniò contro di essi, il suo cieco fanatismo religioso, costrinse molti di loro a fuggire da Gerusalemme verso Damasco. Ma Saulo non li mollò, anzi con un drappello di armigeri e con il consenso del Sinedrio, si recò anch’egli verso Damasco, per scovarli e suscitare nella città siriana la persecuzione contro di loro. E sulla strada per Damasco, il Signore si rivelò a quell’accanito nemico; all’improvviso, narrano gli ‘Atti’, una luce dal cielo l’avvolse e cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”. E lui: “Chi sei o Signore?”; e la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti 9, 3-7).Gli uomini che l’accompagnavano, erano ammutoliti perché l’avevano visto cadere, forse videro anche l’improvviso chiarore, ma senza capire qualcosa; Saulo era rimasto senza vista e brancolando fu accompagnato a Damasco, dove per tre giorni rimase in attesa di qualcuno, digiuno e sconvolto da quanto gli era capitato. In quei giorni conobbe la piccola comunità cristiana del luogo, che avrebbe dovuto imprigionare; al terzo giorno si presentò il loro capo Anania, convinto a farlo da una rivelazione parallela, che gli disse: “Saulo, fratello, il Signore Gesù che ti è apparso sulla via per la quale venivi, mi ha mandato da te, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”. Da quel momento, si può dire, nacque Paolo, l’apostolo delle Genti; egli decise di ritirarsi nel deserto, per porre ordine nei suoi pensieri e meditare più a fondo il dono ricevuto; qui trascorse tre anni in assoluto raccoglimento. Confortato da questa luce, dopo il ritiro ritornò a Damasco e si mise a predicare con entusiasmo, suscitando l’ira dei pagani, che lo consideravano un rinnegato e tentarono di ucciderlo; Paolo fu costretto a fuggire, calandosi di notte in una cesta (qui sorge la chiesa di san Paolo) dalle mura della città aiutato da alcuni cristiani; era all’incirca l’anno 39. Rifugiatosi a Gerusalemme, si fermò qui una quindicina di giorni incontrando Pietro il capo degli Apostoli e Giacomo, ai quali espose la sua nuova vita. Negli anni 60-61 ebbe luogo il suo viaggio dalla Palestina a Roma. Da Cesarea l’Apostolo delle Genti parte accompagnato dal centurione Giulio al quale era stato affidato insieme ad altri prigionieri. La nave fa scalo a Sidone, Mira di Licia, Creta; al quattordicesimo giorno, colta da una tremenda tempesta, naufraga a Malta. Da qui Paolo si sposta a Siracusa. Il martirio per decapitazione avvenne un 29 giugno di un anno imprecisato, forse il 67, essendo cittadino romano gli fu risparmiata la crocifissione; la sentenza ebbe luogo in una località detta “palude Salvia”, presso Roma (poi detta Tre Fontane, nome derivato dai tre zampilli sgorgati quando la testa mozzata rimbalzò tre volte a terra); i cristiani raccolsero il suo corpo seppellendolo sulla via Ostiense, dove poi è sorta la magnifica Basilica di San Paolo fuori le Mura.

 

 

LA GRANDE MOSCHEA DEGLI OMAYYADI

Damasco Moschea degli OmayyadiIl luogo dove sorge questa moschea era già utilizzato dagli amorrei duemila anni prima di Cristo per celebrare i loro dei. Anticamente questo luogo era sopraelevato rispetto al territorio circostante di 5-6 metri. Il primo santuario costruito in questo luogo era dedicato al dio semitico della tempesta Hadad-Ramman, il Baal-Hadad di Ugarit poi diventato, in epoca ellenistica e romana, Zeus o Jupiter-Damascenus. I romani modificarono il tempio originale nel I secolo a.C. e poi ancora tra il II e il III secolo d.C., all'epoca dei severi, diventando forse il più grande della Siria romana. Nel IV secolo una parte del complesso fu trasformato in chiesa cristiana per il divieto imperiale di praticare culti diversi da quello cristiano. Nel 661 il califfo Muawiya fece erigere una moschea sul lato est, quindi per circa 50 anni i mussulmani e i cristiani celebrarono i loro riti fianco a fianco fino a che il califfo al-Walid, terzo sovrano della dinastia omayyade tra il 705 e il 715, fece abbattere tutti gli edifici interni per erigere una grande "moschea di stato". In epoche successive questa moschea superò varie calamità senza subire molti danni ma nel 1893 un grave incendio la danneggiò così gravemente da rendere necessari lunghi restauri. Il muro perimetrale della moschea segue la recinzione interna del tempio romano del quale ha mantenuto l'ingresso, Bab al-Barid, sul lato ovest utilizzato dai fedeli. Alla destra di questo ingresso è presente la sala per le abluzioni rituali. I turisti, invece, entrano dal lato nord dove, in un atrio, le donne possono ricevere un velo per coprirsi i capelli e, nel caso non indossino una gonna lunga, una lunga tunica con cappuccio. Dall'atrio si entra nel cortile ad arcate, sahn, che misura 150×100 metri; il doppio ordine di archi che circonda il cortile è rivestito di marmo bianco della fine ottocento. Le arcate occidentali, il vestibolo e la stupenda facciata del transetto sono decorati con dei bellissimi mosaici, in parte ancora originali, la mancanza di Dettaglio di un ornamento interno a una moschea con tegole nexagonprospettiva e lo sfondo dorato evidenziano lo stile bizantino anche se la mancanza di rappresentazioni di esseri umani rispetta i dettami della religione mussulmana. Nel cortile vi sono tre cupole. La Cupola del Tesoro costruita in epoca abasside, IX o X secolo, di forma ottagonale  sostenuta da otto colonne classiche con un bel rivestimento dorato (la funzione di questo padiglione era dio custodire il tesoro di stato);la Cupola dell’Abluzione, al centro, (per i rituali che precedono la preghiera) e la çupola dell’Orologio. La sala di preghiera è divisa in tre navate, una volta l'arcata verso il cortile era completamente aperta quindi l'interno era molto più luminoso e si poteva accedere direttamente dal cortile, attualmente si entra nella sala solo dai lati. L'accesso è consentito solo alle persone scalze e quando non ci sono fedeli in preghiera. La struttura a tre navate richiama quella della moschea del Profeta a Medina, gli interni sono stati rifatti dopo il grande incendio del 1893, le colonne sono state ricostruite in stile neoclassico ottomano; della stessa epoca sono il minbar (l'equivalente del pulpito cristiano) e il cenotafio in marmo, dove sono custodite le reliquie di San Giovanni Battista venerato dai mussulmani come profeta, che ha sostituito quello ligneo precedente.

 

 

 

LA CITTADELLA

La Cittadella di Damasco, situata com’è al centro e non su una collina vicina come avviene di solito, è il vero cuore della città. Si tratta di un'ampia fortezza costruita sulle mura di un precedente forte romano dalla dinastia araba ayyubide del sultano Salah ad-Din (il Saladino) nel XIII secolo. La fortezza ha subito successivamente distruzioni a causa delle invasioni mongole e di terremoti, ed è stata ampliata e rinforzata in epoca mamelucca e ottomana. Attualmente la Cittadella è uno dei principali monumenti di Damasco, ma, trasformata dai francesi in caserma e prigione, necessita di consistenti interventi di consolidamento e restauro; il piano di recupero del monumento prevede la realizzazione di un museo e di un ampio centro turistico-culturale.

 

Il progetto, che è stato finanziato dalla Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri italiano, nell'ambito di un programma di collaborazione con il governo siriano per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale del paese mediorientale, ha avuto inizio il 28 agosto 2007, quando il Ministero della Cultura siriano ha incaricato il gruppo di lavoro coordinato dal prof. Blasi e dalla prof.ssa Coïsson dell’Università di Parma, di analizzare la situazione di degrado di parte della Cittadella di Damasco e di proporre un progetto preliminare di restauro e di  consolidamento. Nel contempo anche Ravenna ha dato il suo contributo per il restauro di un enorme e animatissimo mosaico con cervi, pavoni, alberi della vita, aironi raggiati: un vero e proprio “paradiso ritrovato”. In tanti, fra cui l’Italia, hanno cooperato al restauro di questo gioiello che finalmente è in parte aperto al pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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11° giorno

  (per chi parte per l’Italia il 29 agosto)

 

Hawran

A sud di Damasco brulle aree montuose si alternano a fertili avvallamenti e a estese zone di deserto pietroso. L’area di origine vulcanica presenta rocce scure, tipiche soprattutto di questa regione, un’arida pianura che si estende tra il massiccio del Gebel Druso a oriente e le alture del Golan, a occidente. Abitata fin dal II millennio a.C. restano tracce, talvolta imponenti, di chiese e conventi eretti tra il IV e il VI secolo d.C.. Di notevole interesse sono le tecniche costruttive impiegate in questi edifici nei quali restano tracce di coperture con lastre di basalto poggiate su di un’orditura di arcate trasversali o su blocchi di pietra sagomati a mensola.

 

Bosra

L'antica città di Bosra si trova nel sud della Siria a circa 140 Km da Damasco in prossimità del confine con la Giordania Le prime fonti storiche documentate su Bosra sono di origine egizia e seleucide e risalgono al I millennio a.C. anche se i primi insediamenti in questa zona risalgono al neolitico. Dal I secolo a.C. Bosra fu parte del regno nabateo del quale divenne capitale tra il 70 e il 106 a.C. durante il regno di re Rabbel II, la parte occidentale delle mura della città sono, probabilmente, di origine nabatea. Dopo la sconfitta dei nabatei da parte dei romani Bosra diventò la capitale della Provincia Arabica dell'impero romano con il nome di Nova Traiana Bostra. Successivamente fu chiamata Colonia Bostra e quindi Colonia Metropolis nel periodo di suo massimo splendore tra il II e il III secolo. Nel II divenne sede episcopale fino al 634 quando fu conquistata da Khalid ibn al-Walid La città è assai importante per i musulmani: qui infatti il monaco cristiano Bahira avrebbe predetto a Maometto, all’epoca un semplice mercante, la missione profetica cui era destinato. I crociati non riuscirono mai a riconquistarla nonostante due massicci attacchi alla metà del XII secolo respinti dall'atabeg Zengi e dal figlio Norandino. Successivamente alla vittoria araba di Hattin nel 1187, il teatro romano di Bosra venne trasformato in fortezza e la città fu inserita nel sistema difensivo di Damasco, mantenendo il ruolo di centro amministrativo. Sotto il dominio ottomano, Bosra rimase al di fuori delle nuove vie commerciali e dei pellegrini fino ad arrivare ad avere nel 1855 non più di 14 famiglie.

 

IL TEATRO ROMANO

La cavea di questo teatro ha un diametro di 107 metri con 6000 posti in 37 file divise in tre ordini e cinque settori, inoltre altri 2500 spettatori potevano prendere posto, in piedi, nella galleria che chiudeva il retro del teatro e attualmente coperta dalle fortificazioni arabe. Già in periodo ommayyade era iniziata la fortificazione di un edificio isolato, ma nel XIII secolo il sultano al-Adil, figlio di Nureddin, fece riempire la cavea e innalzare,attorno al perimetro del teatro, delle poderose mura con nove gradi di torri al cui interno si trovavano magazzini, stalle, attrezzature di difesa e alloggi militari. Fu costruito anche l'ingresso attuale con un ponte di pietra con cinque archi. Questa trasformazione in fortezza ha protetto il teatro dal degrado causato dal tempo e dall'uomo fino ad arrivare a noi come il meglio conservato tra i teatri romani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SITO ARCHEOLOGICO

Il sito archeologico di Bosra è molto grande comprende una lunga strada colonnata, decumano, ai cui estremi si possono ammirare una porta costruita dai nabatei e la porta occidentale (del vento).

A circa metà della strada è presente un Tetrapylon e poco distante un Criptoportico, magazzino o mercato sotterraneo, lungo più di 100 metri. La porta occidentale si affacciava su una piazza ovale circondata da colonne. Sempre vicino al decumano sono visibili le terme meridionali del II-III secolo, l'entrata dal decumano era composta da un portico e uno spogliatio a cupola da cui si passava nel frigidarium ,bagno freddo, quindi ai due calidarium, bagni caldi, divisi dal tepidarium, bagno tiepido.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAMASCO: PALAZZO AZEM

Poco a sud della moschea degli Omayyadi si trova il Bait al-Azem, palazzo Azem. Questo palazzo e stato costruito, nel 1749, dal governatore ottomano dell'epoca Asad Pasha al-Azem nel tipico stile di una residenza ottomana. È suddiviso in più edifici al cui interno si trovano le sale per gli incontri degli ospiti, chiamate salamlek, e quelle private, haramlek. I diversi edifici, costruiti intorno a due cortili con fontana e giardino, sono ricoperti di marmo a fasce policrome come la pavimentazione dei cortili, il tutto dà un gradevole effetto visivo che mitiga la maestosità del luogo. Nelle varie stanze è stato creato un museo etnografico, dove è stata ricostruita - con oggetti – un’ atmosfera piena di fascino che si richiama a una tradizione più che millenaria.

Nella cultura ottomana dell'epoca, quando una donna si sposava non poteva più uscire dal palazzo del marito e dovevano vivere nell'harem. Però potevano ricevere la visita della madre e per questo che esistevano degli appartamenti dove soggiornavano le madri delle spose durante i periodi di visita, chiamati "stanze delle suocere".

 

DAMASCO: SUQ

In questi mercati ci sono numerosissimi negozietti dove si può trovare di tutto: c'è il suq delle spezie, quello delle stoffe e altri secondo il tipo di prodotti in vendita in una data zona. Il suq è composto da un dedalo di stradine, in gran parte coperte, dove si aprono dei minuscoli negozietti; l'aria è piena degli aromi dei numerosissimi tipi diversi delle spezie in vendita, da una cacofonia di suoni prodotti dalle numerosissime persone che vendono, contrattano e comprano, e la vista è colpita dagli accesi colori delle stoffe e dall'intenso brillare dei gioielli esposti dagli orafi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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STORIA DELLA SIRIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Pendente in forma di figura femminile (ca. 2500-2300).

 

 

Storia antica

 

La Siria è sempre stata chiamata dagli Arabi “il paese di Cam” (Damasco è Dimashq ash-Cham, la città di Canaan, secondo figlio di Cam, dal quale, secondo la Bibbia,  discendono i Cananei, attaccati da tempi immemorabili a quest’angolo di terra e di sabbia, di monti e di fiumi, aperto sui due mari, e dove certuni hanno pensato di vedere, precisamente nella zona di Damasco, il Paradiso terrestre: lo disse lo stesso profeta Maometto. Tutto il Medio Oriente, di cui la Siria è parte, fu e resterà probabilmente ancora per molto tempo la culla dell’umanità, l’Oriente degli uomini, quello della fede verso cui convergono i pensieri e le preghiere di milioni di esseri che sanno che, da qualche parte, fra un deserto e una valle, è nata la loro religione, o meglio un unico mosaico di nazioni coi colori accentuati dalle diversità religiose. La storia ha lungamente esitato sulla scelta di una metropoli: Uruk, Babilonia, Assur, Palmira, Ninive, Ur, Gerusalemme, Menfi, Tebe, La Mecca, Damasco, Bagdad, Persepoli e Susa hanno avuto a turno, insieme a tante altre, un ruolo unificatore, con poca o molta felicità e longevità.

 

La storia qui non è una cosa astratta. Non è letta in polverosi documenti. La memoria diventa collina, colonnato, mosaico, città, fortezza, museo. Le decine di migliaia di tavolette di argilla scolpite in segni cuneiformi, scoperte a Mari, Ugarit, Ebla e in altri tells, permettono di evocare gli inizi di una civiltà di cui tutto l’Oriente fu impregnato da tre, quattro e addirittura cinquemila anni fa. Sembrerebbe che tutte contente di aver inventato la scrittura, le genti dell’Eufrate, della Siria e del Levante, abbiano tenuto a conversare, al di là dei secoli, con i loro discendenti.

 

Il territorio siriano fu interessato dalla cultura mesolitica dei Natufiani, sviluppatasi intorno al X millennio a.C.. Il nome “Natufiani” deriva dal sito dello Uadi el-Natuf (caverna di Shukbah) in Israele dove gli scavi sono stati condotti negli anni 1932-1942 da Dorothy Garrod. La datazione con il metodo del radiocarbonio colloca questa cultura alla fine del Pleistocene (tra 12.500 e 10.200 anni fa). È caratterizzata dalla creazione di insediamenti stabili prima dell'introduzione dell'agricoltura e fu probabilmente l'antenata delle culture neolitiche della regione, che sono ritenute le più antiche del mondo. I villaggi natufiani coprivano circa 1.000 mq di terreno e ciascun insediamento ospitava dai 100 ai 150 individui, mentre insediamenti più piccoli sono stati interpretati come ripari temporanei. In quasi ogni sito scavato sono state rinvenute tracce di ricostruzioni nelle abitazioni.

Fori scavati nella roccia naturale presso il sito di "El-Wad Terrace" nella riserva naturale di "Nahal Me'arot" (Israele)

 

 

 

 

 

 

Fori scavati nella roccia naturale presso il sito di "El-Wad Terrace"

nella riserva naturale di "Nahal Me'arot" (Israele)

 

 Il III millennio a.C.

Questo periodo è caratterizzato dalla progressiva migrazione degli Amorriti dal deserto arabico, periodo che darà vita, in Mesopotamia, a una dinastia detta paleobabilonese o amorrita (o amorrea).

Alla metà del III millennio a.C. (2500-2400 a.C.) la città di Ebla (fondata intorno al 3000 a.C., scoperta nel 1975 nella Siria settentrionale), fu a capo di un vasto impero che si estendeva tra il mar Rosso, l'Anatolia e la Mesopotamia, che intratteneva relazioni commerciali con i Sumeri e Akkad. La città venne conquistata da Sargon di Akkad intorno al 2260 a.C. Nel territorio dell'attuale Siria, sulla riva occidentale del fiume Eufrate, si trova anche l'antica città-stato sumera di Mari, fiorita nel III millennio (2900-2350 a.C.), contemporanea di Ebla,  distrutta da Hammurabi di Babilonia intorno al 1759 a.C.

 Il II millennio a.C.

Nel periodo del Medio Impero (1955-1750 a.C.), le relazioni dei Siriani con l’antico Egitto sono strette. Esse prendono la forma di alleanze più o meno esplicite, quando nel XVII secolo a.C. si delinea il pericolo permanente dei turbolenti Ittiti che dal tavolato anatolico si lanciano in assalti paurosi con le loro potenti armi di ferro. Essi saranno respinti prima dalle spedizioni di Tutmosis II e di Amenofi II (1505-1425) e, in un secondo tempo, dagli eserciti di Ramsete II nella sanguinosa battaglia di Qadesh, sul fiume Oronte nel 1286 a.C.

Battaglia di Qadesh

L’impero ittita crollerà definitivamente verso il 1200 a.C. sotto i colpi dei “Popoli del Mare”, invasori dalle oscure origini (Cipro, Creta, Mar Egeo?) che si riversano anche sulle coste siriane. Nel frattempo si assiste  alla migrazione di un altro popolo nomade semita, gli Aramei: essi si mescolano alle popolazioni dell’interno che si organizzano in piccoli regni a Damasco, Hama, Arpad, Aleppo, Palmira. Le città si forniscono di potenti bastioni; la lingua aramaica, che utilizza il sistema alfabetico, è diffusa dappertutto.

 

Età del Ferro (1200-599)

Gli Ebrei si stabiliscono nell’attuale Palestina (XII-X secolo a.C.) e i Fenici lungo la costa. In Siria il commercio si espande. Ma il pericolo viene ormai da nord-est, e precisamente dagli Assiri (capitale Ninive) che, partiti verso il IX secolo a.C. dalle sponde del Tigri, vengono regolarmente a razziare le ricche città e i porti dell’ovest. Alla fine del VII secolo a.C. Babilonia scuote il giogo assiro: nel 612 Ninive è distrutta e Nabopolassar si proclama re di Babilonia e fonda una nuova dinastia. Suo figlio Nabucodonosor II annette all’impero neobabilonese l’alto Eufrate e la Siria.

 

Periodo persiano ed ellenistico (539 a.C. – 64 d.C.)

Dopo appena un secolo, l’orgogliosa Babilonia deve cedere davanti al nuovo “grande” sorto in questo Medio Oriente sempre in fermento: nel 539 a.C. la città è infatti conquistata dall’achemenide Ciro il Grande, fondatore dell’impero persiano; anche la Siria e la costa mediterranea sono sottomesse alla dura legge persiana.

Quando il mitico Alessandro Magno si lancia alla conquista dell’Asia, la Siria subisce una volta di più, il flusso e riflusso delle armate. Nel 333 a.C. il giovane re macedone sconfigge il re persiano Dario III a Nissa; alla  sua morte la Siria è divisa fra i suoi generali: il nord a Seleuco (fondatore dei seleucidi) e il sud all’impero greco-egizio dei tolomei governato ad Alessandria. Alla fine del II secolo a.C. i  seleucidi riprendono l’Egitto, Damasco e il sud della Siria.

 

 

 

 

 

 

 

 

  La battaglia di Nissa,           Ciro il Grande, re di Persia                        

 

A Seleuco succede Antioco I Soter che raggiunge una pace tra Siria ed Egitto (271 a.C.). Intorno alla metà del II secolo a.C. si accresce la potenza dei parti che arrivano a estendere il loro dominio sulla Mesopotamia (ad es. Dura Europos).

Nel 70 a.C. Bosra diventa la capitale del regno nabateo (popolazione araba che aveva subito forti influenze aramaiche e che si era stabilita nelle terre di Edom).

 

 Periodo romano (64 a.C. – 395 d.C.)

Nel primo secolo a.C. subentra in Oriente una nuova potenza: Roma. Dopo aver vinto Mitridate VI, re del Ponto, il giovane generale Pompeo sottomette gran parte dell’Asia; anche la Siria cambia dominazione diventando provincia romana nel 64 d.C.

Nel 106 d.C. l’imperatore Traiano annette all’impero romano il regno nabateo; Bosra, Damasco e molte altre città siriane si coprono di monumenti fastosi. Il suo successore Adriano (117-138), letterato e sapiente, ritira le sue legioni dall’Oronte, dando fiducia ai siriani che assumono un ruolo sempre più importante nell’impero, tanto che il poeta latino Giovenale ebbe a scrivere: “Il fiume siriano Oronte sembra gettarsi nel Tevere di Roma”.  L’imperatore Settimio Severo (193-211) sposa una siriana, Giulia Domna, figlia del gran sacerdote di Homs e nel 232 si vede addirittura un siriano, Filippo l’Arabo, nativo di Shahba (a sud di Damasco), diventare imperatore.

Intanto, al centro del paese, una città isolata e preservata dal deserto che la circonda, Tadmor (“città dei datteri”) che i Romani chiamano Palmira (“città delle palme”) diventa una delle città più ricche del suo tempo. Dopo la sconfitta subita dall’imperatore Valeriano da parte dei Persiani a Edessa nel 260, il principe di Palmira, Odenato, ottiene una vittoria contro gli stessi Persiani e riceve dai Romani il titolo di “Corrector (capo) totius Orientis”. Dopo il suo misterioso assassinio  (266), la vedova   Zenobia  prende con  vigore le redini del potere, governa l’Asia e il Medio Oriente, conquista il Basso Egitto; insieme ai suoi figli sogna un impero siriano, ma verrà deportata a Roma in catene d’oro e morirà umiliata a Tivoli nel 275.

        

 

 

 

 

Moneta con l’effige di Zenobia

 

 

 

Periodo bizantino (395-636)

 

Con l’editto di Teodosio del 392, il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero Romano. Dopo la divisione dell’impero fra i figli di Teodosio, nel 395, inizia ufficialmente il periodo bizantino: la Siria diventa parte dell’Impero Romano d’Oriente, e viene divisa in due regioni  di cui le capitale furono Antiochia e Apamea. Il paese aveva già avuto un ruolo significativo nella storia del primo cristianesimo: quando Gesù era ancora vivente, ci racconta Matteo, “la sua fama si sparse in tutta la Siria” (Mt 4,24); fu la terra della conversione di San Paolo tradizionalmente avvenuto sulla via di Damasco (At 9,1-25); vi fiorirono alcuni antichi scritti  cristiani come la Didaché (forse), le Odi di Salomone e le Lettere del vescovo martire Ignazio di Antiochia (50-110/117). Il cristianesimo trionfa, vengono costruite chiese e basiliche ovunque: nella zona del nord se ne possono ancora oggi ammirare alcune (nelle cosiddette “città morte”, abbandonate bruscamente nel VI-VII secolo a causa di una serie di cataclismi naturali), straordinariamente conservate e decorate secondo i canoni artistici del paese. Sui monti e nel deserto molti monasteri ospitano i primi eremiti fra i quali il più famoso resta San Simeone  (386-459) che passò quarantadue anni in cima a una colonna, a Qalaat Samaan vicino ad Aleppo, ad Apamea, Emessa, Amida ecc.

 

Portati per natura alle delizie della discussione, i siriani si impegnano nelle tortuose controversie religiose del V secolo: le eresie sono di natura trinitaria e cristologia. Per quanto concerne le prime, gli Ariani, discepoli del prete Alessandro Ario, negano la divinità di Cristo e ritengono che nella Trinità la preminenza debba essere accordata a Dio Padre. Riguardo all’eresia cristologia, vi sono due dottrine: i nestoriani, discepoli di Nestorio, insistono sull’importanza della natura umana in Gesù (dopo il concilio di Efeso del 431 saranno condannati e perseguitati e si rifugeranno in Persia dove il nestorianesimo diventerà la dottrina ufficiale della chiesa locale); i monofisiti, al contrario, affermano la preminenza della sua natura divina (essi si diffondono in Oriente e la loro dottrina viene condannata dal concilio di Calcedonia nel 451).

 

Intanto i conflitti fra l’impero d’Oriente e i Sasanidi (dinastia persiana al potere in Persia dal 226 al 651) si intensificano con alterne vicende: saccheggio di Antiochia nel 540, presa di Damasco nel 613, conquista del Santo Sepolcro e presa della reliquia della santa croce nel 614. I Persiani furono padroni di Siria e Palestina dal 590 al 628, quando l’imperatore bizantino Eraclio sconfisse Cosroe II di Persia e stabilì i confini dei due imperi lungo l’Eufrate.

 

          

 

 

 

 

Eraclio taglia la testa a Cosroe II

 

Dopo tante guerre, invasioni e sconvolgimenti politici, gli imperi sasanide in Iraq e bizantino in Siria, indeboliti, saranno assaliti da una nuova potenza emergente: gli Arabi, che al loro passaggio non trovarono una grande resistenza. La Siria sarà il primo paese ad essere conquistato dai successori del Profeta e dalla sua dottrina.

 

 

La conquista araba e gli Omayyadi (636-750)

 

Nel 570 circa nasce Maometto alla Mecca: milioni di uomini saranno toccati nel profondo dal suo insegnamento, la carta del mondo sarà modificata e sconvolti i rapporti fra uomini e popoli. Riportiamo qui di seguito il suo toccante “testamento spirituale”.

 

L’ADDIO DI MAOMETTO

Nel 631 dopo aver compiuto il suo pellegrinaggio alla Mecca, Maometto tenne il suo "discorso d’addio" ai 124.000 musulmani che si erano raccolti nella valle di ‘Arafat: Non so se dopo quest’anno io sarò ancora tra voi. O popolo, proprio come ora consideri sacri questo mese, questo giorno, questa città, allo stesso modo dovrai considerare sacro affidamento la vita e la proprietà di ogni musulmano. Restituisci i beni che ti sono stati affidati ai loro legittimi proprietari. Non fare del male a nessuno cosicché nessuno faccia del male a te. […] Aiuta i poveri e vestili come vestiresti te stesso. Ricorda! Un giorno comparirai al cospetto di Dio e dovrai rispondere delle tue azioni. Dunque: attento! Non allontanarti dalla via della rettitudine, quando io sarò scomparso. O popolo, nessun profeta né apostolo verrà dopo di me e non nasceranno nuove fedi […] È vero che hai determinati diritti per quanto riguarda le tue donne, ma anche loro hanno dei diritti su di te. Trattale bene perché loro sono il tuo sostegno. […] Lascio due cose dietro di me: il Corano e il mio esempio, e se seguirai queste due guide non cadrai in errore. […] Adora Dio, recita le tue preghiere, digiuna nel mese di ramadan ed elargisci le tue ricchezze caritatevolmente. Tutti i credenti sono fratelli, tutti hanno gli stessi diritti e le stesse responsabilità. A nessuno è permesso di prendere ad un altro ciò che questi non gli offre spontaneamente. Nessuno è superiore ad un altro se non in virtù. A questo punto Maometto si rivolse al cielo e disse: Sii mio testimone, o Dio, che ho portato il tuo messaggio al mio popolo. E tutta la valle rispose: In verità tu lo hai fatto, mio signore.

Pochi mesi dopo il suo ultimo discorso, Maometto si ammalò e nel 632, a 61 anni, morì. La comunità musulmana e gli stessi compagni più vicini a Maometto, si rifiutavano di riconoscere la morte del Profeta. Allora Abu Bakr, uno dei primi e più fedeli compagni di Maometto, nonché suo suocero, uscì dalla dimora di Maometto salì sui gradini della moschea e disse alla folla: O popolo, in verità, chiunque adori Maometto sappia che Maometto è morto. Ma chiunque adori Dio sappia che Dio è sempre vivo.

 

 

Dopo la morte del profeta Muhammad, la guida degli arabi passa al califfo Abu-Bakr che porterà le sue truppe verso nord, per accrescere la forza militare del nascente impero, potenziare il commercio e diffondere la nuova religione islamica. Damasco è presa per la prima volta dalle truppe musulmane nel 635, ma è occupata definitivamente nel 636 dopo lo scontro vittorioso contro i Bizantini nella valle del fiume Yarmuk, a opera del valoroso comandante dei cavalieri arabi, Khaled ibn Al-Walid, soprannominato “Spada dell’Islam”.

 

 

LA RESA DI DAMASCO

Mentre si dirigevano verso la Persia, le truppe di Khaled ricevettero l’ordine di raggiungere le truppe impegnate in Siria. La tradizione vuole ch’essi facessero 350 chilometri nel deserto in una sola tappa. Cammelli abbeverati a sazietà prima della partenza venivano sgozzati a ogni sosta per abbeverare i cavalli con l’acqua che scorreva dalle loro viscere… Essendosi Damasco arresa, il capo musulmano fa proclamare delle condizioni di resa notevoli per la loro equità e di un abile valore politico: “Nel nome di Allah il Compassionevole, il misericordioso, ecco ciò che Khaled ibn al-Walid accorda agli abitanti di Damasco.

… Egli promette ch’essi avranno salva la vita e che i loro beni e le loro chiese saranno preservati. Le mura della città non saranno distrutte, e nessun musulmano sarà alloggiato nelle loro case. Ciò detto, noi diamo loro il patto con Allah e la protezione del suo Profeta, dei califfi e dei credenti. Fintanto che pagheranno le imposte, non potrà venire a loro che del bene…”.

 

 

L’espansione degli Arabi nell’età dei califfi. In nero l’espansione sotto il Profeta Muhammad (622-632); in grigio scuro le aggiunte durante i primi quattro califfi (632-661); in grigio chiaro le aggiunte durante gli omayyadi (661-750).

 

 

Dopo il saggio e pio Abu Bakr, il califfato passa a Omar (643-644), anch’egli amico e consigliere intimo di Muhammad come il primo califfo; poi a Othman (644-656), discendente di Omayya, prozio di Muhammad, dedito soprattutto alla stesura definitiva del Corano. Tutti e tre morirono tragicamente assassinati. I saggi elessero allora come califfo il pacifico Alì (654-661), cugino e genero del Profeta in quanto sposo di Fatima, figlia di Muhammad. Questi primi quattro califfi sono conosciuti come i “califfi ben guidati”.

Nel frattempo Moawija un membro della ricca e potente famiglia degli omayyadi, governa la Siria in modo indipendente. Il clan degli omayyadi è ostile ad Alì, tanto che un giorno Moawija lo accusa apertamente di complicità nell’assassinio del califfo Othman. Poco dopo Alì viene ucciso da un suo partigiano deluso. Gli omayyadi, padroni di un impero arabo-musulmano in espansione, affidano il califfato a Moawiya e stabiliscono la capitale a Damasco che diventa un importantissimo centro politico, religioso, artistico e commerciale.

 

Ma le tragedie legate agli inizi dell’Islam non sono finite. I partigiani di Alì sono comandati da suo figlio Hussein che viene ucciso dalle truppe di Yazid, il figlio di Moawija, a Karbala, nel sud dell’Iraq, il 10 del mese di Muharram dell’anno 61 dell’egira (680 d.C.). La tragedia di Karbala si conclude con la divisione degli Arabi in due fazioni che saranno da allora inconciliabili: i  sunniti fedeli al califfato omayyade, opposti agli sciiti seguaci di Alì.

 

Fino al 750 quattordici califfi omayyadi si succedono come capi politici, militari e religiosi dell’Islam. Il Corano e la cultura islamica si diffondono dall’Atlantico al Mare di Cina; l’arabo diventa ben presto la lingua ufficiale al posto del greco, del latino e del persiano in tutti i territori conquistati; le prime monete musulmane, dinari d’oro e dirhem d’argento, sostituiscono le monete bizantine e persiane. Negli anni 701-715 il califfo al-Walid ibn Abd al-Malik fa costruire la favolosa “Moschea degli Omayyadi” a Damasco, capitale sempre più potente e ricca, dove affluiscono sapienti e letterati accolti come principi alla corte omayyade.

 

 

La dominazione degli Abbasidi (750-1258)

 

I discendenti di Alì e di Fatima (sciiti) non si arrendono. Provocano uccisioni e rivolte e nel 747 essi, detti Abbasidi dal nome da Abbas, zio paterno di Muhammad, si impadroniscono del potere in Persia e dichiarano guerra a Damasco. Una battaglia decisiva ha luogo sul Tigri nel 750. Tutti i membri della famiglia del califfo sunnita Marwan II di Damasco vengono uccisi; tutti tranne uno, Abd al-Rahman, che fugge in Spagna dove fonda una nuova dinastia omayyade a Cordova. La nuova capitale è ormai Bagdad.

                                                                                                                                                                                                          

All’inizio del secondo millennio una serie di dinastie di varia provenienza (fra cui i fatimidi d’Egitto e i turchi  selgiuchidi) entrano in conflitto per controllare l’ormai inerme califfato. Gerusalemme e Damasco cambieranno varie volte di mano. Lo smembramento dell’impero islamico e la distruzione del Santo Sepolcro da parte dei fatimidi nel 1009 e dei selgiuchidi nel 1078, provocherà la reazione dei cristiani d’Occidente e l’inizio delle Crociate (1099-1307). Queste dureranno circa 200 anni, fatti di battaglie e massacri, azioni eroiche, vergognosi tradimenti, ma illuminati anche da autentici prodi come Baldovino IV detto  il re lebbroso e Salah-ad-Din (Saladino).

 

 

Anche la Siria viene invasa dagli eserciti cristiani. I selgiuchidi tentano invano di riconquistare il territorio siriano: ci riuscirà il sultano  Norandino che, dopo aver salvato Damasco da un assedio crociato nel 1148, si dedica a unificare la Siria e dà l’avvio a un periodo di circa ventotto anni di costruzioni e ristrutturazioni. Per saldare un vecchio conto con i Fatimidi che regnavano al Cairo, il sultano prepara anche una spedizione affidandone il comando a Shirkuh, un giovane capo curdo: l’8 gennaio 1169 il Cairo è preso. Dopo la morte di Shirkuh, suo nipote Youssuouf è nominato vizir e comandante delle truppe siriane in Egitto, e passerà alla storia come Salah-ad-Din (“il buon ordine della religione”). Egli agisce da sovrano, ristabilisce la fede sunnita, si fa riconoscere dal sovrano abbaside di Bagdad, fonda la dinastia degli Ayyubidi e, alla morte di Norandino, si installa a Damasco da dove potrà condurre una lotta spietata contro i crociati. Nel 1187 vince la battaglia di Hittin ed entra a Gerusalemme, ma l’atroce assedio di Acri, durato due anni (1189-1191), sebbene vinto dai cristiani, lascia i due eserciti sfiancati. Riccardo cuor di Leone rientra vecchio e stanco in Inghilterra e anche il Saladino tornerà a Damasco, accolto da una folla delirante di entusiasmo, dove morirà nel 1193 a cinquantasei anni.

 

 

Nei dizionari di storia la voce Saladino è descritta in questi termini: «Sultano d'Egitto (1171-1193) e di Siria (1174-1193), fondatore della dinastia degli Ayyubidi. Di stirpe curda [...] si proclamò sultano d'Egitto riportando il paese all'ortodossia sunnita. Combatté incessantemente i crociati estendendo il suo dominio dall'Egitto alla Palestina, alla Siria centrale e allo Yemen. Strappata Gerusalemme ai crociati con la battaglia di Hattin del 1187, fronteggiò la terza crociata cercando soprattutto di spezzare l'assedio cristiano attorno a San Giovanni d'Acri, ma senza riuscirvi. Ottenne nel 1192 una pace onorevole che gli riconobbe il possesso di Gerusalemme e di tutta la Palestina interna [...]. La sua figura di cavaliere magnanimo e tollerante godette di grande fama in oriente e in occidente» (Dizionario di Storia, il Saggiatore - Bruno Mondadori, 1993).

Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto) lo  citò  anche  nel  Convivio  nella  schiera dei personaggi generosi e magnanimi.

Pure Boccaccio destinò al sultano una parte dei suoi scritti. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decamerone: nella prima di queste si narra di una gara di intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.

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Salah-ad-Din, manoscritto del XII sec

 

I Mamelucchi al potere (1260-1516)

 

La situazione si complica a seguito dell’invasione devastatrice del 1260 in Siria da parte dei mongoli (tribù nomadi turco-mongole dell’Asia centrale riunite nel 1206 sotto il dominio del loro grande imperatore Gengis Khan) che avevano già conquistato Bagdad nel 1258, sotto la guida di Hulagu, nipote di Gengis Khan.

Ma la salvezza per la Siria viene dall’Egitto, dove i Mamelucchi (schiavi turchi e circassi comprati dal sultano d’Egitto per farne dei guerrieri) erano diventati una potente forza militare.  Al comando di uno di essi,  Zaher Baybars,  divenuto sultano grazie alla sua abilità militare, l’armata mamelucca schiaccia i Mongoli di Hulagu e libera la Siria. Baybars si installa a Damasco per meglio combattere contro i Crociati: nel 1303 uno dei suoi successori vedrà l’ultima nave crociata lasciare Arwad    l’ultimo bastione.                                                                                                                                                                                           

Nel 1401 i mamelucchi devono far fronte a un nuovo ciclone che viene dall’Asia Centrale, il raid dell’emiro turco Taymur Lang (Tamerlano) che distrugge Damasco e mette in ginocchio la supremazia mamelucca che resisterà comunque al potere fino al sopravvento degli ottomani nel 1516.

 

 

Ritratto di Baybars

I mamelucchi sono stati buoni amministratori, hanno accordato una certa autonomia ai governatori delle loro province e sono ricordati come buoni costruttori: hanno lasciato infatti tracce tangibili del loro fervore costruendo in Siria moschee, tombe e madrassah (scuole) dall’inconfondibile stile a forme rotonde e ampie, con ricche e preziose decorazioni.

 

 

I Turchi Ottomani (1516-1918)

 

Il 24 agosto 1516 le truppe del sultano “ottomano” (dal nome di Othman, fondatore della dinastia ottomana nel 1299) Selim I invadono la Siria e poche settimane dopo entrano in Damasco (vi resteranno per quattrocento anni !). Al suo successore Solimano detto il Magnifico (1520-1566) si deve la creazione di un impero che va dal Danubio al Tigri e dalla Crimea al Nilo.

In Siria si mantengono approssimativamente le divisioni amministrative mamelucche (province di Damasco, Tripoli e Aleppo). Le arti e le lettere sono incoraggiate. Splendidi edifici sono costruiti alla moda di Istanbul. La maggiore novità fu un nuovo rapporto con l’Occidente: trattati di tipo commerciale, giuridico e relativi alla sfera religiosa vengono stipulati con Francia, Venezia (apertura di un fondaco nel 1533) e Inghilterra.  Nel 1525 Francesco I firma proprio con Solimano un trattato di amicizia che segna l’inizio di un protettorato cattolico francese nei domini ottomani. Nel 1649, su richiesta dei maroniti, Luigi XIV ottiene di esercitare una speciale protezione sui cristiani delle regioni dei monti del Libano.

 

Nel 1831 la guerra russo-turca indebolisce considerevolmente l’impero ottomano. Mohamat Alì, il sultano innovatore d’Egitto, approfitta dell’occasione per occupare la Siria dove delega Ibrahim Pascìa che è costretto a ritirarsi nel 1840 a causa di rivolte interne. Ulteriori lotte sanguinose fra le minoranze maronite e druse della regione siro-libanese obbligano il sultano di Istanbul ad accettare una commissione internazionale (1864) per assicurare autonomia alla regione con un governatore cristiano e una milizia locale non più ottomana.

 

L’alleanza turco-germanica tra il sultano Abdul-Hamid e Guglielmo II, portò l’impero ottomano a essere coinvolto nella prima guerra mondiale (1914-1918) che vide l’esercito turco unito a quello delle potenze centrali contro Francia, Russia e Gran Bretagna. Il 1° ottobre 1918 le truppe alleate entrano a Damasco e in novembre gli ultimi soldati turchi lasciano la Siria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mappa della Prima Guerra  mondiale (1914-1918)

 

 

Solimano

 

L’elmo delle quattro corone di Solimano il Magnifico

Uno elmo d’oro bellissimo, pien de zoie con 4 corone, su le qual è zoie de grandissima valuta e il penachio d’oro lavorado excellentissimamente, nel qual è ligadi 4 rubini, 4 diamanti grandi e bellissimi, valeno li diamanti ducati 10 milia, perle grosse de carati 12 l’una, uno smeraldo longo e bellissimo...una turchese granda e bellissima, tutte zoie de gran precio; e nel penachio va una pena de uno animal che sta in aiere e vive in aiere, fa pene sotilissime e de vari colori, venuto de India, si chiama di camaleonte, val assà danari. (Sanudo, “ I        Diarii ” )                                                  L’elmo di Solimano il Magnifico                                                                                                                   

Questo prezioso casco fu portato a Palazzo Ducale dai suoi artefici veneziani per mostrarlo al doge Andrea Gritti e alla maggior parte dei senatori, fu venduto al sultano Solimano per la cifra elevatissima di 115000 ducati ed entrò a far parte ufficialmente delle insegna pubbliche della sua sovranità. Nelle sue fattezze è carico di significati simbolici e richiama quello di Alessandro Magno, di Cesare, di Scipione o di Minerva. Il casco d’oro è adorno di decorazioni incise, gemme (diamanti, rubini, smeraldi…) e perle; era un turbante arrotolato e arricchito da punte  di diamante, che univa il modello dell’antico elmo a quello della tiara ornata a quattro corone sovrapposte. Il tutto ero sormontato da una delle straordinarie piume di un uccello orientale incastonata su una turchese. Il numero 4 delle corone alluderebbe al fatto che il sultano è signore delle 2 terre e dei 2 mari, mentre le piume richiamano antiche leggende secondo le quali queste penne portate sul capo in tempo di guerra operano contro il nemico, arrecano vittoria e conferiscono immortalità a colui che le possiede. Le pietre preziose infine avevano i seguenti significati. La turchese simboleggiava il colore del cielo e presagio di vittoria e fortuna, il diamante richiamava la tenacia eroica, il rubino regalità e coraggio, lo smeraldo la sacralità dell’Islam e le perle generate dalla rugiada celeste le lacrime versate da chi è in pena. (Scheda da Internet a cura di Gloria Bevilacqua).

 

 

 

Se l’esercito turco fu alleato delle potenze centrali durante la Prima Guerra mondiale, non così le forze arabe. Lo sceriffo della Mecca Hussain ibn Alì aveva infatti lanciato la rivolta araba, alleandosi ai Britannici contro l’impero ottomano, e questo fatto ebbe un enorme significato politico. Alla conferenza dei dirigenti arabi del 1915 a Damasco, egli fu riconosciuto come il portavoce di tutta la regione araba.

Inoltre anche il suo figlio terzogenito, Faisal ibn Hussein, che aveva precedentemente servito in Siria nelle file dell’esercito ottomano, nel 1916 prese parte attiva alla rivolta araba contro i turchi. Nel 1918, aiutato dal suo amico Lawrence d’Arabia, partecipò alla presa di Damasco e nel  marzo del 1920 un congresso nazionale siriano lo proclamò re di Siria. Ma nel luglio dello stesso anno la Società delle Nazioni, forte della vittoria franco-britannica, impose il mandato francese in Siria e Libano, e il mandato inglese in Palestina e Transgiordania (in realtà venne applicato l’accordo segreto fra francesi e inglesi, già steso nel 1916, l’“Accordo Sykes-Picot”, che prevedeva la suddivisione dell’Oriente fra questi due paesi). Faisal fu costretto a fuggire. Nell’agosto del 1921 l’Inghilterra lo insedierà sul trono dell’Iraq.

 

 

 

 

 

Faisal ibn Hussain                                                                                              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Il mandato francese (1920-1945)

 

I territori siriani sono sotto mandato francese dal 1920 e assumono una diversa distribuzione amministrativa: nel 1927 si formano la Repubblica Libanese (capitale Beirut), lo stato di Siria (capitale Damasco), lo stato Alawita (capitale Latakia), lo stato del Jebel-Druze (capitale Suwayda).

 

Nel 1930 viene redatta una Costituzione e istituito un regime parlamentare. Agli inizi del 1936 si aprono negoziati con elementi siriani nazionalisti che sfociano, in capo a cinquanta giorni, in un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Repubblica di Siria, il primo presidente fu Hashim al-Atassi, già primo ministro con re Faysal e Presidente negli anni 1936-39, 1950-51 e 1954. Alla fine dell’anno le elezioni sboccano su un’assemblea e su un governo tendenzialmente nazionalista. Ma nel 1939 il governo francese fa voltafaccia, denuncia il trattato, sospende la Costituzione ed esercita direttamente il potere. Uno degli effetti di questa situazione è che il “Sangiaccato (provincia autonoma) di Alessandretta”, già amministrato sotto lo stato di Siria, è dato in omaggio alla Turchia, in base a un accordo turco-francese.                                                                                                                                                                                            

 

 

 

 

Hashim al-Atassi                                                                                                                                    

 

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale (1939-1945), la Siria era ancora sotto il controllo francese e fu teatro di combattimenti tra le truppe del generale Vichy e l’esercito britannico che ne prese il controllo nel 1941. Nel 1943, un regime nazionalista parlamentare si instaurò dopo molte tergiversazioni, ma Inglesi e Francesi continuarono a occupare militarmente il paese. La Siria proclamò di nuovo la propria indipendenza che venne riconosciuta a partire dal 1° gennaio 1944, ma ci volle il caos generale continuo e conseguente al conflitto mondiale perché nascesse davvero uno stato siriano, sovrano e indipendente. Il mandato termina formalmente nell’aprile del 1945 con l’ammissione della Siria alle Nazioni Unite; la Francia abbandona i poteri nelle mani di un primo governo siriano e un anno dopo, il 17 aprile 1946 (giorno della “Dichiarazione d’indipendenza”) la Siria diventa uno Stato indipendente e sovrano, membro fondatore delle Nazioni Unite e della Lega Araba.

 

 

Dall’indipendenza (1946) al 1970

 

Nonostante il rapido sviluppo economico che seguì alla dichiarazione di indipendenza, la politica siriana fu particolarmente instabile: tra il 1946 e il 1956 si ebbero ben 20 diversi governi e si discusse di quattro versioni differenti della costituzione.

 

Nel 1948 la Siria fu coinvolta nella guerra arabo-israeliana: l'esercito siriano fu respinto dal territorio israeliano, ma mantenne i precedenti confini, fortificandosi sulle alture del Golan. Durante la crisi di Suez del 1956 fu proclamata la legge marziale e truppe siriane e irachene si schierarono in Giordania per prevenire una invasione israeliana. A novembre dello stesso anno la Siria firmò un trattato con l'Unione Sovietica, ottenendo ampi rifornimenti militari e causando la preoccupazione della Turchia.

 

Il 1 febbraio del 1958 il presidente siriano, Shukri al-Kuwatli, e quello egiziano, Jamāl ‘Abd al-Nāsir, proclamarono la fusione dei due paesi nella Repubblica Araba Unita. L'unione non ebbe tuttavia successo e il 28 settembre 1961 la Siria si divise dall'Egitto in seguito ad un colpo di stato militare. Vari rivolgimenti si succedettero nei successivi mesi, fino alla presa di potere l'8 marzo 1963 del Partito Socialista della Rinascita Araba (“Partito Baath”, articolato in sezioni nei vari paesi arabi, per l’unità araba, fondato nel 1953 dal siriano Michel Aflak allo scopo di raggruppare in un'unica nazione tutti gli Stati arabi del Vicino Oriente),  che dominava il nuovo governo. Anche l'Iraq era controllato dal medesimo partito, e in aprile fu firmato al Cairo un accordo per l'istituzione di una federazione tra Iraq, Siria ed Egitto, che tuttavia non si concretizzò mai per i disaccordi sorti tra i membri.

 

Nel maggio del 1964 il presidente Amīn Hāfiz promulgò una costituzione provvisoria, che prevedeva un "Consiglio Nazionale della Rivoluzione" ("Majlis al-Thawra al-Watani" o "CNR"), assemblea legislativa costituita dai rappresentati delle organizzazioni di massa dei lavoratori, un consiglio presidenziale, al quale spettava il potere esecutivo e un gabinetto. Il Partito Baath siriano si costituì un "proprio" comitato centrale pan-arabo ma questo pose le condizioni per una rivalità morale con il Partito Baath iracheno, rivendicando ognuno la leadership per la causa nazionalista pan-araba. Nel febbraio del 1966 un gruppo di ufficiali dell'esercito attuarono una "rettifica" della linea di governo: con un colpo di mano interno al partito imprigionarono il presidente Hafiz, sciolsero il Gabinetto e il Consiglio della Rivoluzione, sospesero la costituzione provvisoria e costituirono un governo Baath composto da civili.

Nel 1967 si ebbero momenti di massima crisi in tutto il Medio Oriente sfociati nella guerra dei sei giorni. Dall'inizio dell'anno la tensione era fortemente aumentata e l'artiglieria siriana aveva intensificato il lancio di ordigni esplosivi sui villaggi israeliani dalle postazioni collocate sulle alture della frontiera israelo-siriana. Poi la chiusura egiziana del Golfo di Aqaba alle navi israeliane (insieme alla richiesta egiziana per il ritiro ONU dal Sinai) provocò l'attacco militare israeliano a Egitto, Giordania e Siria. L'Egitto si vide occupata la penisola del Sinai e Gaza (fino a quel momento sotto controllo egiziano), la Giordania perse la Cisgiordania e Gerusalemme Est, mentre la Siria perse il controllo delle Alture del Golan (considerate vitali per la propria posizione di controllo sui territori circostanti). L'approvazione della Risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro israeliano dai territori occupati rimase senza esito. La questione arabo-israeliana andava a mutilare il territorio siriano (indebolendo così il regime estremista dell'ala civile Baath al potere) mentre il prestigio di Nasser come leader arabo perdeva posizione. La morte nel 1970 del presidente egiziano Nasser lasciava in eredità al suo successore Anwar al-Sadat ed agli altri leader arabi il compito di vendicare la sconfitta araba contro Israele. Inoltre in questo stesso anno si acuiva in Siria lo scontro tra l'ala militare (moderata) e quella civile non-militare (radicale) all'interno del Partito Baath, e ciò provocava il ritiro dei soldati siriani inviati in appoggio alle milizie dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (impegnate negli scontri con le truppe del re Hussein di Giordania dal settembre 1969, detto "settembre nero").

Ad ogni modo, alla disputa tra le due fazioni del partito venne posto termine con l'incruento "golpe" militare del Ministro della Difesa Generale Hafiz al-Asad, gruppo religioso siriano minoritario degli Alawiti, che il 16 novembre del 1970, cacciò la leadership civile, assunse i poteri esecutivi e provvide presto a far eleggere i suoi seguaci nel Consiglio del Popolo e negli organi regionali per consolidare la propria posizione di potere.

 

Il governo di Hafiz al-Asad (1970-2000)

Il nuovo primo ministro si mosse rapidamente per creare una struttura organizzativa per il suo governo e per consolidare il suo controllo. Fu nominata un'assemblea legislativa di 173 membri ("Concilio del Popolo" o "Majlis al-Sha‘b") nel quale 87 seggi (la stretta maggioranza) erano del partito Baath, mentre gli altri furono divisi tra le "organizzazioni popolari" e altri partiti minori. Nel marzo del 1971 il partito tenne il suo congresso ed elesse un nuovo Comitato Regionale ("Regional Command") di 21 membri, guidato dallo stesso Asad; nello stesso mese un referendum nazionale confermò la sua presidenza per un periodo di 7 anni. Nel 1972, allo scopo di ampliare la base del suo governo, Asad costituì il Fronte Nazionale Progressista ("National Progressive Front"), una coalizione di partiti guidata dal partito Baath. Si tennero inoltre elezioni per i concili locali dei 14 governatorati della Siria. Nel marzo del 1973 fu promulgata una nuova costituzione, presto seguita da regolari elezioni parlamentari per il Consiglio del Popolo, le prime dal 1962.

Le scaramucce seguite alla Guerra dei Sei Giorni non modificavano lo stallo militare creatosi tra fronte arabo e Israele: fu così che Siria ed Egitto iniziarono il 6 ottobre 1973 (giorno della festa ebraica del Kippur) la controffensiva contro Israele: la guerra del Kippur. 

 

                    Hafiz al-Asad

Le truppe siriane attaccarono il fronte delle alture del Golan e quelle egiziane superavano il Canale di Suez. All'iniziale successo arabo seguì però il contrattacco israeliano. I problemi della sistemazione armistiziale furono affrontati in una conferenza internazionale convocata il 21 dicembre 1973 a Ginevra. Un accordo fra Egitto e Israele del 18 gennaio 1974 decise il ritiro delle truppe israeliane dal Sinai; un secondo accordo con la Siria, del 31 maggio, impegnava gli israeliani a ritirarsi da el-Quneitra e stabiliva una fascia smilitarizzata sulle alture del Golan.

Nel 1976 la Siria intervenne nella guerra civile libanese, inviando 40.000 uomini a protezione dei Cristiani maroniti, sotto il nome di Forza Araba di Dissuasione (FAD) e continuò tale presenza allo scopo di acquisire il controllo sul Libano e di destabilizzare i confini settentrionali di Israele con le fazioni libanese sue alleate. Nel 1990 la guerra civile cessò con l'Accordo di Ta'if, organizzato dall'Arabia Saudita ma voluto dalla stessa Siria che, tuttavia, vi mantenne il proprio esercito fino al 2005 con quella che fu vista da molti come una vera e propria occupazione militare, influenzando fortemente la politica libanese. Inoltre dopo la fine della guerra civile, circa un milione di lavoratori siriani emigrò in Libano per trovare impiego nelle opere di ricostruzione del paese e secondo alcuni l'incoraggiamento da parte della Siria a questa emigrazione potrebbe essere interpretato come un tentativo di colonizzazione. Le economie dei due paesi sono fortemente interdipendenti e nel 1994 su pressione del governo siriano circa 200.000 siriani immigrati ottennero la cittadinanza libanese.

 

Tra il 1976 e il 1982, i Fratelli Musulmani (una delle più importanti organizzazioni islamiche fondata in Egitto nel 1928, con un approccio di tipo politico all’Islam) condussero una rivolta armata contro il regime laico del partito Baath, che fu annientata con il bombardamento della città di Hama, centro dell'opposizione fondamentalista. L'azione causò decine di migliaia di morti e feriti.

 

La partecipazione della Siria alla prima guerra del Golfo nel 1991 al fianco della coalizione multinazionale contro l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein comportò un netto cambiamento nelle relazioni internazionali con gli altri Stati arabi e con il mondo occidentale. La Siria partecipò nel 1991 alla Conferenza multilaterale di pace per il Medio Oriente tenutasi a Madrid e negli anni Novanta intavolò trattative di pace con Israele, che tuttavia non giunsero mai a conclusione.

 

Il XXI secolo

Dopo la morte di Hāfiz al-Asad il 10 giugno del 2000, il parlamento modificò la costituzione in merito all'età minima per la carica presidenziale, permettendo al figlio di Asad, Bashār al-Asad di partecipare alle elezioni per la massima carica del partito e di venire eletto con il 97,29% dei voti secondo le statistiche ufficiali.

 

 

 

 

Foto ufficiale di Basāhr al-Asad

 

 

Dopo ventisei anni di stanziamento, inizia nel 2001 il ritiro dell’esercito siriano dal Libano. La crescente opposizione dei cristiani maroniti alla presenza siriana nella zona di Beirut e il nuovo corso siriano promosso da Bashār al-Asad sono tra le motivazioni principali del ritiro siriano.

 

L’opposizione del governo siriano alla politica mediorientale USA, che ha portato nel 2003 all’intervento militare in Iraq, ha provocato l’accusa, da parte degli USA, di sostegno a organizzazioni terroristiche internazionali. In effetti, la Siria, con la creazione in Iraq di un protettorato statunitense, si trova in una situazione di completo accerchiamento: a nord dalla Turchia da cui dipende in parte per le risorse idriche, a est e a sud dagli USA e Israele.

 

Nel gennaio 2004 Bashār compie un viaggio in Turchia con lo scopo di riappacificare i due paesi e si impegna nella lotta al terrorismo islamico. Nell’aprile dello stesso anno anche la Siria subisce un attentato terroristico nella capitale. In maggio gli Stati Uniti decidono di applicare nuove sanzioni alla Siria interrompendo tutte le esportazioni tranne quelle di prodotti alimentari e di farmaci.

 

In seguito alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che ordinava il ritiro dal Libano delle truppe straniere (2 novembre 2004) e pressato dalle imponenti manifestazioni anti-siriane a Beirut, il governo siriano, nel marzo-aprile 2005 ha ritirato i suoi 14.000 soldati dal paese. Le forze armate siriane stazionavano nella valle libanese della Beqā‘ fin dall'ottobre 1976, anno in cui, sotto il nome di FAD (Forza Araba di Dissuasione) e su esplicito invito dalla Lega degli Stati Arabi riunita a Riyād, era stato chiesto alla Siria di intervenire militarmente in Libano per metter fine a una lunga e irrefrenabile guerra civile.

 

In seguito all’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri, il 14 febbraio 2005, il Governo USA ha ritirato il suo ambasciatore dalla Siria, chiamata in causa quale mandante dell’omicidio a causa dei pubblici attriti fra  Damasco e Hariri; l'ONU ha votato all'unanimità per chiedere alla Siria piena collaborazione sull'argomento. Nel maggio del 2005 il governo siriano annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iraq, interrotte dopo la prima guerra del Golfo.

 

Alle elezioni politiche del maggio 2007 si è confermata la maggioranza assoluta del Fronte nazionale patriottico controllato dal partito Baath, e Bashār è stato rieletto alla presidenza per altri sette anni, con il 97,6% dei voti.

 

 

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LETTERATURA

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                               

 

 

Iscrizione su una placchetta del luogo del sito: “Tell Barri”

 

 

 

ESEMPI DI LETTERATURA SIRIANA

 

Luciano di Samosata (125-200 ca.)

 

Luciano naque a Samosata, città della Siria posta sulle rive dell'Eufrate, verso il 125 d.C., da una famiglia di modeste condizioni. Verso i 25 anni esordì come avvocato ad Antiochia, ma per obbedire al suo spirito critico ed insofferente, lasciò presto la professione per la vita da sofista.

Compì lunghi viaggi, poi si trasferì ad Atene, dove rimase per vent'anni, fino a quando, forse per desiderio di una vita più tranquilla, si stabilì ad Alessandria d'Egitto, dove morì verso la fine del secolo.

Nella sua Storia vera, che a buon diritto si può considerare il capostipite del romanzo di fantascienza, l'autore narra, tra altre cose più o meno fantastiche, un suo viaggio sulla Luna, descrivendone l'ambiente e gli abitanti. Fra le altre sue opere ricordiamo  i Dialoghi dei morti, i Dialoghi degli Dei, i Dialoghi marini, i Dialoghi delle cortigiane, il Gallo, le Sette all'incanto, Sulla morte di Peregrino.

 

 

Da: “Dialoghi dei morti”, Menippo ed Ermes

 

Men Dove sono, allora, i belli e le belle, Ermes? Fammi da guida, visto che sono qui da poco.

Erm No ho tempo, Menippo; tuttavia guarda da quella parte, a destra: là ci sono Giacinto, Narciso, Nireo, Achille, Tiro, Elena, Leda e insomma tutte le antiche bellezze.

Men Vedo solo ossa e crani privi di carni, per lo più uguali.

Car Eppure le ossa che tu sembri disprezzare sono quelle che tutti i poeti ammirano.

Men Almeno mostrami Elena: io infatti da solo non riuscirei a riconoscerla.

Erm Questo qui è il cranio di Elena.

Men Dunque per questo le navi furono armate da ogni parte della Grecia e tanti Greci e Barbari caddero e tante città sono andate distrutte?

Erm Ma non vedesti, Menippo, la donna in vita: avresti detto anche tu che era un fatto non disdicevole

  “Pene soffrire per lungo tempo per tal donna”

e poi anche i fiori che sono secchi – se uno li guardasse quando hanno perso il colore – è evidente che gli sembrino brutti; quando invece sono fioriti ed hanno anche il colore sono bellissimi.

Men proprio per questo, Ermes, mi meraviglio che gli Achei non capissero di affaticarsi per un fatto così sfuggevole e che sfiorisce facilmente.

Erm Non ho tempo, Menippo, di filosofeggiare con te. Quindi tu, dopo esserti scelto un luogo, riposati dopo esserti sistemato. Io, invece, mi occuperò nel frattempo degli altri morti.

 

 

Da: “Dialoghi delle cortigiane”, Melissa e Bacchide.

 

Mel  Se conosci, o Bacchide, qualche vecchia di queste Tessale, che sanno affatturare e legar gl’innamorati, e fare amare anche la donna più odiata, fammi il favore di condurmela qui. Io darei volentieri tutte le robe mie e quest’oro, s’io pur vedessi un’altra volta tornato a me Carino, e odiar Simmiche, come ora odia me.

Bac  Oh, che mi dici, o Melissa? Dunque Carino t’ha lasciata, e va da Simmiche? egli che per amor tuo sostenne quella gran furia dai suoi genitori, perchè non volle sposare quella ricca, che gli portava, come dicevano, cinque talenti di dote? Mi ricorda che tu me lo contasti questo.

Mel  E tutto è svanito, o Bacchide: son cinque giorni che non l’ho veduto affatto: ed oggi fanno banchetto in casa di Parmeno suo compagno, egli e Simmiche.

Bac  Povera Melissa! Ma perchè questa discordia? La cagione ha dovuto essere grande.

Mel  Io non la so neppur dire. Ultimamente ei risalendo dal Pireo (dov’era sceso, credo, per esigere un debito, per commissione di suo padre) quando entrò non mi guardò in faccia, non mi accolse secondo il solito mentre io gli andai incontro, ma scacciandomi che volevo baciarlo: Va, disse, da padron Ermotimo, o leggi quel che è scritto sulle mura del Ceramico, dove i vostri nomi stanno su i pilastri. - Chi Ermotimo, io risposi, chi? che pilastri dici? Egli non mi rispose, e senza cenare si corcò voltandomi le spalle. Che credi che io feci ad abbracciarlo, a smuoverlo, a baciargli le spalle per farlo voltare? Niente: non ci fu verso di rabbonirlo; anzi: Se più m’annoi, disse, me ne vado ora, benchè è mezzanotte.

Bac  Ma tu conoscevi Ermotimo?

Mel  Che tu mi possa vedere, o Bacchide, più misera ch’io non sono ora, se io conosco alcun padrone Ermotimo. La mattina al canto del gallo si levò, e se ne andò. I’ mi ricordai che m’aveva parlato d’un nome scritto sopra un muro nel Ceramico, e tosto mandai Acide a vedere. Essa non trovò altro che questo scritto, quando s’entra, a destra verso il Dipilo, Melissa ama Ermotimo, e poco più sotto, Padron Ermotimo ama Melissa.

Bac  Scapataggini di giovani! Ho capito. Qualcuno volendo far dispetto a Carino, l’ha scritto per farlo ingelosire, ed egli tosto l’ha creduto. Ma se lo vedrò, gli parlerò io. Ei non ha mondo, è fanciullo ancora.

Mel  E dove lo vedrai, se egli s’è chiuso e stassene con Simmiche? E per giunta i parenti suoi lo cercano da me. Oh, se io trovassi una vecchia, come t’ho detto, o Bacchide, i’ mi crederei salva.

Bac  C’è, o cara, una fattucchiera veramente brava, una Sira, ancor verde d’età e tarchiata, la quale quando Fania mio si crucciò meco, anche per niente, come Carino, mi fece far pace con lui dopo quattro mesi, che io già ne disperava; ma per forza d’incantesimi egli tornò a me.

Mel  E che fece la vecchia, se ancora te ne ricordi?

Bac  Non si piglia molto, o Melissa; una dramma e un pane; ma si deve apparecchiarle ancora sette oboli sopra alquanto sale, e dello zolfo, e una teda. Questo si piglia la vecchia, e si deve mescerle anche una tazza, si deve, e la beve ella sola. Sarà pure necessario un oggetto appartenente all’uomo, come una veste, o le scarpette, o una ciocca di capelli, o altra cosa simile.

Mel  Io ho le scarpette sue.

Bac  E queste ella le appende ad un chiodo, e le suffumica con lo zolfo, spargendo il sale sul fuoco, e ripetendo tuttadue i nomi vostri, il tuo e il suo. Poi cavandosi del seno una rotella magica, che ella porta a quest’uso, la gira dicendo certe parole incantate prestissimamente con la lingua, certi nomi barbari e spaventevoli. Questo fece allora. E indi a poco Fania tutto che dissuaso dai compagni e carezzato tanto da Febida l’amica sua, a me tornò tirato da quell’incantesimo. E m’insegnò ancora un altro gran segreto contro Febida, per fargliela odiare: osservar le pedate che ella lascia, e cogli occhi chiusi metter la pedata mia destra su la sua sinistra, e la mia sinistra su la sua destra, dicendo così: Tu sotto mi stai, io sopra ti sto. Ed io così feci appunto.

Mel  Presto, presto, o Bacchide; chiamami la Sira. E tu, o Acide, prepara il pane, lo zolfo, e ogni altra cosa per l’incantesimo.

 

 

 

 

 

Al Mutanabbi (915-965)

 

È considerato il poeta arabo più rappresentativo della sua età. Gli anni che lo vedono protagonista sono compresi nella dinastia degli Abbasidi (750 - 1258 d.C), periodo di massima fiorituta dell'Islam .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I COMPAGNI DELL’AQUILA

 

"I discendenti di Khola lo sanno molto bene
Sono quello che tengono in riserva,
Come l'ultimo ricorso contro i guai.
La mia gloria annuncia ai figli di Khindif
Che ogni eroe proviene dallo Yemen.
Sono il figlio della lotta e della generosità.
Sono il figlio della spada e della lancia.
Sono il figlio del deserto e della poesia.
Sono il figlio del cuoio delle selle e delle montagne.
Lungo è il budriere che porto,
Lunghi sono i picchetti che sostengono la tenda che mi ripara,
Lunga è anche la mia lancia,
E non è da meno il ferro alla sua estremità.
Aguzzo è il mio sguardo,
E in allerta rimane sempre la mia mente.
La mia spada è tagliente,
E il mio cuore non conosce la paura.
La mia spada è più rapida della morte che si abbatte sugli uomini,
E con lei vuole rivaleggiare.
La sua lama scava nel profondo dei petti,
Allorché, smarrito nelle nube di polvere,
Non vedo nemmeno più il mio braccio.
Ha, per la mia volontà, un potere assoluto
Sull'anima dei suoi nemici.
Ma per rimpiazzarla,
Anche se un giorno avrò solo la mia voce,
Quest'ultima basterà alla mia difesa!"



 

Abu Firas al-Hamdani (932-968)

 

Principe, poeta e cavaliere arabo, vissuto ad Aleppo, Abu Firas al-Hamdani combatté contro i Bizantini, dai quali fu catturato, e morì in battaglia durante un tentativo di detronizzare l'emiro di Aleppo. Le sue poesie seguono il neoclassicismo del periodo abbàside, anche se si distinguono per la sincerità del sentimento.

Il poema riportato è uno dei più belli e dei più celebri di tutta la poesia araba. Fu composto quando l’autore era prigioniero. E’ pieno di sensibilità e di lirismo, composto in un metro musicale e armonioso difficile da rendere in una lingua diversa dall’arabo. La traduzione è personale.

 

 

Ah! Come sono preziose le tue lacrime

e quanto paziente la tua indole,

non dovrei dunque più vivere per la passione d’amore?

Ah no! La passione mi divora e i desideri mi stringono

e non posso vivere senza segreti.

Quando l’oscurità m’illumina

soccombo per i tormenti d’amore

sacrificando le mie lacrime, queste lacrime

che emanano da un viso splendido e fiero.

In verità nel mio petto arde un fuoco

che le mie lacrime e i miei tormenti non fanno che ravvivare.

A colei che mi ha reso malato e mi ha avvicinato alla morte:

perché mai darmi dell’acqua se devo morire di sete.

“Chi sei?” mi chiede ella in tutta coscienza.

Le rispondo come ella voleva e come lo voleva l’amore:

“Il tuo sicario”.  Quale, ella rispose, sono numerosi.

Perché, le dissi, sei così intransigente

mentre non ignori niente di me?

Ella rispose: “è il destino che ti ha ingannato”.

No le risposi sei tu non il destino.

Senza di te la pena non arriverebbe al cuore

e l’amore non sarebbe un dispetto.

 

 

Abu l-‘Ala’ al-Ma’arri (973-1057)

Divenuto cieco da bambino, continuò tuttavia a dedicarsi agli studi, conducendo una vita assai ritirata. Fu poeta, erudito, filologo, retore; e nella sua produzione questi "ruoli" sono compresenti. Compose numerose opere in prosa e in versi. In Europa è noto soprattutto per la raccolta di poesie al-Luzūmiyyāt (titolo che in arabo significa «costrizione non obbligatoria», con allusione a una particolare rima che il poeta si è predeterminato di osservare) e per l'Epistola del perdono (Risālat al-ghufrān), in prosa rimata, che narra il viaggio di un amico nell'oltretomba; in quest'opera alcuni studiosi hanno creduto di scoprire una delle fonti della Divina Commedia.

 

Carita’ verso gli animali


Uguali sono una madre pia e una colomba;
l’una nutrendo il suo piccolo in culla, l’altra il suo pulcino.
Non allungare mai la mano, armata di coltello,
a uccidere un pulcino che zampetta nel nido.
Fai agli uccelli mattutini l’elemosina d’un sorso d’acqua,
e ritieni che abbian più diritto ancora degli uomini.
Perché la razza degli uccelli di nessun male si rende verso di te
colpevole, mentre di quell’altra razza devi temere.
Che la mia mano lasci libero un insetto da essa afferrato è atto ancor più pio del dare una moneta a un bisognoso.
Non vi è differenza fra il minuscolo esserino che io libero,
e
il re di Kinda che cinge la corona.
Ambedue
temono il male, ad entrambi è cara la vita,
e appassionatamente tendono a lei.

 

 

Proverbi siriani

 

(Da: Primose Arnander and Ashkhain Skipwith: "The Son of a Duck is a Floater" and "Apricots Tomorrow". Siham Tergeman: "Daughter of Damascus". English version by Andrea Rugh.)

 

Se il tuo amico è mieloso, non leccarlo tutto

 

Scegli il vicino di casa prima della casa

 

Il figlio di un’anatra è uno che galleggia

(Da una quercia non possono nascere limoni)

 

Agli occhi della sua mamma, un asino è una gazzella

 

Allunga le tue gambe secondo la lunghezza della tua coperta

 

Un uccellino in mano è meglio di dieci sull’albero

 

Dio manda mandorle agli sdentati!

(Le cose buone succedono a volte a chi non le merita)

 

Tieniti lontano dagli impicci e canta

 

Sposò una scimmia per i suoi soldi, i soldi finirono e la scimmia restò scimmia

 

Chi si mette fra l’aglio e la sua buccia ne ricaverà solo l’odore

(Fra moglie e marito non mettere il dito)

 

Quando i leoni non ci sono, le iene giocano

 

 

 

Fiaba siriana: Il mausoleo dei Curdi

(Da: Fiabe siriane, Mondadori 1997). Fate, streghe tentatrici, folletti invisibili e dispettosi, serpenti che puniscono chi trasgredisce le norme, animali che parlano e mostri che fustigano i vizi degli uomini... Un antichissimo mosaico di storie affascinanti e meravigliose, patrimonio dei diversi popoli che da sempre popolano un paese magico e misterioso come la Siria.

 

In una tribù curda della steppa siriana, moltissimo tempo fa, vivevano sette fratelli e una sorella. Un giorno, presero al loro servizio un giovane servo arabo; tra il beduino e la fanciulla sbocciò l'amore. Essi cominciarono a frequentarsi di nascosto e a capirsi.

Una notte, giunsero dei ladri che, per potersi introdurre indisturbati nell'accampamento, volevano uccidere il servo che faceva la guardia.

«Prima di morire, puoi esprimere l'ultimo desiderio» gli concessero. Lui approfittò per chiedere soccorso alla sua amata. «Cara, sto per morire. Dodici malfattori mi hanno assalito» gridò.

Lei, che dormiva in una tenda vicina, fu svegliata dal suo richiamo, e corse a chiedere aiuto ai fratelli. Essi arrivarono in tempo per salvarlo.

Ma, passato il momento del pericolo, si misero a riflettere: «Come ha fatto nostra sorella a sapere ciò che accadeva al servo, se dormiva nella sua tenda? Lei non parla arabo, e lui non conosce la nostra lingua. Di sicuro sono amanti!».

Non potendo permettere un simile disonore, in preda all'ira, li uccisero entrambi. Ma poi, ripensandoci con più calma, il dubbio li assalì.

«Saranno stati veramente colpevoli?» si chiesero.

Secondo una loro credenza, esisteva ormai un'unica maniera di provare l'innocenza dei giovani morti.

Fecero scavare due fosse, distanti l'una dall'altra, vi sotterrarono i corpi, che ricoprirono di terra, poi seminarono dell'erba.

Trascorso poco tempo, le tombe si ricoprirono di un bellissimo tappeto verde. Esso si conservò sempre intatto, con il trascorrere delle stagioni. Né il caldo torrido in estate, né il freddo gelido in inverno lo bruciava.

Quel luogo diventò sacro e meta di pellegrinaggio per tutti i Curdi della regione; e ancora adesso è conosciuto come «Qubba dei Curdi».

 



Muhammad Badawi Derani (1894-1967)

 

A partire dalla prima età islamica, l’arte della calligrafia è stata molto praticata dalle popolazioni che di volta in volta adottarono il sistema di scrittura arabo (non solo, dunque, dalle popolazioni di lingua araba). Nel giro di alcuni secoli si svilupparono un elevatissimo numero di scuole e di stili calligrafici, e la tendenza non si è ancora arrestata.

Nato a Damasco nel 1894, Derani è considerato uno dei più noti calligrafi siriani. Le sue opere sono presenti in molte moschee della sua città, in documenti governativi e in collezioni private in Siria, in Svizzera e a Detroit.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nizar Qabbani (1923-1998)

 

  

Nato a Damasco da una famiglia benestante, dopo essersi laureato in giurisprudenza si dedica al giornalismo. Con lo scoppio della guerra civile si trasferisce in Svizzera, dove rimarrà fino alla morte. Nelle sue prime raccolte Qabbani canta l'amore; con la disastrosa sconfitta dei Paesi arabi nel 1967, Qabbani dispiega tutto il suo disappunto contro i governi arabi, incapaci — a suo giudizio — di gestire la situazione palestinese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza titolo                                       Senza titolo IV

L'amor mio                                          Se il demone fosse uscito dalla lampada
mi chiede:                                            e mi avesse detto: Eccomi,
"Qual'è la differenza                          
  hai un minuto solo,
tra me e il cielo?"                                
scegli tutto ciò che vuoi
                                                          
di granati e di smeraldi
La differenza                                       
io avrei scelto i tuoi occhi
è che se tu ridi                                    
senza esitazione.

-amore mio-
io mi dimentico il cielo.

 

Se mi fosse concessa l'impunità

[...] Se mi fosse concessa l'impunità,
se potessi incontrare il Sultano
gli direi: signor Sultano
i tuoi cani feroci hanno lacerato la mia veste
e i tuoi inquisitori sono sempre alle mie calcagna...

I loro occhi mi seguono
i loro nasi mi seguono
i loro piedi mi seguono
come l'inevitabile destino, come il fato...

Interrogano la mia donna,
segnano i nomi dei miei amici...
Signor Sultano,
per essermi avvicinato alle tue sorde mura,
per aver tentato di mettere a nudo il mio dolore e il mio tormento,

sono stato picchiato con una scarpa.

Mio signore, signor Sultano,
hai perso la guerra due volte
poiché metà del nostro popolo non ha lingua...
Che valore può aver un popolo che
non ha lingua?

Poiché metà del nostro popolo
è chiusa come la formica e il topo
all'interno di mura...

Se qualcuno mi mettesse al sicuro
dai soldati del Sultano
gli direi:
hai perso la guerra due volte
poiché ti sei staccato dalla causa dell'uomo...

Da: Note sul quaderno del disastro
(traduzione di G. Canova)

 

 

“Nella nostra casa di Damasco nel quartiere di Mi'dhanat al-Shahm si convocavano riunioni politiche a porte chiuse e si progettavano scioperi, manifestazioni e atti di resistenza. Dentro le porte comunicavamo con sussurri che facevamo fatica a capire. La mia immaginazione da piccolo non era in grado di cogliere le cose con chiarezza ma quando vidi i militari senegalesi entrare in casa nostra alle prime ore dell’alba con fucili e baionette per portare via mio padre in un’auto blindata verso un campo di concentramento nel deserto, seppi che mio padre esercitava un altro lavoro oltre alla fabbricazione di dolci. Era fabbricante di libertà.”
“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita. Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano.” (Da: “Frammenti”).

 

 

Adonis (Latakia 1930)

 

Adonis, pseudonimo di Alī Ahmad Sa'īd Isbir, è un poeta siriano, considerato da molti critici il più grande poeta arabo vivente. Nato nel 1930 a Qassabin, presso Latakia, in Siria, si è laureato in filosofia presso l'Università di Damasco, ha svolto attività di insegnante e giornalista in Libano, ma attualmente vive in Francia. Studioso instancabile della tradizione culturale araba, coraggiosamente si è apertamente schierato contro i fondamentalisti islamici, definendoli come culmine della decadenza delle religioni, e contro la guerra mossa dall'Occidente. La sua è una vita dedicata alla poesia. In Italia ha pubblicato: Memoria del vento (1998), Nella pietra e nel vento (1999), Libro delle metamorfosi e delle migrazioni nelle regioni del giorno e della notte (2004); i saggi Introduzione alla poetica araba (1992) e la Preghiera e la spada (2002). Nel 1999 gli è stato assegnato il Premio Nonino per la poesia e nel 2002 riceve il premio "Ennio Flaiano" per la letteratura, sezione poesia. Scrive poesie d’amore, ma prima di qualsiasi cosa Adonis è l'incarnazione dell'artista come missionario di pace, come unica controparte della guerra e della violenza.

 

 

 

Oriente e Occidente

Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.

Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.

 

Stanza

Stanza, quant'è oscura – la luce, splendente!
Crepuscolo non radioso né buio.
Stanza-abisso. Ecco le onde levarsi
e i guanciali impazzire.
Il letto striscia su se stesso, mette le ali,
la gola
sospira – senza parole.
Stanza-abisso le nostre membra
sono vascelli naviganti.

 

? ? ?

Ho visto il tuo volto attorno alla casa dipinto su ogni ramo,
mi sono scrollato l’aurora dalle spalle e ho iniziato la ricerca: è venuta?
ho domandato alla rugiada sui rami, ho domandato al sole se avesse letto
i tuoi passi, dove la notte ti aveva vista, come si erano incamminati
accanto a te i fiori della casa e gli alberi.
Quasi disgiungo i miei giorni e me stesso:
là è il mio sangue e qui il mio corpo - fogli
che le scintille trascinano tra le rovine del mondo.

 

 

 

Nazìh Abu 'Afash (Marmarita, Siria 1946)

Poeta molto noto in ambito arabo, denuncia la mancanza di libertà e le ingiustizie sia nel suo paese che nel mondo, manifestando tuttavia ancora una speranza. Tra la sua produzione anche delle poesie cosiddette "minimaliste" in cui canta le piccole gioie della vita. Nazìh è anche un noto pittore a Damasco dove ha tenuto diverse mostre.

 

 

 

 

 

 

 

Questioni (Damasco 1975)

Voglio chiedere ai passeri
come piangono quando il piombo li colpisce.
Voglio chiedere agli alberi della foresta
come si lamentano quando li abbatte il taglialegna costringendoli a dormire.
Perfino della pietra, quando è frantumata,
voglio conoscere i reali sentimenti.
E le campane... com'è che non versano sangue e pianto?
Voglio chiedere ai vermi della terra
sulle profonde tenebre sinistre... e sul freddo privo di misericordia.
All'asino sulla sua paternità.
E i segnali delle strade che conducono alle lontane città,
voglio conoscere i segreti della loro solitudine serale coperta di ruggine,
d'umidità, e dei fremiti del quieto metallo.
Voglio intrufolarmi nel cuore di tutto ciò che si muove
e gridare a suo nome.
Ogni animale è condotto al macello dal suo padrone... eppur continua a
pascolare.
Ogni corpo inanimato è disperato. Ogni insetto.
Ogni piccola mandorla che cade quando non vorrebbe
voglio che abbia la sua giusta parte nel mio cuore in cui ritrovarsi.
... Quanto all'uomo
quanto all'uomo...
la grande creatura che parla d'amore, che conosce la coniugazione dei verbi,
la guida delle locomotive
e la meditazione
e la bianca menzogna e la menzogna nera
e la scelta delle scarpe adatte
e le maniglie delle porte
e i quaderni
e il grado di concentrazione degli acidi chimici velenosi...
L'uomo...
l'uomo che sorride e manifesta i propri sentimenti,
che canta comunque vada.
L'uomo che produce morte copiosa,
e le feste che a malapena dan sollievo alla mano solinga!!
Con tutto ciò, non voglio chiedergli
se sono le fruste che si abbattono sul suo corpo
a costringerlo, forse, talvolta, a gridare a gola spiegata
"Ah... madre mia..."

O Omar (1980)

(Omar è il figlio del poeta. N.d.tr.)

È bene che tu sappia, Omar
che io non sono un angelo
che può andar da Dio di notte
a scongiurarlo di aumentar la quantità d'ossigeno nella piccola stanza.
Ed è bene che tu sappia, Omar
che io non sono Dio
da poter dire: questo è tuo...
e spogliar gli abitanti del quartiere delle coperte.
E non sono il nostro vicino
da poterti dare:
un letto per dormire
una bicicletta per giocare
e un padre senza difetti che non batte la testa contro il muro quando piange di dolore.
Ed è bene che tu sappia, Omar
che i cuori puri verso cui ti induco
si son già sporcati
ad opera dell'odio e della povertà... e della freddezza dei nervi del mondo.
E sappi anche... e anche... e anche
che io, anche se non sono quell'angelo,
e anche se non ho avuto lo scettro di Dio
la cui immagine hai visto nel libro di scuola,
e anche se la condizione in cui ci troviamo ora
non è quella che dovrebbe essere...
questo non significa
non significa assolutamente
che rinunciamo all'onorabilità del piccolo cuore
e che diciamo al mondo:
spianaci la strada
noi veniamo per scendere a patti.

 

Il libro della nostra vita


Poiché siamo stati noi a scriverlo… e non Dio,

il bel libro della nostra vita

è pieno d’errori di battitura

 

 

Maram al-Masri (Latakia 1962)

Poetessa e scrittrice siriana, vive a Parigi dal 1982, Attualmente è una delle voci più significative del panorama letterario arabo. E’ stata definita “poetessa della naïveté” per il suo linguaggio scarno e infantile: si tratta di una poesia d'amore di tipo intimistico, la cui originalità consiste nella resa, in pochi versi, di immagini poetiche pregnanti e d'effetto, e nella frequente ricerca del verso finale “a sorpresa”, ironico o straniante.

 

Ti minaccio con una colomba bianca

Dio fece la Terra in sei giorni,
e nel settimo giorno
si riposò,
poi quando prese a fare te
ebbe bisogno di migliaia di anni
e di milioni di uomini e di donne.

Dio fece la Terra in sei giorni,
e non so cosa fece
il settimo giorno,
ma quando prese a fare me
ebbe tremendamente bisogno...
di un uomo come te.

Ti guardo

Maram al-MasriLo so che non avrei dovuto
lasciare
che mi scoprisse i seni.
Volevo
solo
che vedesse
che sono una donna

Lo so che non avrei dovuto
lasciare che si spogliasse.

Voleva
che vedessi
che era un uomo.
Solo questo.

 

 

 

BRANI DI LETTERATURA STRANIERA

 

 

 

Marco Polo (Venezia, 1254-1324)

 

Da “Il Milione”: La Setta Degli Assassini

 

Setta politico-religiosa di fanatici musulmani (sciiti ismailiti), fondata in Persia nel 1090 da Hasan ibn al-Sabbah. I suoi seguaci, noti come “setta degli Assassini” (forse perché facevano uso di hachisch), professavano cieca fedeltà al capo, che aveva su di loro poteri assoluti di vita e di morte, e compivano distruzioni e massacri di musulmani ortodossi, in uno stato di semi-incoscienza. Gli Assassini si diffusero anche in Siria a partire dall’XI sec., ove combatterono contro i Crociati, uccidendo nel 1152 il conte Raimondo di Tripoli e, nel 1182, Corrado, marchese del Monferrato; tentarono perfino di uccidere il Saladino. Capo degli ismailiti siriani fu Rashid ad-Din Sinan (morto nel 1192), il famoso “Veglio della Montagna”, che si ritirò nella fortezza di Alamut, il “Nido dell’Aquila”, nel nord della Persia. Il ramo siriano  fu distrutto dal Sultano d'Egitto nel 1273.

Qui sopra, il tipico pugnale usato dalla setta; di seguito, un interessante brano dal “Milione” di Marco Polo che descrive la fortezza di Alamut come un vero e proprio paradiso.

 

"Lo Veglio (...) aveva fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino e ‘l più grande del mondo ; quivi avea tutti i frutti e li più belli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti: per tale veniva acqua, e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare ; e faceva credere lo Veglio a costoro che quello era lo paradiso. E per ciò il fece, perché Maometto disse che chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine quante ne volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece simile a quello che avea detto Maometto. E gli saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse il paradiso; e in questo giardino non entrava se no’ colui che voleva fare assassino".

"All’entrata del giardino avea un castello sì forte che non temeva niuno uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di dodici anni, li quali li paressono da diventare prodi uomeni. Quando lo Veglio ne faceva mettere nel giardino, a quattro, a dieci, a venti, egli faceva loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì; e facevagli portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare. Quando li giovani si svegliavano, egli si trovavano là entro e vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso. E queste donzelle sempre istavano con loro con canti e in grandi sollazzi; donde egli aveano sì quel che voleano, che mai per lo volere si sarebbero partiti da quel giardino. Il Veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quegli di quella montagna che così sia com’io v’ho detto. E quando ne vuole mandare niuno di quelli giovani in niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliano, trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono tristi che si truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontamente dinanzi al Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli li domanda: "Onde venite ?" Rispondono: "Dal paradiso" e contagli quello che v’hanno veduto entro, e hanno gran voglia di tornarvi. E quando il Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa torre quello lo quale sia più vigoroso e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per tornare in paradiso. (...) In questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui egli lo vuole fare; e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella paura".

 

 

 

 

Giovanni Boccaccio (Certaldo FI, 1313-1375)


Decamerone. Prima Giornata. Novella terza

 

La novella dell'ebreo Melchisedech o delle tre anella

 

Melchisedech giudeo con una novella di tre anella cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

Poi che, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si tacque, come alla reina piacque Filomena così cominciò a parlare:

- La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il dubbioso caso già avvenuto a un giudeo. Per ciò che già e di Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti degli uomini non si dovrà disdire: a narrarvi quella verrò, la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria, così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo in grande e in sicuro riposo.

E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in miseria alcun conduca, per molti essempli si vede, li quali non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo che tutto il dì mille essempli n'appaiano manifesti: ma che il senno di consolazion sia cagione, come premisi, per una novelletta mostrerò brievemente.

Il Saladino, il valore del quale fu tanto, che non solamente di piccolo uomo il fé di Babillonia soldano ma ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro e per alcuno accidente sopravenutogli bisognandogli una buona quantità di denari, né veggendo donde così prestamente come gli bisognavano avergli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava a usura in Alessandria. E pensossi costui avere da poterlo servire, volesse, ma sì era avaro che di sua volontà non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il servisse, s'avisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata.

E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso gli disse: "Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana."

Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non potere alcuna di queste tre più l'una che l'altre lodare, che il Saladino non avesse la sua intenzione; per che, come colui il qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse; e disse: "Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne sento mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete. Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo ne' suoi discendenti, ordinò che colui de' suoi figliuoli appo  il quale, sì come lasciatogli da lui, fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri esser come maggiore onorato e reverito. E colui al quale da costui fu lasciato tenne simigliante ordine ne' suoi discendenti, e così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve andò questo anello di mano in mano a molti successori, e ultimamente pervenne alle mani a uno il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì come vaghi ciascuno d'essere il più onorato tra' suoi, ciascun per sé, come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che quando a morte venisse a lui quello anello lasciasse. Il valente uomo, che parimente tutti gli amava né sapeva esso medesimo eleggere  a quale più tosto lasciar lo volesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare: e segretamente a un buon maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli aveva fare appena conosceva qual si fosse il vero; e venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l'onore occupare e l'uno negandola all'altro, in testimonanza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno produsse fuori il suo anello; e trovatisi gli anelli sì simili l'uno all'altro, che qual fosse il vero non si sapeva cognoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente: e ancor pende. E così vi dico, signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio padre, delle quali la quistion proponeste: ciascun la sua eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti dirittamente si crede avere e fare, ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione."

Il Saladino conobbe costui ottimamente esser saputo uscire del laccio il quale davanti a' piedi teso gli aveva, e per ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno  e vedere se servire il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse risposto. Il giudeo liberamente d'ogni quantità che il Saladino il richiese il servì, e il Saladino poi interamente il sodisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole stato appresso di sé il mantenne.

 

 

 

 

 

 

Lawrence d’Arabia

 

Lawrence d’Arabia, soprannome di Thomas Edward Lawrence (Tremadoc, Galles 1888 - Bovington, Dorset 1935), militare e scrittore britannico. Riuscì a coalizzare le forze arabe che si ribellarono contro l’impero ottomano durante la prima guerra mondiale. Allo scoppio della prima guerra mondiale Lawrence entrò a far parte del servizio segreto militare inglese al Cairo e da lì fu inviato nell’Higiaz (oggi in Arabia Saudita) presso il principe arabo Faisal (il futuro Faisal I re dell’Iraq) alla testa di truppe di rinforzo inglesi. Lawrence si schierò dalla parte degli arabi nella loro insurrezione contro il dominio turco e, divenuto consigliere militare, si pose al comando delle forze armate arabe e le condusse in battaglia. Nel 1918 Lawrence e Faisal entrarono trionfanti a Damasco prima dell’arrivo dell’esercito inglese. Lawrence partecipò alla conferenza di pace di Parigi del 1919, ma i suoi sforzi per ottenere l’indipendenza araba non ebbero successo. Nel 1922 si arruolò nell’Aviazione britannica (RAF) fino al 1935, anno in cui morì misteriosamente in un incidente motociclistico.

Tra le sue opere letterarie la più famosa è I sette pilastri della saggezza (pubblicata postuma nel 1935), ampio racconto delle sue avventure in Arabia, di cui l’autore aveva curato un’edizione ridotta dal titolo Rivolta nel deserto (1927). Un film, del 1962, ispirato al libro di questo straordinario personaggio, diretto da David Lean, ottenne ben sette Oscar. Riportiamo solo le parole  della copertina del diario di Lawrence, forse l’ultimo eroe romantico, che con il mitico nome di Lawrence d'Arabia è entrato nella leggenda, lasciando la lettura integrale del libro a chi vorrà

 

"Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte nei ripostigli polverosi della loro mente, scoprono, al risveglio, la vanità di quelle immagini; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo. Fu ciò che io feci. Intendevo creare una Nazione nuova, ristabilire un'influenza decaduta, dare a venti milioni di Semiti la base sulla quale costruire un ispirato palazzo di sogni per il loro pensiero nazionale... Ma, quando vincemmo, fui accusato di aver messo in pericolo i profitti inglesi sui petroli della Mesopotamia, e d'aver rovinato la politica coloniale francese nel Levante."

 

 

 

 

 

“I baroni di Aleppo”

 (Da: Flavia Amabile, Emilio Tosatti, I baroni di Aleppo, Gamberetti Editrice, Roma 1998).

 

Il libro descrive cent’anni di avvenimenti e di personaggi, da Lawrence d’Arabia ad Agata Christie, da Pasolini a Rockfeller, che hanno frequentato quello che fu l’albergo più elegante e famoso del Medioriente: il Baron’s Hotel di Aleppo (il nome viene da ”baron” che in armeno significa “signore”), impegnato oggi in una difficile battaglia per la sopravvivenza. Fondato nel 1911 dalla famiglia armena Mazloumian, l’albergo fa da sfondo alla storia siriana dell’ultimo secolo, raccontata e vissuta nella sua drammaticità dagli ospiti e dalle tre generazioni di questi favolosi albergatori.

 

Ormai inutilmente superba, Istanbul dominava il Bosforo. Il treno dei reali di Svezia si concesse il tempo di una breve sosta nella capitale spodestata e proseguì. Il principe Gustavo viaggiava in veste ufficiale, insieme con la mo­glie la principessa Louise, la sorella, la principessa Ingrid, e un ricco seguito, diretto alla corte di Baghdad. […]. L'erede di Svezia fu colto da un malore. La carovana reale non aveva scelta […]. Di lì a Baghdad soltanto una città avrebbe potuto fornire a Sua Altezza Reale il necessario - spiegò 1'ambasciatore al segreta­rio del principe - ed era Aleppo. Distava oltre trecento chilometri, circa una giornata di treno, ma vantava uno dei migliori ospedali e il migliore albergo del Medioriente. I reali acconsentirono immediatamente: la fama del Baron era giunta fino alla lontana Svezia. Una loro cugina, Lady Louise di Mountbatten, pochi anni prima vi aveva trascorso alcune notti. Al ritorno aveva rac­contato in termini entusiastici il trattamento ricevuto, e descritto l'hotel come un luogo speciale, unico nella regione. Quella sera stessa il telegrafo dei Mazloumian ticchettò 1'annuncio dell' arrivo dei sovrani e la richiesta di preparare 1'albergo.

Koko e Armen accolsero gli ospiti alla stazione "Baghdad". Adagiarono il principe Gustavo, febbricitante, nell' auto più comoda. Gli altri membri della famiglia seguirono in carovana. In albergo, li attendeva il dottor Altounyan. Auscultò il paziente reale con lo stetoscopio, fece molte domande. Infine, diede il suo responso: «Nulla di grave. Alcuni giorni di riposo e di cure ap­propriate, e Sua Altezza sarà perfettamente in grado di ripartire».

Baghdad fu avvisata del cambiamento di programma, mentre Aleppo si preparava a offrire agli illustri ospiti un'accoglienza degna del loro rango. L'alto commissario francese, come richiedevano il suo ruolo e 1'onore del paese, aprì con un ricevimento di gala una breve, ma intensa, stagione di fe­steggiamenti. I consoli e gli altri notabili seguirono a ruota: nessuno voleva perdere posizioni nella gara di mondanità. Ma non furono solo balli e cham­pagne a riempire le serate successive. Anche la nostalgia dell'Europa ebbe la sua parte. La sera, quando fra gli impegni di "corte" si aprivano spazi di libertà improvvisi, la principessa Ingrid scendeva in salotto, si accoccolava su un tappeto e chiedeva a Koko: il suo apparecchio ricevente poteva forse sintonizzarsi su Radio Stoccolma? «Certamente, Vostra Altezza!», rispon­deva Koko, fierissimo proprietario di uno dei due soli strumenti di quel genere presenti all' epoca ad Aleppo; e ancora più fiero della sua capacità di "manovratore". La scena si ripeté, con pochissime variazioni, per varie sere di fila, con grande divertimento del principe e degli altri […]. Trascorse così poco più di una settimana. Poi, come aveva diagnosticato il dottor Altounyan, il principe Gustavo fu in grado di riprendere il viaggio. Magro, il volto nordico ancora più scavato lungo gli zigomi, il principe di­scese lo scalone del Baron. Ma, dietro gli occhiali rotondi da bibliofilo appassionato di archeologia, lo sguardo era allegro. Bedros, e altri due uomini, si erano già avviati verso la stazione con una montagna di bauli e valige da caricare sul treno. Koko attendeva nella hall, le mani lungo la cucitura dei pantaloni, pronto ad abbassare lievemente il capo, nell'omag­gio consueto verso del sangue blu. Ma erano dei reali nordici: il principe lo sorprese e lo spiazzò, stringendogli invece la mano e ringraziandolo per la stupenda ospitalità.

Lasciò una foto con dedica, la sua firma sul Libro d'Oro, e un gruzzolo consistente. Bedros, questa volta, non avrebbe avuto di che lamentarsi per la mancia. E anche per il Baron la malattia del principe, e la quasi requisizione dell'hotel - attività mondane connesse - si rivelò una vera fortuna. Armen la investì tutta nell' albergo. Ormai ogni settimana giungevano ad Aleppo av­venturieri, piloti, esploratori, archeologi, diplomatici e uomini d'affari. vole­vano "scendere" al Baron […].

 

 

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RELIGIONI

 

 

 

 

      

Statuette, femm. e masch.., che rappresentano due divinità o due offerenti (ca.2650-2600)

 

 

 

 

RELIGIONI IN SIRIA

 

Musulmani 87%       Cristiani  5,5%      Altri 5,5%

 

sunniti               74 %           ortodossi     4 %            ebrei e altri

sciiti alawiti       12 %           cattolici        1,5 %          

drusi                   3 %           protestanti                                   

ismaeliti              

 

 

MUSULMANI

 

Sunniti

Orientamento maggioritario dell’islam, cui appartiene circa l’83% dell’intero mondo islamico. Prende il suo nome dal termine arabo Sunna (“consuetudine”), cioè i detti e i fatti di Maometto e di coloro che gli furono vicini, narrati in resoconti detti hadith. I sunniti accettano i primi tre califfi della storia (Abu Bakr, Omar e Othman, discendente del prozio di Maometto Omayya). Si caratterizzano per la credenza che Dio operi nel mondo attraverso la Legge ricavata dal Corano e dalla Sunna e che soltanto la Comunità dei credenti (senza il parere vincolante di un capo come avviene per gli sciiti) possa interpretarli rettamente. Contrariamente agli sciiti ritengono che il Corano sia un libro eterno e increato.

 

Sciiti

Presenti in Iran (dove rappresentano la quasi totalità dei musulmani) e in comunità più o meno numerose in Libano, in Iraq, nello Yemen, in Afghanistan. Il nome deriva dalla shì’a che in arabo significa “fazione, partito” e indica coloro che, nelle lotte per la successione seguite alla morte di Maometto, appoggiarono Alì, cugino e genero del Profeta e quarto califfo delle origini, affermando che egli era il più meritevole di essere il capo (Imam) della comunità dei fedeli. Attribuiscono valore normativo al Corano, alla Sunna e alle parole e azioni dei loro Imam e il pellegrinaggio alle loro tombe è considerato, accanto al grande pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’islam. Credono che il Corano sia stato creato da Allah nella dimensione temporale (non eterno e increato); infine il carattere mistico della loro teologia ha favorito una maggiore sensibilità nei confronti della speculazione filosofica.

 

Gruppi scismatici

A parte le due denominazioni principali di cui sopra,  presentiamo brevemente qui di seguito solo alcuni tra i tanti gruppi o movimenti islamici scismatici, significativi per la storia in generale e per la Siria in particolare. Alcuni tra questi hanno dato vita a sette eretiche spirituali o diversificate, altri ( come i Wahabiti, ma anche i Balikiti, gli Ismailiti,i Kharijiti e gli antichi Assassini) a gruppi o movimenti fondamentalisti e violenti.

 

Alawiti

La setta di musulmani sciiti alla quale appartiene la famiglia del Presidente Assad, costituisce solo il 12% della popolazione siriana, ma domina nel governo e nelle Forze Armate. I componenti della setta, circa 400.000, vivono nella Siria nord-occidentale e nella regione libanese di Tripoli.

Muhammad Ibn Nussair al Namiri (morto nell'884), fondatore e teologo della setta sciita, sosteneva che al Hadi o al Naqi, decimo Imam (morto nel 868), fosse un'incarnazione dello Spirito Santo e rivendicò per sé la successione. I suoi adepti contestano la nomina dell'undicesimo Imam, Hasan al Askari, accettato invece dai duodecimami. La loro dottrina e i loro rituali presentano elementi extra islamici, circostanza che li pone lievemente al margine dell'Islam.

 

Assassini

Setta politico-religiosa di fanatici musulmani fondata nel 1090 in Persia. Il nome deriverebbe secondo alcuni dal hachisch con cui si drogavano gli adepti per compiere le loro missioni omicide e spesso anche suicide.  Furono attivi anche in Siria dove combatterono contro i Crociati. Distrutti dal sultano d’Egitto nel 1273, si rifugiarono ad Almut (Iran). Oggi vi fanno capo i Nizariti. (Lettura nel capitolo di questo libretto, nel capitolo “Esempi di letteratura”).

 

Baha’i

Movimento fondato da Bahà’ullàh (morto nel 1892), non è più un gruppo islamico, bensì una religione monoteista. In assenza di un Imam, ritengono che il loro fondatore sia il portavoce autorizzato (Bab) dell'Imam atteso. La loro dottrina pacifista ha per scopo l'unificazione politico-religiosa e la fusione delle razze. I Baha'i credono nella fraternità universale e nell'educazione permanente, tesa a realizzare l'avvento di un governo mondiale. Il primitivo messaggio messianico di impronta sciita si è trasformato, nel corso del tempo, e soprattutto a seguito del contatto con l'Occidente, in una dottrina spirituale di tipo umanista-liberale.

 

Balikiti

Sciiti , feroci persecutori della magia e dei maghi.

 

Drusi

Gruppo sorto in Egitto nell’XI secolo, originariamente musulmano.  Deriva dal nome dell’egiziano Muhammad ad-Darazi che ne fu propagatore. La setta, diretta in seguito da Hamza Ibn Ali, proclamò l’identificazione dell'Imam fatimide al-Hakim (996-1021) con la manifestazione dell'intelletto universale (Dio) e, secondo l'archetipo del messianesimo avventista sciita, ne attende il ritorno in qualità di Mahdi (guida spirituale della fine dei tempi). I Drusi furono oggetto in Egitto delle persecuzioni dei sunniti e questo li portò a cercare e trovare rifugio in Libano e nella Siria meridionale, dove risiedono tuttora, come pure in Israele, in Palestina e in Giordania. Ad oggi si contano circa 700.000 adepti della setta.

 

Hashimiti

Nome di due dinastie arabe, discendenti da Hashim ibn Abd Manaf, della tribù dei Qoreish, i quali, secondo la tradizione musulmana, erano custodi di Medina e della sacra Kaaba situata alla Mecca (regione dello Higiaz). Discendono dagli hashimiti i fondatori dell'Islam, ovvero Maometto, il genero Alì e lo zio paterno Abbas.

Nell'età moderna, la dinastia hashimita è quella regnante in Arabia dal 1916,  fondata da Hussein ibn Ali, sceriffo della Mecca, che si proclamò sovrano dell'Higiaz. Gli hashimiti sono stati scacciati dall’Arabia dai wahabiti, con l’aiuto dell’esercito saudita e sostenuti dagli inglesi, nel 1925: da allora vi regna la dinastia saudita. I figli di Hussein, Abd Allah ibn Hussein e Faisal I, furono riconosciuti dalla Gran Bretagna, il primo come emiro della Transgiordania e il secondo come sovrano dell'Iraq. L’attuale re Abd Allah II di Giordania (denominazione assunta dalla Transgiordania in seguito all'annessione della Cisgiordania nel 1950), salito al trono nel 1999, è nipote di Abd Allah e 42° e unico erede di Maometto: secondo alcuni avrebbe pieno diritto a rivendicare il titolo di guardiano della Mecca.  Faisal II, l’ultimo sovrano dell'Iraq, nipote di Faisal I, fu assassinato durante il colpo di stato del generale Karim Kassem del 1958.

 

Imamiti o Duodecimami

Corrente dell’islam sciita. Aderiscono alla Shi'a media e costituiscono la maggioranza tra gli sciiti (oltre 100 milioni di aderenti).

I Duodecimami chiudono la successione degli Imam al dodicesimo di essi, Muhammad al Mandi, scomparso nell'infanzia nell'874. Essi ritengono che egli non sia morto, ma che sia entrato in "occultamento";  lo chiamano Sahib al Zaman (signore del tempo) e ne attendono il ritorno come Mahdi per ristabilire la giustizia sulla terra. Lo sciismo duodecimamo è religione di stato in Iran dal XVI secolo, quando fu adottato dalla dinastia dei Safavidi, ed è diffuso anche in Libano, in Iraq, in Pakistan e in India.

 

 

Ismailiti o Settimami

Corrente dell’islam sciita. Poco prima della morte, nel 765, Ja'Far al Saddiq nominò quale suo successore Musa al Kazim, scartando per motivi oscuri Isma'Il, suo figlio primogenito. I sostenitori di Isma'Il fecero di quest'ultimo il loro settimo ed ultimo Imam (donde il termine ad essi applicato di Settimami), alla morte del quale si rifiutarono di credere. Isma'Il si sarebbe infatti nascosto per tornare un giorno come Mahdi a ristabilire la giustizia sulla terra. In tal modo, gli Ismailiti si separarono dai Duodecimami (o della Shi'a media) Gli Ismailiti si pongono l'obiettivo di rovesciare il Califfato sunnita, ai loro occhi illegittimo, e di sostituirvisi. L'ismailismo (cui aderiscono alcune centinaia di migliaia di musulmani che vivono in Siria, in Libano, in India, in Pakistan ed in Israele) ha generato molte sette scismatiche, tra cui quella dei Drusi, dei Nizariti, dei Mustaliani (detta della Shi'a estrema secondo la quale l'Imam è "colui che rappresenta la personificazione di Dio”).

 

Kharijiti

Il nome significa “uscenti”. In origine partigiani di Alì, lo abbandonarono allorché egli, in occasione della battaglia di Siffin (giugno 657), scese a patti con Mu’awiyya, fondatore degli Omayyadi (658). Sostenevano che la jihad era il sesto pilastro dell’islam e tacciavano di empio chi non li seguiva.

 

Nizariti

 Sono i seguaci di Nizar, figlio primogenito dell'ottavo califfo fatimida, al Mustansir (morto nel 1094), che è allo stesso tempo il loro diciottesimo Imam. Nel 1090, un proselita di al Mustansir, Hasan Ibn Sabbah (morto nel 1124) si impadronì della fortezza al Almut, in Persia, ove insediò l'organizzazione terroristica degli "assassini”. Questa comunità scomparve verso il XIII secolo e gli Ismailiti del ramo nizarita, dopo essersi nuovamente divisi in diverse fazioni (tra cui la setta dei Khodjas in India), fanno ora capo, per la maggior parte, all' Aghā Khān IV (nato nel 1936), che considerano il loro Imam.

 

 

Sufi       

Il Sufismo o Tasàwwuf è la forma di ricerca mistica tipica della cultura islamica. Il termine arabo "tasawwuf" deriverebbe dalla lana (in arabo sūf ) con cui erano intessuti gli umili panni dei primi mistici musulmani che per questo vennero chiamati "sufi", ma un'altra etimologia si rifà al vocabolo suffa, "portico" antistante la casa-moschea di Muhammad a Medina, sotto il quale si raccoglievano alcuni pii musulmani, ospitati volentieri dal Profeta per la loro povertà che s'accompagnava a un atteggiamento assai pio. Altri riconducono il termine all'arabo safā' (purezza) o si richiamano alla collocazione dei sufi 'in prima fila' ( saff al-awwal ) al cospetto di Dio.

Il Tasàwwuf è particolarmente diffuso nel sunnismo e assai meno nello sciismo. Ciò dipende essenzialmente dal fatto che, per conoscere Allah e la Sua volontà, lo sciismo può stabilmente contare sull'attiva opera dei suoi dotti che hanno acquistato un incontestabile profilo di tipo clericale; nell'Islam sunnita la totale mancanza di sacerdozio e di una classe di tipo clericale comporta una ricerca di Dio e della Sua volontà più personale e faticosa. Un metodo che - senza far trascurare lo studio della dottrina esoterica ufficiale - possa aprire la Via esoterica verso Dio. Vi sono stati tempi in cui, per manifestare l'ipocrisia imperante, i Sufi hanno dovuto proferire affermazioni iperboliche tali da poter suscitare una reazione, per questo alcuni, ma solo alcuni, sono stati tacciati di eresia. Notate ad esempio questi bei versi di Ibn l-'Arabi, contenuti nel "Tarjumân Al-Ashwâq":

 

Il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma
è un pascolo per le gazzelle,
un convento per i monaci cristiani
è un tempio per gli idoli,
è la Ka'ba del pellegrino
è le tavole della Torah,
è il libro del Sacro Corano.
Io seguo la Religione dell'amore,
quale mai sia la strada
che prende la sua carovana:
questo è mio credo e mia fede.

 

Wahabiti 

Movimento fondamentalista dell'islam nato nel XVIII secolo per opera di Mohammad ibn Abd al-Wahab che si proponeva di riportare con ogni mezzo l'Islam alla purezza originaria. Egli convertì alla sua dottrina un capo politico, Muhammad Ibn Sa'Ud, il cui figlio, 'Abd El-'Aziz, fu il fondatore del primo impero wahabita: il regno dell’Arabia Saudita, governato dalla dinastia dei Sa'Ud dal 1932. Gli Wahabiti sottolineano più delle altre correnti la necessità della jihad (guerra santa). Wahabiti sono gli attuali regnanti dell'Arabia Saudita e anche Osama Bin Laden (come pure il leader dei guerriglieri ceceni Shamil Basaev).

Il miliardario saudita Osama Bin Laden (sannita) è il capo del movimento paramilitare Al-Qaida nato come organizzazione di guerriglia al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, e aiutato e istruito per questo dagli USA. Dopo la caduta del regime sovietico, Bin Laden chiese al re dell’Arabia Saudita di appoggiare Al-Qaida per bloccare l’invasione irachena del Kuwait e impedire il conflitto. Il re rifiutò e dichiarò l’organizzazione fuori legge. Da allora Al-Qaida organizza attacchi terroristici nei confronti degli USA e dei paesi occidentali, anche se il suo obiettivo principale resta quello di abbattere i governi musulmani che, a suo dire, sarebbero complici dell’Occidente (Arabia Saudita, Pakistan, Egitto…).

Ora che una costola del wahabismo si è rivoltata contro la casa dei Saud, nel nome di Bin Laden, a Riyadh si cerca con difficoltà una via alla riforma wahabita. A ostacolarla non c’è solo la difficoltà di cambiare la mentalità degli ulema (dotti dell’islam) formati in un indottrinamento pluridecennale, ma anche il malcontento diffuso nel regno, che alimenta la fiducia in Bin Laden.

 

Zayditi 

Come i Drusi e gli Alawiti, anche gli Zayditi non sono più considerati musulmani dagli ortodossi. Il nome deriva da Zayn Ibn Li morto nel 740, bisnipote di Alì. Essi sono i soli a riconoscerlo come quinto Imam, mentre per gli altri Sciiti invece il quinto Imam è suo fratello, Mohammad al Baqir (morto nel 731). In teoria, essa lascia la designazione dell'Imam alla libera scelta della comunità, nella pratica ha sostenuto il diritto alla successione dei discendenti di Ali, della sua sposa Fatima (figlia del Profeta) e dei loro figli, Hasan ed Hussein. Per gli Zayditi, l'Imam è il depositario del sapere e deve far valere i propri diritti, impadronendosi del potere anche con le armi. La particolarità che distingue questa setta dalle altre fazioni sciite è il rifiuto della Taqiya, ossia dell'obbligo di dissimulare le proprie credenze, in caso di pericolo di vita per se stesso o per la comunità. Lo zaydismo conta almeno 6 milioni di aderenti ed è la religione ufficiale dello Yemen del Nord.

 

 

 

 

  

" La Elaha Ella Allah " (Non c'e' altro dio al di fuori di Dio)

 

 

Islam

(Alessandro Di Ludovico)

 

A dispetto di quanto certa informazione deviata tende ad affermare, la Siria non è mai stata un paese “islamico”, vale a dire che in epoca moderna non si è mai dichiarata uno stato che riconosce una propria religione ufficiale. La Repubblica Araba di Siria si definisce esplicitamente uno stato laico, ed ha un ordinamento che si rifà in parte agli ideali socialisti europei del XIX e del XX secolo, anche in materia di regolamentazione dei culti religiosi. Il paese offre, pertanto, limpidi esempi di coabitazione promiscua tra comunità religiose diverse. Viaggiando attraverso la Siria ci si può imbattere in esponenti di tutti i più diffusi culti monoteistici, e di diverse delle relative confessioni, nonché, ovviamente, nei loro luoghi di culto.

 

Il credo di gran lunga più diffuso in Siria è quello musulmano sunnita, ma abbastanza rappresentate sono le comunità di fedeli di dottrine sciite (alla setta alawita, una confessione sciita relativamente ristretta, appartengono, peraltro, l’intera famiglia del Presidente della Repubblica e gli esponenti di alcune delle principali cariche politiche) e cristiane (soprattutto ortodosse di rito greco e cattoliche). Meno numerosi, ma dalla presenza ben percettibile all’interno del tessuto sociale, sono soprattutto gli ebrei, i drusi (che dal punto di vista storico e della dottrina sono riconducibili nella vasta schiera dei musulmani in senso lato, ma che tendono a distinguersi sensibilmente dalla maggior parte di essi, soprattutto in merito a taluni stili di vita quotidiani) e i credenti di altre religioni o confessioni (zoroastriani, cristiani caldei...).

 

Considerata la mappa dei culti religiosi della Siria, ma soprattutto la storia culturale e sociale di questa terra, è utile, a mio avviso, informarsi soprattutto sull’Islam, anche solo nei suoi caratteri generali. Negli ultimi anni i mezzi di comunicazione parlano molto dell’Islam, e gli scaffali delle librerie si sono arricchiti di libri e riviste sull’argomento. Purtroppo, molte delle pubblicazioni relative al mondo musulmano e alla sua storia vengono spacciate per opere di specialisti, ma sono inquinate dall’interesse personale o di fazione, dall’impreparazione, dalla miopia, dal pregiudizio.

 

Un’ultima notazione: premesso che il concetto di “arabo”, che è un concetto linguistico, non va confuso con quello di “musulmano”, che è un concetto religioso, va tenuto presente che il Corano ha un valore letterario elevatissimo per gli arabi tutti. Oltre ad essere un testo religioso, per molto tempo tramandato solo oralmente (si noti che nella tradizione musulmana si indicano come “Le genti del Libro” gli Ebrei e i Cristiani, e significativamente nessun arabo, o musulmano, definirebbe il Corano come “libro”), esso è considerato dalle popolazioni di lingua araba la prima manifestazione concreta in lingua araba classica pura. Gli studiosi specialisti di ogni origine etnica o geografica conoscono e sono spesso molto affascinati dalla lingua araba di età pre-islamica, della quale restano alcune tracce scritte, tra cui bellissimi (e purtroppo per lo più frammentari) poemi. Molti dei testi arabi di età pre-islamica sono tuttavia di assai difficile interpretazione. La formalizzazione di una lingua araba classica avviene solo con la composizione religiosa e poetica che è comunemente nota con il nome di Corano (la Rivelazione, in quanto i musulmani ritengono che sia costituito di versi, parole, pensieri provenienti direttamente da Dio: si può dire che il profeta Muhammad ci metteva solo la propria bocca, quando cadeva in estasi). Il Corano, in qualità di somma espressione della lingua araba classica, è anche una miniera di forme grammaticali, metriche, sintattiche e ortografiche esemplari (quasi fosse un condensato di autori classici, in parte ricopre per l’arabo il ruolo delle opere di Shakespeare per la lingua inglese o di Manzoni e Dante per l’italiano...). Per queste ragioni, per molto tempo (almeno fino agli anni ’60-‘70) l’alfabetizzazione primaria e l’apprendimento della lingua classica (che è l’unica alla quale viene data e riconosciuta la forma scritta) era, nelle scuole elementari dei paesi di lingua araba, incentrata quasi esclusivamente sullo studio del Corano e sulla sua completa memorizzazione. Oltretutto, il Corano si trovava pressoché in ogni casa, per cui era facilmente accessibile a scolari di qualunque estrazione sociale.

 

Infine, per una corretta traduzione, si badi: la parola “Allah” significa letteralmente Iddio. Deriva da al-ilāh, che significa “il (al-) dio (ilāh)”, e in questa forma indica una divinità in senso generico (un dio di un culto politeistico, ad esempio), e corrisponde al sostantivo italiano “dio”, mentre nella famosa forma contratta - “Allah” - indica il dio del culto islamico, che, nell’idea dei musulmani, sarebbe lo stesso che prima di loro si era rivelato agli ebrei e ai cristiani, e corrisponde all’italiano “Dio”. Per queste ragioni, appare improprio tradurre un discorso di un musulmano non italiano mantenendo in originale soltanto la parola “Allah”: tale modo di fare, piuttosto frequente nella stampa, connota il termine di un’estraneità e di una esoticità superflue, talvolta ostili. In alcuni casi, sono gli stessi musulmani a non tradurre questo sostantivo divenuto nome proprio, per il fatto che il Corano, benché tradotto in molte lingue, è letto, salmodiato ed eventualmente imparato dai musulmani di tutto il mondo esclusivamente nella sua forma originale, dunque in lingua araba.

Qui di seguito mi permetto di consigliare alcuni volumi abbastanza accessibili scritti da autori di riconosciuto spessore culturale e di grande onestà intellettuale.

 

 

- Alessandro Bausani, L’Islam, Garzanti, diverse ristampe

(breve monografia dedicata al mondo dell’Islam, alla sua storia e alle sue istituzioni)

 

- Il Corano, a cura di Alessandro Bausani, BUR Rizzoli, diverse ristampe

(si tratta della meglio riuscita traduzione del Corano in lingua italiana, corredata di importanti annotazioni e di un’ampia introduzione di carattere storico-culturale; un prodotto editoriale che spicca ancora oggi nel panorama italiano)

 

- Bianca Maria Scarcia Amoretti, Il mondo musulmano. Quindici secoli di storia, Roma, Carocci, diverse ristampe

(lavoro di taglio storiografico e storico-culturale, piuttosto articolato e denso riguardo ai contenuti, sulla storia delle popolazioni e delle regioni che sono state direttamente interessate dal fenomeno della nascita della religione islamica, della sua diffusione e delle sue diversificazioni e trasformazioni concrete; benché non possa essere considerata un’opera riservata agli specialisti, si tratta di un lavoro abbastanza impegnativo, dal momento che complesso e impegnativo è anche l’oggetto trattato. L’autrice è una delle massime autorità nell’ambito della storia dell’Islam e delle sue dottrine)

 

- Anne-Marie Delcambre, Maometto. Il profeta e l’Islam, Milano, Electa Gallimard 1993

(libro un po’ datato e forse difficile da reperire, è un breve ed utile trattato sulla figura del profeta Muhammad e dei principi religiosi dell’Islam)

 

- Ira M. Lepidus, Storia delle società islamiche, Torino, Einaudi, 3 volumi, 1993-1995

(trattato esteso ed articolato sulla storia delle popolazioni musulmane scritto da una apprezzata specialista)

 

- Miguel A. Palacios, Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia, Milano, Est 1997 (diverse ristampe, precedenti e posteriori)

(ampio saggio in 4 parti, più appendici, pubblicato per la prima volta agli inizi del ‘900 e tradotto e ristampato in numerose edizioni; l’autore, noto studioso spagnolo, indaga l’intensità della presenza delle dottrine e di certe concezioni islamiche nell’opera del Sommo Poeta, ciò che all’epoca della sua prima edizione suscitò sorprese e polemiche, ma anche adesioni appassionate)

 

- Giorgio Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Torino, Einaudi 1996

(opera di un grande esperto di diritto musulmano, questo dinamico saggio ha un taglio storico e legale e illustra le problematiche principali relative alle fonti del diritto musulmano e ai principali istituti che storicamente si sono sviluppati al suo interno. Credo che la lettura di questo lavoro possa contribuire a demolire e smascherare criticamente l’accezione sommaria e degradante che troppo spesso il concetto di “sharìa” assume nei discorsi di politici e giornalisti di paesi di tradizione giuridica romana o anglosassone)

 

- William Montgomery Watt, Cristiani e Musulmani, Bologna, Il Mulino 1994

(scritto da un grande studioso dell’Islam che, oltre che accademico di fama, era anche un pastore della Chiesa Episcopale Scozzese, il libro offre una rapida ricognizione storica sui rapporti politici e culturali tra popolazioni musulmane e cristiane)

 

 

 

L’invito alla preghiera (Ezan)

 

Il musulmano credente viene invitato cinque volte al giorno alla preghiera dal muezzin: la preghiera del mattino (Giines), del mezzogiorno (Ugle), del pomeriggio (Ikùzdi), della sera (Aksam) e la preghiera dopo il tramonto (fatsi). La voce più o meno roca annuncia sempre la stessa cosa:

 

Allah è grande! (4 volte)                           Allahu ekber

lo testimonio che non c'è altro Dio             Eshedǘ en la ilahe

all'infuori di Allah (2 volte)                        ill Allah

lo testimonio che Maometto è il suo           Eshedǘ enne Muhammeden

inviato (2 volte)                                        resullulah

Accorrete alla preghiera! (2 volte col        Hay alassalat

viso rivolto a destra)

Accorrete alla fortuna! (2 volte col           Hay alafalah

viso rivolto a sinistra)

Allah è grande! (2 volte)                         Allahu ekber

Non c'è altro Dio all'infuori di Allah!      La ilahe ill Allah             .                       

 

 

 

CRISTIANI

 

 

ORTODOSSI E CATTOLICI IN SIRIA

(in base ai rispettivi riti)

 

Rito                           fede                          lingua                                    

 

ANTIOCHENO      siro-ortodossi           siriaco occidentale          100.000*                                

                                 siro-cattolici                                                     24.250

                                  maroniti (cattolici)                                          30.500

 

BIZANTINO           greco-ortodossi       arabo                              550.000**

                                  melchiti (cattolici)                                        150.000***

 

ARMENO                armeno-ortodossi   armeno classico           170.000

                                  armeno-cattolici                                           24.150

 

CALDEO                 assiri d’Oriente       siriano orientale             16.800

                                  caldei (cattolici)                                            10.000

 

LATINO                  cattolici                       arabo                            9.650

 

 

* Patriarca siro-ortodosso, sede a Damasco, Sua Santità Ignatius Zakka I Iwas.

** Patriarca greco-ortodosso, sede a Damasco, Sua Beatitudine Ignazio IV Hazim.

*** Patriarca greco-cattolico, sede a Damasco, Sua Eminenza Joseph Absi.

 

 

In Medio Oriente vi sono sette riti (in Italia abbiamo il rito latino e quello ambrosiano): i cinque riti presenti anche in Siria (vedi tabella sopra),  oltre al copto e all’etiopico. In un contesto come quello del Medio Oriente, dove vi è una pluralità di chiese, il rito è un tratto caratteristico che esprime l’identità specifica di ciascuna e testimonia la ricchezza specifica della loro storia. Diamo alcune brevi note sulle principali chiese, in ordine cronologico di nascita.

 

CHIESE ORTODOSSE

 

Chiesa Assira d’Oriente

Origine: dopo il concilio di Efeso (431). Considerata “nestoriana” dalle altre chiese, in quanto conservò la formulazione del dogma cristologico proposto da Nestorio (“Cristo è due persone – uomo e Dio – con una sola natura divina”). L’invasione mongola del secolo XIV annientò questa chiesa riducendola a poche comunità. Dopo le repressioni in Iraq del 1933 molti emigrarono negli Stati Uniti. Sede dei patriarcati: Morton Grove (Illinois Usa) e Baghdad (Iraq). Circa 360.000 aderenti.

 

Chiesa siro-ortodossa

Origine: dopo il concilio di Calcedonia (451: “Cristo è una persona sola con due nature, umana e divina”), essa preferì affermare, con Cirillo d’Alessandria, la natura unica incarnata del Verbo di Dio (Cristo vero Dio) e fu dunque considerata monofisita (una sola natura) dalle chiese calcedonesi. Organizzata dal vescovo di Emessa Giacomo Baradeo, venne comunemente denominata chiesa giacobita. Colpita dall’invasione mongola del secolo XIV, oggi si contano circa 474.000 fedeli; dipende inoltre da lei la chiesa siro-ortodossa malankarese, presente in India con oltre un milione di fedeli. Sede del patriarcato: Damasco (Siria).

 

Chiesa armena apostolica

Origine: inizio del IV secolo, con la conversione di Tridate III a opera di san Gregorio l’Illuminatore. All’inizio del VI secolo non aderì alla dottrina calcedonese del 451, accogliendo, con Cirillo d’Alessandria, la tesi dell’unica natura divina incarnata di Cristo. Fu così ritenuta monofisita dalle chiese calcedonesi. Sede dei patriarcati: Etchmiadzin (Armenia); Antelias (Libano); Gerusalemme; Istanbul. Vi aderiscono circa un milione di fedeli in Medio Oriente e altrettanti nella diaspora.

 

Chiesa copta ortodossa

Origine: dopo il Concilio di Calcedonia (451), nemmeno la chiesa copta aderì alla dottrina calcedonese del 451, accogliendo, con Cirillo d’Alessandria, la tesi dell’unica natura divina incarnata di Cristo e fu ritenuta monofisita dalle chiese calcedonesi. Sede del patriarcato: Il Cairo (Egitto). Non è presente in Siria, ma conta da 6.000.000 a 8.000.000 presenze per lo più in Egitto.

 

Chiesa greco-ortodossa in Medio Oriente (MO)

Origine: costituita in MO dalle gerarchie e dai fedeli che accettarono le definizioni del Concilio di Calcedonia (451); è separata dalla chiesa cattolica dal 1054 (scisma fra la chiesa d’Oriente e la chiesa d’Occidente). Sede dei patriarcati: Alessandria; Damasco; Gerusalemme; Istanbul. Oltre un milione di presenze in MO e 400.000 circa in diaspora.

 

 

 

 

CHIESE CATTOLICHE

 

Chiesa maronita

Origine: nel IV secolo un gruppo di discepoli si raccolse intorno a san Marone e fondò un monastero tra Antiochia e Aleppo. Strenui difensori della cristologia calcedonese, nell’VIII secolo monaci e fedeli si ritirano in Libano e si configurarono come chiesa autonoma. Nel 1182 (periodo crociato) confermarono la loro unione con la chiesa di Roma. E’ l’unica chiesa cattolica orientale che non nasce dal distacco da una chiesa ortodossa!  Sede del patriarcato: Bkérké (Libano). Presenze fra MO e diaspora, circa tre milioni.

 

Chiesa caldea

Origine: NEL 1552 per distacco dalla chiesa assira d’Oriente. Un gruppo di vescovi si oppose alla nomina per successione ereditaria del patriarca, ed elesse l’abate Yohannan Sullaqa come proprio patriarca; un anno dopo papa Giulio III consacrò vescovo l’abate eletto e lo proclamò patriarca di tutti i caldei. Sede del patriarcato: Baghdad (Iraq). Circa 650.000 aderenti.

 

Chiesa siro-cattolica

Origine: per distacco di fedeli e di clero dalla chiesa siro-ortodossa a partire dal secolo XVII; il primo patriarca siro-cattolico fu Andrea Abhigan nel 1662; dopo anni di vicissitudini in cui il patriarcato restò anche vacante, il patriarca Michele Jarweh si proclamò cattolico e nel 1781 si ritirò in Libano dove ha tuttora sede il patriarcato. Sede del patriarcato: Beirut (Libano). Circa 100.00 presenze in MO e poche migliaia in diaspora.

 

Chiesa armena cattolica

Origine: per distacco dal patriarcato armeno di Cilicia a partire dal secolo XVII. La costituzione della chiesa avvenne nel 1742, quando papa Benedetto XIV confermò come patriarca di Cilicia degli Armeni il vescovo Abraham Ardzivian, riconoscendogli giurisdizione su tutti gli armeni cattolici delle province meridionali dell’impero ottomano. Sede del patriarcato: Beirut (Libano). Circa 60.000 in MO e 100.000 in diaspora, fra cui il monastero di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, uno dei più importanti centri culturali armeni con rilevanza mondiale.

 

Chiesa copta cattolica

Origine: per distacco dalla chiesa copta ortodossa a partire dal secolo XVIII. Nel 1824 la Santa Sede eresse un patriarcato per i copti cattolici, ma solo nel 1899 papa Leone XIII nominò il primo patriarca nella persona di Cirillo II. La carica rimase vacante dal 1908 al 1947, quando fu eletto un nuovo patriarca a cui è seguita una successione regolare. Sede patriarcale: il Cairo Egitto). Circa 150.000 presenze.

Chiesa melchita

Origine: per distacco  dal patriarcato greco-ortodosso di Antiochia a partire dal secolo XVII. In seguito a una doppia elezione al patriarcato greco-ortodosso di antiochia avvenuto nel 1724, papa Benedetto XIII riconobbe uno dei due, il damasceno Cirillo, al quale fu conferito il pallio nel 1744 come segno di comunione con Roma. Così iniziò la chiesa orientale cattolica melchita che oggi conta circa 500.000 adepti in MO e altrettanti in diaspora. Sede del patriarcato: Damasco (Siria).

 

Chiesa latina in Medio Oriente

Origine: dopo una iniziale diffusione nel secolo XII in occasione delle Crociate, la chiesa latina ha avuto nuova espansione in MO tramite l’opera di missionari. Nel 1847 fu restaurato il patriarcato latino di Gerusalemme, con giurisdizione su giordania, Palestina, Israele e Cipro; gli altri cattolici latini in MO dipendono dai rispettivi vicari apostolici. Sede del patriarcato: Gerusalemme. Circa 90.000 presenze.

 

 

 

CHIESE PROTESTANTI

 

Le chiese e le varie denominazioni protestanti si sono diffuse in Medio Oriente a partire dal secolo XIX tramite l’opera di missionari europei e americani presso le comunità cristiane orientali. Attualmente sono presenti nel MO arabo circa undici diverse denominazioni protestanti che fanno parte del consiglio delle Chiese del Medio Oriente. Si tratta delle chiese episcopali evangeliche, della chiesa luterana, della chiesa presbiteriana e di cinque altre diverse chiese evangeliche del MO. Alle chiese costituite si devono aggiungere i nuovi movimenti di matrice evangelica. Circa 80.000 presenze.

 

 

 

 

 

 

 

Cristianesimo in Siria”

(Articolo tratto dall’Opera Missionaria Paolina)

La storia biblica inizia nella valle dell’Eufrate. La Mezzaluna è sempre stata una delle zone più fiorenti del Vicino Oriente. In senso stretto con terre bibliche vengono indicati i territori siro-palestinesi, la terra di Canaan, la terra di Abramo. Un viaggio in Siria significa entrare a contatto con la memoria di culture millenarie, tornare alle origini della storia biblica, seguire il percorso della Storia Sacra nei suoi indimenticabili paesaggi, nelle sue città millenarie e nei suoi monasteri. per poi penetrare nel cuore del cristianesimo del I e del II secolo. Fu questa, infatti, la terra della prima evangelizzazione; quando Gesù era ancora vivente, ci racconta Matteo, “la sua fama si sparse in tutta la Siria”. Le prime comunità cristiane nell’allora terra di Fenicia, nelle città di Damasco e di Antiochia, si svilupparono al tempo delle prime persecuzioni, quando i cristiani furono costretti a lasciare la Palestina. La comunità di Damasco fu fondata dagli ellenisti: originariamente ebrei della diaspora che avevano adottato la lingua e la cultura greche e si erano poi convertiti al cristianesimo. Sulla via di Damasco avvenne la conversione di Paolo di Tarso, e la città conserva ancora molti segni del suo passaggio. La Siria rappresenta il primo nucleo di irradiazione missionaria; qui fiorì la prima forma di missio ad gentes, fu in questa terra, infatti, che il cristianesimo entrò a contatto con le altre religioni; fu proprio in questa zona che, per la prima volta, i discepoli di Gesù furono indicati come cristiani (At 11,26). Molti testi dell’antichità, e lo stesso Vangelo di Matteo, fanno riferimento alle prime difficoltà del cristianesimo a contatto con il pluralismo religioso. La scuola teologica che si sviluppò in Siria era caratterizzata da una profonda vivacità di pensiero e da un forte anelito di ricerca. Anche la vita ecclesiale era molto intensa ed numerosi erano gli studiosi che circolavano per le strade delle sue città.

Esistono testi antichissimi che attestano l’importanza della terra siriana e dei suoi monasteri per il primo cristianesimo: le Odi di Salomone, ad esempio, poemi liturgici simili agli inni dei rotoli di Qumran, la Didaché, che ha come oggetto il tema delle due vie, e le Lettere di Sant’Ignazio martire, vescovo di Antiochia tra il I ed il II sec. In questi scritti prevale un aspetto particolare dell’insegnamento del cristianesimo nei monasteri siriani: una rigorosa disciplina ascetica, una forte attenzione per la trascendenza ed un profondo senso del mistero di Dio.

Anche il monachesimo in Siria presenta dei caratteri propri: sulla vita di comunità prevaleva la vita eremitica; la più celebre figura di questo genere di contemplazione è rappresentata da San Simeone, lo Stilita, che passò gran parte della sua vita di contemplazione sulla colonna, attorno alla quale è poi sorta la chiesa. In Siria fiorirono i generi più originali di vita monastica ed eremitica: attraverso una vita ascetica ed una ferrea disciplina si ricercava il rapporto con Dio.  Si trattava di monaci che erano alla continua ricerca di una vita di autenticità e verità, si dedicavano alla contemplazione, ma anche al servizio e all’apostolato.

 

 

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ALCUNI ESEMPI DI TESTI ANTICHI DELLA CHIESA SIRIANA

 

Ignazio di Antiochia († 107)

 

Fu un vescovo dell'Asia Minore dell'inizio del II secolo. È venerato come santo dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica, ed è annoverato fra i Padri della Chiesa. Fu il secondo successore di Pietro come vescovo di Antiochia di Siria, cioè della terza città per grandezza del mondo antico mediterraneo.

Sotto la persecuzione (98-117) dell'imperatore Traiano fu imprigionato, condotto a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati, e ivi morì martire nel 107 divorato dalle fiere.

Le sue lettere esprimono calde parole d’amore a Cristo e alla Chiesa. Appaiono per la prima volta le espressioni "Chiesa cattolica" e "cristianesimo", che sono ritenuti neologismi creati da lui. La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 17 ottobre, quella ortodossa il 20 dicembre.

 

 

Imitare la passione del Cristo

 VI,1. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. 2. Perdonatevi fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. 3. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime. (Rm 6-7)

 

 

ODI DI SALOMONE

 

Le “Odi di Salomone” sono un apocrifo dell'Antico Testamento, ma scritti probabilmente verso la fine del I secolo d.C. in ambiente cristiano. Ci sono pervenuti in greco forse su un prototesto siriaco perduto. Si tratta di 42 brevi componimenti poetici appartenenti alla tradizione della Chiesa siriana.

 

Il Signore senza gelosia,

si è fatto conoscere a me

nella sua semplicità.

Nella sua benevolenza

fece piccola

la sua grandezza.

Divenne come me

perché io lo accolga;

nell’aspetto fu considerato come me

perché io lo rivesta.

Non mi sono spaventato al vederlo

perché lui è misericordioso!

È diventato come me

perché lo possa comprendere,

prese la mia figura

perché non mi distolga da lui.

(Odi di Salomone, 7,3-6)

 

 

 

 

DIDACHÈ - DOTTRINA DEI DODICI APOSTOLI

 

La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano di autore sconosciuto, rinvenuto nel 1873 in un manoscritto gerosolimitano. Probabilmente scritto in Siria nel I secolo, sarebbe contemporaneo ai libri del Nuovo Testamento. La Chiesa Cattolica Romana lo inserisce nella collezione dei Padri Apostolici, mentre  la Chiesa Etiope Ortodossa lo accetta come testo canonico.

Capitolo 1

1. Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie.

2. Ora questa è la via della vita: innanzi tutto amerai Dio che ti ha creato, poi il tuo prossimo come te stesso; e tutto quello che non vorresti fosse fatto a te, anche tu non farlo agli altri.

3. Ecco pertanto l'insegnamento che deriva da queste parole: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici; digiunate per quelli che vi perseguitano; perché qual merito avete se amate quelli che vi amano? Forse che gli stessi gentili non fanno altrettanto? Voi invece amate quelli che vi odiano e non avrete nemici.

4. Astieniti dai desideri della carne. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra e sarai perfetto; se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu prosegui con lui per due. Se uno porta via il tuo mantello, dagli anche la tunica. Se uno ti prende ciò che è tuo, non ridomandarlo, perché non ne hai la facoltà.

5. A chiunque ti chiede, da' senza pretendere la restituzione, perché il Padre vuole che tutti siano fatti partecipi dei suoi doni. Beato colui che dà secondo il comandamento, perché è irreprensibile. Stia in guardia colui che riceve, perché se uno riceve per bisogno sarà senza colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere conto del motivo e dello scopo per cui ha ricevuto. Trattenuto in carcere, dovrà rispondere delle proprie azioni e non sarà liberato di lì fino a quando non avrà restituito fino all'ultimo centesimo.

6. E a questo riguardo è pure stato detto: «Si bagni di sudore l'elemosina nelle tue mani, finché tu sappia a chi la devi fare».

 

 

 

IL DIATESSÀRON DI TAZIANO

 

Apologeta del II secolo nato in Siria, prima allievo di San Giustino Martire, poi eretico della setta gnostica degli Encratiti.

Noto per aver composto il Diatessàron, un tentativo di armonizzazione dei quattro Vangeli consistente in un continuum narrativo degli eventi principali della vita di Gesù (denominato in siriaco mehialletie, che significa “i [Vangeli] Mescolati”. Di questa opera esistono solo alcuni frammenti in siriaco ma Sant'Efrem di Siria ne fa una ricostruzione abbastanza fedele in un suo commentario, il cui testo in siriaco è andato perduto, ma che esiste in una versione armena. Oltre al Diatessàron la Chiesa sira ha conosciuto sin dai primordi i quattro Vangeli nella forma a noi abituale, denominati mep-arreše, cioè “i [Vangeli] Separati” o “Vecchia Siriaca”, composti agli inizi del III secolo sotto una forte influenza del Diatessàron di Taziano, con lezioni varianti, di cui ci restano poche testimonianze.

 

 

 

Teofilo di Antiochia

 

Teofilo, venerato come Santo dalla Chiesa cattolica, fu il sesto vescovo di Antiochia tra il II ed il III secolo, sotto il regno dell'imperatore Marco Aurelio.

Scrittore apologeta, si pone nella questione cristologica e trinitaria dell'epoca identificando Gesù con il Logos (ossia il Verbo, la Parola di Dio, di cui Gesù sarebbe Incarnazione), riprendendo il prologo del Vangelo di Giovanni  e rifacendosi allo stoicismo, unendo così le culture ebraica ed ellenistica.

 

Dalla creazione al Creatore

“Considera, o uomo, le opere di Dio: l’avvicendarsi periodico delle stagioni, i mutamenti dell’atmosfera, la precisione del corso delle stelle, l’armonico alternarsi dei giorni e delle notti, dei mesi e degli anni; la ridente varietà dei semi, delle piante e dei frutti; le differenti specie di animali: quadrupedi, volatili, rettili, gli animali acquatici, sia fluviali che marini e l’istinto dato loro di generare e allevare la prole, non già per proprio vantaggio ma per essere a disposizione dell’uomo.

Rifletti poi sulla provvidenza che Dio manifesta preparando ad ogni vivente il suo nutrimento e sull’ossequio che egli ha ordinato a tutti di presentare all’uomo, sullo scorrere di dolci sorgenti e di fiumi e sul dono opportuno delle rugiade, dei temporali, delle piogge. Contempla i diversi movimenti dei corpi celesti: Lucifero che sorge a oriente per annunciare l’arrivo dell’astro perfetto; la congiunzione della Pleiade con Orione; la costellazione di Arturo e l’itinerario degli altri astri descritti nel cielo circolare ai quali tutti la molteplice sapienza di Dio ha dato un nome.


Questi è quell’unico Dio che ha creato la luce dalle tenebre, che ha creato i recessi del vento (Sal 46; Gb 9,9), i serbatoi dell’abisso e i confini del mare, i ripostigli della neve e della grandine: che raduna le acque nei serbatoi dell’abisso e le tenebre nei loro nascondigli; che fa uscire dalle sue riserve la soave, amabile e giocondissima luce; che fa salire le nuvole dall’estremità della terra, moltiplica le folgori per far piovere (Sal 134,7), suscita il terrore con il tuono, preannuncia con la folgore il fragore del tuono affinché l’anima, improvvisamente turbata, non venga meno.

Anzi, è Dio stesso a temperare la forza del fulmine che erompe dal cielo affinché non bruci la terra; infatti, se ad esso fosse lasciata intatta la sua violenza, la terra ne sarebbe arsa, e così pure il tuono sconvolgerebbe ciò che si trova su di essa.


Questo, mio Dio, Signore di tutte le cose, è colui che ha disteso il cielo e ha stabilito l’ampiezza della terra; che ha sconvolto le profondità del mare e suscitato il frastuono delle sue onde (Sal 64,8); colui che domina con la sua autorità e mitiga la violenza dei flutti (Sal 88,10); colui che ha fondato la terra sopra le acque ed elargisce lo spirito per mantenerla in vita; colui il cui soffio vivifica tutte le cose: se egli lo trattenesse presso di sé quest’universo si annienterebbe […].

(Ad Autolico, 1,5-7)

 

 

 

 

 

Sant’Efrem il siro (Nisibi, 306 – Edessa9 giugno 373)

 

Efrem il SiroFu  il più importante dei Padri siriaci e il massimo poeta dell’era patristica. Autore di inni in lingua siriaca, visse buona parte della vita nella città natale, fu esiliato a Edessa nel 363 dove morì.

Viene venerato come santo dai cristiani del mondo intero, ma in particolare dalla Chiesa cattolica sira. Efrem ha scritto moltissimi inni, poesie e omelie in versi e commentari biblici in prosa. Furono così famosi e apprezzati che venivano persino usati nella liturgia come testi di scrittura ispirata. Per secoli dopo la sua morte, autori cristiani scrissero centinaia di opere pseudo-epigrafiche su di lui. Gli scritti di Efrem testimoniano una fede cristiana ancora primitiva ma vibrante, poco influenzata dal pensiero occidentale e più vicina al modo di pensare orientale.

 

 

 

 

Preghiera per gli anziani

Signore Gesù Cristo,

che hai potere sulla vita e sulla morte,

tu conosci ciò che è segreto e nascosto,

i pensieri e i sentimenti non ti sono velati.

Guarisci i miei raggiri e il male fatto nella mia vita.

Ecco, la mia vita declina di giorno in giorno,

ma i miei peccati crescono.

Signore, Dio delle anime e dei corpi,

tu conosci l'estrema fragilità

della mia anima e del mio corpo,

concedimi forza nella mia debolezza,

sostienimi nella mia miseria.

Dammi un animo grato:

che mi ricordi sempre dei tuoi benefici,

non ricordare i miei numerosi peccati,

perdona tutti i miei tradimenti.

Signore, non disdegnare questa preghiera,

la preghiera di questo misero.

Conservami la tua grazia fino alla fine,

custodiscimi come per il passato. Amen.

 

Inno "Sulla Perla" 1, 2-3

"Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perché essa è tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,
che è indivisibile"

(Inno "Sulla Perla" 1, 2-3).

 

Aafrate il Saggio

 

Uno dei personaggi più importanti e allo stesso tempo più enigmatici del cristianesimo siriaco del IV secolo. La comunità ecclesiale in cui si trovò a vivere era una comunità che cercava di restare fedele alla tradizione giudeo-cristiana, di cui si sentiva figlia. Essa manteneva perciò uno stretto rapporto con il mondo ebraico e con i suoi Libri sacri. Significativamente Afraate si definisce "discepolo della Sacra Scrittura" dell’Antico e del Nuovo Testamento (Esposizione 22,26), che considera sua unica fonte di ispirazione, ricorrendovi in modo così abbondante da farne il centro della sua riflessione.Fu a capo di un monastero e infine fu consacrato vescovo.

 

La preghiera

"Da’ sollievo agli affranti, visita i malati,
sii sollecito verso i poveri: questa è la preghiera.
La preghiera è buona, se le sue opere sono belle.
La preghiera è accetta quando dà sollievo al prossimo.
La preghiera è ascoltata quando in essa si trova anche il perdono delle offese.
La preghiera è forte quando è piena della forza di Dio"

(Esposizione 4,14-16).


 

 

LA PESCHITTA

 

Nel 423 il vescovo Teodoreto ordinò la distruzione delle copie esistenti del Diatessàron di Taziano, scegliendo di adottare quattro vangeli separati, come avveniva per tutte le altre chiese cristiane. Rielaborando i materiali delle altre traduzioni (la “Vecchia Siriaca”) fu composto un testo unico dell’Antico e del Nuovo Testamento denominato “Peshitta” (“comune” o “semplice”), a opera, secondo la tradizione, di Rabbuia, vescovo di Emessa, morto nel 435. Essa costituisce tuttora la versione di riferimento delle chiese orientali di lingua siriaca.

 

 

 

Romano il Melode (V - VI secolo, Emesa - 555 ca)

 

Fu il maggior poeta religioso bizantino e a lui si deve il perfezionamento del contacio, (omelia lirico-drammatica, con la struttura di un inno diviso in stanze e accompagnato dalla melodia). La Chiesa cattolica lo venera come santo, celebrandone la festa il 1 ottobre. Nacque a Emesa in Siria da una famiglia di religione ebraica, si convertì al cristianesimo e si trasferì a Costantinopoli dove assunse l'incarico di diacono.

 

 

 

 

 

 

Madre di Dio

Ponete fine ai lamenti!
Io mi farò vostra avvocata
presso mio Figlio.
Non più tristezza,
perché ho messo al mondo la gioia.
Sono venuta alla luce
per rovesciare
il regno del
dolore,
io, piena di grazia...
Mettete dunque freno alle lacrime,
accettate me
come vostra mediatrice
presso colui che è nato da me,
perché l'autore della gioia
è lo stesso Dio generato dall'eterno.
Non vi tormentate più,
eliminate ogni paura:
andrò io, piena di grazia,
da lui a parlargli!

 

 

Romano Damasceno (Damasco650 circa – Laura di San Saba749 circa)

Giovanni Damasceno

Di famiglia araba, di fede cristiana è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Famoso teologo, la sua opera più ricordata è il De Fide Orthodoxa, dove, da devoto della Madonna, sostiene la verginità della stessa sant'Anna, madre di Maria  Le famose icone della "Vergine delle tre mani" (Tricherusa), con tre mani che escono dal manto, derivano da una leggenda che lo riguarda.

“Nel cuore della Siria, sotto il regno della dinastia degli Omayyadi, il santo si oppose fermamente al furore iconoclasta che scuoteva il mondo bizantino. L'imperatore Leone III Isaurico, per contrastare la sua lotta in difesa del culto delle immagini, gli istigò contro il califfo di Damasco, facendogli pervenire una lettera falsificata, nella quale Giovanni Damasceno incitava l’imperatore a conquistare la Siria; allora il califfo gli fece tagliare la mano destra. Giovanni trascorse tutta la notte in preghiera e promise a Dio che, se la mano gli fosse stata restituita, avrebbe continuato a lottare in difesa delle icone. Miracolosamente guarito, compose l'inno "In te si rallegra" e, in segno di riconoscenza, fece aggiungere una mano votiva nella parte inferiore dell’icona: sarebbe appunto questa il prototipo della Tricherusa. Questo culto si diffuse presto anche in Russia, ricevendo un’interpretazione allegorica: la terza mano è la mano soccorritrice della Madre di Dio che sempre aiuta il fedele, così come miracolosamente aiutò il suppliziato.

 

 Madre di Dio  dalle tre mani

In te si rallegra,

o Piena di grazia, ogni creatura,

l’assemblea degli angeli

e il genere umano;

o Tempio santificato,

Paradiso spirituale,

Gloria verginale:

da Te ha preso carne

e si è fatto bambino

Colui che è il nostro Dio

da prima dei secoli.

Del tuo seno Egli ha fatto il suo trono

e l’ha reso più vasto dei cieli.

In te si rallegra,                                   

o Piena di grazia, ogni creatura.                       

Gloria a te!                                                                                                                                                                                                                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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VARIE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciotole e ollette potorie dal pozzo di età medio assira

 

 

 

 

 

 

 

IL QUADRATO MAGICO

 

(4 esemplari a Dura Europos)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quadrato magico del SATOR è la più famosa struttura palindroma che da secoli ha attratto gli studiosi a causa del suo innegabile fascino. Si tratta, sostanzialmente, in una frase in lingua latina (SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS) che può essere letta in entrambi i sensi, come ve ne sono tante altre. La sua singolare caratteristica, però, è che, essendo formata da cinque parole di cinque lettere ciascuna, è possibile iscrivere la stessa frase in un quadrato di 5 x 5 caselle all'interno del quale la frase può essere letta in quattro direzioni possibili: da sinistra verso destra, e viceversa, oppure dall'alto verso il basso, e viceversa.

 

Inizialmente si credette che il Quadrato fosse un'invenzione medievale, perché tutti i ritrovamenti fino ad allora effettuati non erano databili prima del IX secolo.  Il significato letterale della frase (traducendo la misteriosa parola “arepo” dal celtico àrepos con “carro”) potrebbe dunque essere: «Il seminatore Arepo tiene tra le mani le sue opere»; oppure: «Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote»; o ancora:  «Iddio (SATOR, il creatore) - domina e regge (TENET) - le opere del creato (ROTAS OPERA) e quanto la terra produce (AREPO, aratro).

Proviamo a scrivere le cinque parole una di seguito all'altra.
Scopriamo che formano una frase palindroma, che, cioè, può essere letta anche in senso inverso.

S A T O R A R E P O T E N E T O P E R A R O T A S

Il seguente disegno illustra spiritosamente questa proprietà:



 

 

 

 

 

 

 

Il seminatore Arepo tiene tra le mani le sue opere.

 

Ma nel 1868 uno scavo archeologico tra le rovine dell'antica città romana di Corinium (oggi Cirencester, nel Gloucestershire, in Inghilterra) rivelò la curiosa iscrizione sull'intonaco di una casa databile al III sec. d.C. In tale frammento, oggi conservato al museo archeologico della stessa città, il Quadrato appare nella sua versione speculare, che inizia con la parola ROTAS .

Un'ulteriore scoperta, avvenuta nella città siriana di Dura-Europos, sull'Eufrate, antica colonia romana (300-256 a.C.) fece riflettere i ricercatori. Anche qui furono ritrovati quattro esemplari del Quadrato Magico, tutti nella versione speculare, databili attorno al 200-220 dell'era Cristiana.

 

Alla luce di questi ritrovamenti, l’ipotesi più condivisa è che si tratti di una cruces dissimulatae, una raffigurazione cifrata dei primi cristiani per poter adorare la croce in segreto: le due parole TENET, infatti, disegnano al centro del quadrato un croce perfetta, centrata sull'unica lettera N. Inoltre le 25 lettere del quadrato possono essere disposte in modo da formare le parole A-PATERNOSTER-O. La A e la O, corrispondenti latine dell'Alfa e dell'Omega greci, significherebbero allora il principio e la fine di tutte le cose. Se si legge il quadrato a serpentina si ha: sator opera tenet - tenet opera sator  (il seminatore possiede le opere, ovvero «Dio è il Signore del creato»).

 

 

 

 

CUCINA  E BEVANDE

(a cura di Alessandro Di Lorenzo)

 

Un consiglio che mi sento di dare, è di informarsi anche sulla ricchissima e ottima cucina siriana, argomento del quale sono un esperto consumatore, ma scarsamente preparato a livello teorico e pratico. Di seguito faccio una breve e un po’ imprecisa descrizione di qualche piatto tipico.

  

Hommòs: salsa a base di ceci, di solito usata come antipasto.

 Buràk: formaggio tipico avvolto in pastella e fritto.

 Fàtteh: piatto a base di tahina (salsa di sesamo) che presenta diverse varianti (con i ceci, con il pane fritto...).

 Tahìna: salsa a base di farina di sesamo, usata spesso da sola, o come componente principale per altre salse, come l’hommos.

 Bàba Ganùš: salsa a base di melanzane usata spesso negli antipasti.

 Fattùš: insalata di lattuga, pomodori, spezie e pane fritto.

 Šiš Taùk: sorta di spiedini di carne di tacchino arrostiti sulla brace.

 Kebàb: carne di montone macinata e arrostita alla brace in sorte di lunghe salsicce appositamente preparate (talvolta aromatizzate con menta o altri odori caratteristici della cucina siriana).

 Šiš Kebàb: lo stesso che lo šiš tauk, ma fatto con carne di montone.

 Šanklìš: formaggio molto morbido che assume la forma di palline più o meno grandi; si vende anche sott’olio, in barattoli, ed ha un sapore delicato arricchito da una sorta di muffa scura che riveste esternamente le porzioni.

 Muhàmmara: salsa speziata a base di peperoncino e paprika, ma di solito non molto piccante.

 Làban: yogurt che accompagna i cibi salati (è spesso aggiunto allo šawarma), ma che viene di frequente mangiato anche soltanto con il pane.

 Šawàrma: spesso confuso con il kebab, è il caratteristico e ormai diffusissimo “panino” a base di carne e di origine turca; può essere preparato e condito in molti modi, e le “tradizioni” in tal senso possono essere piuttosto diverse a seconda delle località.

 Felafel: frittelle di ceci che possono essere mangiate da sole, tritate e avvolte nel pane o accompagnate da qualche salsa.

 ‘ayràn: sorta di yogurt che viene di solito bevuto (si vende anche in pratiche bottigliette) e si accompagna molto bene con i piatti di carne.

 Kèbbeh: sorta di polpetta di carne macinata cucinata in diversi modi. Può essere aromatizzato con pinoli, impanato e arrostito (kèbbeh mešwìyyeh), fritto (kèbbeh maqlìyyeh), macerato nel limone e nell’olio e servito crudo (kèbbeh nìyyeh) etc.

  

Di Damasco è assai famoso un tipo di gelato prodotto con un metodo artigianale piuttosto antico, che consiste nel pestare in grossi mortai la pasta fredda del gelato (che acquisisce quasi la consistenza di un tessuto) con un grosso pestello di legno, in modo da farle mantenere una temperatura molto bassa (non conosco, sinceramente, il principio fisico relativo, ma effettivamente è ciò che accade). Anche ad Aleppo la tradizione del gelato è antica e prestigiosa, ma le modalità di preparazione sono più simili a quelle tradizionali italiane (la rivalità tra le due principali città della Siria è molto accesa, in termini di tradizioni storiche, culturali e culinarie...). Inoltre, entrambe le metropoli hanno una ricca tradizione dolciaria, soprattutto a base di cioccolata e pasta di mandorle nel caso di Aleppo, di frutta secca nel caso di Damasco.

 

Della regione settentrionale sono, infine, famosi i pistacchi e le olive (dalle quali si ricava l’olio d’oliva e un sapone famoso in tutto il mondo).

 

Alcolici:

In Siria e in Libano si produce un vino che difficilmente viene apprezzato da un palato italiano. La birra siriana, invece, trova non di rado degli estimatori stranieri, anche per via della sua levità. Tra i superalcolici, vanno ricordati lo ‘araq (a base di anice), preferibilmente bevuto molto freddo e con aggiunta di acqua e ghiaccio, e lo ‘anbariyyeh, liquore dolce ma forte aromatizzato con frutta o menta. Di entrambi è consigliabile fare attenzione alle numerose versioni scadenti.

 

 

 

 

 

 

GIORDANIA

 

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Giordania

Giordania - Bandiera

 

 

Giordania - Stemma

(dettagli)

 

 

 

Motto: Iddio, la Patria, il Re

Informazioni

Nome completo:

Regno Hascemita di Giordania

Nome ufficiale:

المملكة الأردنية الهاشمية

Lingua ufficiale:

arabo

Capitale:

Amman  (1.200.000 ab. /  )

Politica

Governo:

Monarchia costituzionale

Capo di stato:

Re ʿAbd Allāh II di Giordania

Capo di governo:

Faysal al-Fayez

Indipendenza:

Dal Regno Unito nel 1946

Ingresso nell'ONU:

Dal 14 dicembre 1955

Superficie

Totale:

92.300 km²  (110º)

 % delle acque:

0,01 %

Popolazione

Totale (2004):

5.103.639 ab.  (107º)

Densità:

48 ab./km²  

Geografia

Continente:

Asia

Fuso orario:

UTC +2

Economia

Valuta:

Dinaro giordano

PIL (PPA)  (2005):

27.960 milioni di $  (97º)

PIL procapite (PPA)  (2005):

5.096 $  (103º)

ISU  (2005):

0,773 (medio)  (86º)

Energia:

 

Varie

TLD:

.jo

Prefisso tel.:

+962

Sigla autom.:

HKJ

Inno nazionale:

Al-salām al-malik al-urdunnī (Salute al re di Giordania)

Festa nazionale:

25 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUOGHI CHE VISITEREMO

IN GIORDANIA

 

 

 

 

 

 

Giordano Il fiume fa da confine con Israele ed è l'unica vera risorsa d'acqua superficiale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                       Giordano. Il fiume fa da confine con Israele

                    ed è l'unica vera risorsa d'acqua superficiale.

 

 

 

 

 

 

 

11° giorno

 

 

ESTENSIONE IN GIORDANIA   

 

Jerash

Dopo la visita di Bosra (vedi 11° giorno Siria), partenza per il confine con la Giordania e visita all’antica “Gerasa”, fondata tra il IV e il V secolo a.C., in prossimità del fiume Jerash, sul sito di un antico insediamento occupato già nel Neolitico e nell’età del Bronzo. Conosciuta in epoca seleucide come “Antiochia sul fiume d’Oro”, fu conquistata nell’84 a.C da Alessandro Ianneo, ma pochi anni dopo, nel 63 a.C. Pompeo le rese l’indipendenza e la fece entrare nella Lega delle Decapoli. Iniziò così un periodo aureo durante il quale la città si arricchì di teatri, templi e strutture religiose e secolari tipiche delle città greco-romane. La ricchezza della città era dovuta alla fertilità del terreno, all’abbondanza delle acque e anche agli scambi commerciali con i nabatei. Il periodo di prosperità continuò fino al III secolo d.C., quando Gerasa divenne colonia romana e le rotte commerciali si spostarono verso il mare. Durante il periodo bizantino molti templi furono abbattuti o trasformati in chiese. L’arrivo dei persiani sasanidi (614), poi degli arabi musulmani (638) e infine violente scosse sismiche verso la metà dell’VIII secolo ne decretarono un lento declino; dopo un lungo periodo di abbandono, la città tornò a vivere con l’arrivo dei circassi sunniti (profughi dalle regioni caucasiche della Russia) cui gli ottomani diedero nel 1886 una nuova patria.

Gli scavi archeologici, iniziati nel 1925, hanno portato alla luce una piccola parte della ricchezza del sito davvero straordinario per i colori delle pietre e l’eleganza dei templi e dei teatri.

Dalla “Porta sud” si entra in una delle più straordinarie costruzioni di Jerash: la “piazza ovale” che conduce al “Tempio di Zeus” ubicato su un’altura dove in precedenza si trovava un luogo di culto risalente all’età del Ferro.. La costruzione attuale risale al 162-163 d.C. che si aggiunse a un tempio romano del secolo precedente. Poco lontano si trova il più grande dei teatri della città, il “Teatro sud”, oggi utilizzato per  le manifestazioni del Festival internazionale di Jerash. Il monumento più famoso della città è il “Tempio di Artemide” dedicato alla dea della caccia (Diana  per i romani), caratterizzato da raffinate colonne corinzie alte 12 m. Di particolare impatto è anche il “Cardo maximus” costruito nella seconda metà del I secolo d.C., con il suo scenografico e maestoso colonnato e una scalinata monumentale (i “propilei”) che conduceva al tempio di Artemide, formata da sette rampe di sette gradini ognuna, disposte in modo da formare una sorta di illusione ottica: guardando la scalinata dal basso sembra che non ci siano interruzioni tra le rampe, mentre se si guarda dall’alto appare una piattaforma senza alcun gradino. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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12° giorno

 

Petra

 

Unica al mondo per la sua bellezza e per le vestigia di varie epoche, nota come “città rosa” per le sfumature delle sue rocce, Petra è uno dei siti più noti del Vicino Oriente. Il suo parco nazionale di circa 160 km 2è entrato a fa parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1985.

Attorno al secolo XIII a.C. fu abitata dagli edomiti, che l’Antico Testamento chiama “figli di Esaù”: essi impedirono agli israeliti di passare attraverso i loro terreni per raggiungere la Terra Promessa e da allora vi furono conflitti fra i due popoli. Durante il regno di David gli israeliti si impossessarono delle terre di Edom, ma gli edomiti riacquistarono poco dopo l’indipendenza delle proprie terre. Anche Alessandro Magno tentò di conquistarla, ma senza successo (312 a.C.). Nel IV secolo a.C un popolo semitico nomade originario della penisola arabica, i nabatei, si impossessò dei territori edomiti e si arroccò a Petra (in greco Sela che significa “roccia” da cui probabilmente il suo nome) che ne divenne la capitale; poco dopo i nabatei diventarono i padroni incontrastati delle vie carovaniere dalla Transgiordania al deserto del Neghev fino al mar Rosso. Furono i nabatei a dare a Petra un grande sviluppo con il commercio della mirra, dell’incenso e delle spezie, sfruttando la posizione strategica della città alla crocevia delle strade carovaniere. Qui essi scavarono grandiosi templi e tombe monumentali in uno stile eclettico che risente degli influssi dell’arte ellenistica, egiziana, assira; costruirono granai e magazzini, mentre loro abitarono, secondo la tradizione beduina, in semplici grotte Neppure l’arrivo dei romani riuscì a spezzare la loro autonomia; ma nel 75 d.C. l’ultimo re nabateo, Rabel II, spostò la capitale del regno da Petra a Bosra e nel 106 d.C. l’imperatore Traiano creò la provincia d’Arabia annettendo anche il regno nabateo. Durante il dominio bizantino il cristianesimo non ebbe mai vita facile a Petra; i crociati eressero nella zona cinque fortezze, ma già nel secolo successivo le testimonianze sulla città divennero sempre più rare. Se ne tornò a parlare nel 1812 quando Petra venne riscoperta da un giovane esploratore svizzero, Johan Ludwig Burckhardt. Le prime vere missioni archeologiche cominciarono dal 1828, e dopo il 1830 il sito divenne un luogo di visita, tappa di pellegrinaggi religiosi, e fonte di guadagni per i capi delle tribù dei dintorni.

 

Dopo l’ingresso, sulla destra, si incontrano i “blocchi di Jinn”, tre grossi monoliti squadrati adibiti a ospitare gli spiriti (in arabo jinn) rimasti incompiuti. Subito dopo si trova la “tomba degli Obelischi” (40-70 d.C.), scolpita nella roccia, in stile egiziano, con quattro obelischi o piramidi scolpiti sulla facciata, a indicare le anime dei defunti. Si raggiunge poi la porta del Siq, Bab as-Siq, che immette nella stretta gola d’accesso al sito, scavato nella roccia e poi in un lungo tunnel che in certi punti è largo appena due metri, mentre l’altezza arriva fino a 100 metri! Dopo circa mezz’ora di cammino ci attende una bella sorpresa.

 

AL-KHAZNAH

All’improvviso appare, nel suo splendore “il tesoro del faraone” o Al-Khaznah in quanto la tradizione dice che un faraone avrebbe nascosto un tesoro nella parte alta di questo spettacolare monumento. Costruito nel periodo di Adriano (117-138 d.C.) o secondo altri due secoli e mezzo prima, la costruzione colpisce per la sua mole, ma anche per l’armonia degli elementi, in stile ellenistico. Si compone di due ordini corinzi sovrapposti decorati con colonne, rilievi e statue: nel piano inferiori due Dioscuri circondano l’entrata, in quello superiore due Vittorie alate sono ai lati di un tholos centrale dove si vede un bassorilievo della dea Iside, sovrastato dalla famosa urna che avrebbe dovuto contenere il tesoro.

Proseguendo la visita si arriva al Teatro, costruito probabilmente all’epoca di Aretas IV (6 a.C – 40 d.C.) al posto di un cimitero, che poteva ospitare fino a 3000 spettatori.

 

AL-KUBTHAH

I monumenti della collina di Al-Kubthah sono tra i più famosi di Petra e sarebbero stati scolpiti per volere di una famiglia reale nabatea. Le spettacolari tombe reali della necropoli  costituiscono un meraviglioso insieme di edifici dalla facciata scolpita (I-II secolo d.C.) e si raggiungono dopo circa 20 minuti di salita: la tomba dell’Urna o del Tribunale trasformata in chiesa nel 447, la tomba della Seta così chiamata per gli straordinari policromi della roccia in cui è scolpita, la tomba Corinzia, la tomba del Palazzo costruita su tre piani utilizzando anche mattoni che colpisce per la sua maestosità, la bella tomba di Sextus Florentinus costruita dai figli del proconsole romano che, secondo un’iscrizione riportata dal defunto, voleva essere sepolto qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Petra, tomba dell’Urna                         

 

VIA COLONNATA

Realizzata  all’epoca di Aretas IV e rinnovata sotto Traiano, era una larga strada lastricata e fiancheggiata da portici dei quali non resta traccia. Vi si trova una chiesa bizantina costruita su un’antica chiesa preesistente, le cui navate laterali sono decorate con splendidi mosaici: 51 medaglioni che raffigurano le stagioni a destra, e 84 medaglioni decorati con piante animali e ceste votive a sinistra. Proseguendo si incontrano vari tempi, in parte ancora in restauro, fra cui il “tempio del leone alato” il cui nome deriva dalle decorazioni dei capitelli, e l’imponente tempio di Qasr al-Bint o “palazzo della figlia del faraone” risalente al I secolo a.C. e consacrato al dio nabetano Dusharah, venerato anche in Egitto.

 

Altre mete del ricco sito, anche se più difficili da raggiungere, sono il Gebel Ad-Dayr (un'ora di cammino) per vedere ancora monumenti straordinari e soprattutto gole e burroni vertiginosi e panorami spettacolari sul maestoso paesaggio sottostante, e il “Luogo alto del sacrificio” salendo verso Al-Madhbah , luogo ben conservato e altrettanto panoramico, ricco di edifici e tombe e di un celebre santuario che serviva per la celebrazione dei riti religiosi.

                  

 

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13° giorno

 

Al-Bayda

 

Conosciuta come “la piccola Petra”, è uno degli insediamenti preistorici più antichi di tutto  il Vicino Oriente, paragonabile all’antica Gerico (primo Neolitico, 6800 a.C.). Scavi archeologici hanno portato alla luce sei livelli di abitazioni neolitiche e un livello sottostante riferibile al Mesolitico.

Si possono ancora ammirare sul sito alcune mole da grano, oltre ad abitazioni rotonde, seminterrate.

A circa un km., il Siq al-Barid presenta edifici scavati nella roccia; notevoli sono le tecniche di terrazzamento adottate dai nabatei per le coltivazioni, le canalizzazioni per l’acqua e le cisterne di raccolta, oltre a un triclinum sul cui soffitto sono ancora visibili i resti di affreschi con figure mitologiche (I secolo d.C.).

 

Madaba

       

Torniamo al nord verso Amman, e sulla strada incontriamo “la città dei mosiaci”: Madaba, posta in una zona collinare. Si tratta della biblica “Medba” citata in occasione dell’esodo degli ebrei, quando attraversarono il fiume Arnon. Sconfitta da Joab all’inizio del X secolo a.C., la città fu ricostruita da Mesha re di Moab un secolo dopo; passò in seguito nelle mani di Hyrcan I (134-104 a.C.) e successivamente fu ceduta ad Aretas III, re dei nabatei, in cambio di un appoggio politico e militare. Dopo la conquista romana crebbe via via di importanza, fino a divenire nel V secolo sede vescovile, raggiungendo il massimo sviluppo all’epoca di Giustiniano, con intense attività artistiche (i famosi mosaici) e architettoniche. Nel corso dell’VIII secolo, a causa del movimento degli iconoclasti, molti volti e corpi umani dei mosaici furono coperti con tessere bianche; ulteriori danni furono provocati da un devastante terremoto nel 749. Dopo un lungo periodo di abbandono, la città è stata ripopolata da alcune tribù arabe di religione cristiana intorno al 1880; esse hanno contribuito a ricostruire molte chiese con i materiali antichi ritrovati sul luogo e a riportare alla luce mosaici e strutture sepolti dal tempo.

 

 

 

CHIESA DI SAN GIORGIO

Chiesa di rito ortodosso risalente al 1896 in cui è conservata la famosa Mappa di Terrasanta. Si tratta di un mosaico di 17,50 m. per circa 10 m., eseguito intorno al 560, che rappresenta un eccezionale documento di geografia biblica dell’area che spazia da Tiro a Sidone fino al delta del Nilo. La mappa, scoperta nel 1897 durante la costruzione della nuova chiesa, riproduce oltre 150 località, con i loro toponimi e rappresentate con dettagli a seconda della loro importanza; i siti biblici sono indicati in rosso e al centro campeggia, splendida, Gerusalemme con 36 edifici riprodotti. Singolare il modo di sottolineare la salinità del Mar Morto: alcuni pesci che vi giungono invertono la loro direzione per tornare indietro e risalire il Giordano scappando dalle acque salate.

 

 

 

 

 

 

 

 

PARCO ARCHEOLOGICO

Si sviluppa intorno ai resti dell’antica strada romana, lastricata e fiancheggiata da colonne, che attraversava la città, nella parte settentrionale, da est a ovest. Vi troviamo la chiesa della Vergine, costruita alla fine del VI secolo sui resti di un tempio romano: decorata al suo interno da splendidi mosaici, essa contiene anche la sala di Ippolito con un mosaico del V secolo, capolavoro del “rinascimento classico”, che raffigura il mito di Fedra e Ippolito assistiti l’una dalle ancelle e l’altro dalla nutrice e da un servo; nel pannello superiore le tre Grazie e alcuni amorini sono al cospetto di Afrodite e Adone in trono. Nella parte meridionale della strada romana ecco la chiesa del profeta Elia e la cripta di Sant’Eliano, e un poco più distanti la chiesa degli Apostoli con un bellissimo mosaico pavimentale a opera del mosaicista Salamanio (sua firma nel medaglione al centro) ricco di colori e con raffigurazioni del mare (Thalassa), esemplari di fauna marina, coppie di pappagalli, fiori e frutta, uomini e animali, scene di vita quotidiana. Infine il Museo Archeologico che contiene fra l’altro alcuni mosaici molto interessanti rinvenuti nella zona.          

 

 

 

 

Monte Nebo

 

Questa cima si trova all’estremità occidentale del sistema montuoso di  Siyaghah (Psyga nella Bibbia), ed è uno spettacolare balcone naturale sulla valle del Giordano, sulla Palestina e sul mar Morto.  Qui Mosè sostò in contemplazione della Terra Promessa, qui fu rapito al mondo con un bacio  dal Signore secondo la tradizione ebraica, qui i francescani della Custodia di Terrasanta hanno costruito il suo memoriale sulle rovine di un monastero (siyaghah in arabo) precedente eretto in sua memoria.

 

SANTUARIO DI NEBO

La prima chiesa in onore a Mosè, detta “del trifoglio” a causa delle sue tre absidi, venne costruita nel 393; la prima abside fu poi ampliata e tutto il complesso ristrutturato in epoche successive, trasformando l’antica chiesa in un vasto complesso bizantino per accogliere i pellegrini che si recavano a Gerusalemme. Nel 1933 infine il sito è stato affidato ai francescani che hanno curato i lavori di scavo e di restauro.

Sul viale d’accesso si trova una statua monolitica alta 6 m che rappresenta il “Libro dell’Amore fra le Genti”, creato da Vincenzo Bianchi che si è ispirato alla Torà, al Vangelo e al Corano.

Sulla destra dell’abside centrale si trova una croce realizzata con tessere bianche e nere che indica il luogo presunto della morte di Mosè. Il punto più interessante della chiesa è comunque il pavimento musivo della sala nord eseguito nel 531 e in ottimo stato di conservazione. Vi sono raffigurati un pastore che difende uno zebù legato a un albero dall’assalto di un leone, un soldato che trafigge una leonessa, due cacciatori che uccidono un orso e un cinghiale, un pastore che guarda un gregge di pecore e capre e infine due giovani, uno nero che tiene per mano uno struzzo e l’altro bianco che tiene alla cavezza una zebra e un dromedario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amman

 

La “città bianca” è il nome con cui viene conosciuta la capitale della Giordania, dove vivono circa un milione e mezzo di abitanti. La città ha due volti: il vecchio nucleo storico sorto ai piedi della Cittadella e attorno alle vestigia romane, e quello moderno con edifici commerciali, banche,

alberghi di lusso e ville hollywoodiane. Città piacevole da visitare, pur senza grandi ricchezze monumentali.

Il primo insediamento umano risale al 15.000-10.000 a.C. Qui sorgeva la biblica Rabbath Ammon, la grande città degli ammoniti, i cui capostipiti furono, secondo la Bibbia, Lot e la sua ultimogenita. La città fu espugnata dagli ebrei, dagli assiri, dai medi, e infine dai babilonesi che posero fine al regno di Ammon. Fu l’egiziano Tolomeo Filadelfo (285-246 a.C.) a ricostruire la città e a darle il nome di Philadelphia. Con i romani (63 a.C.) la città entrò a far parte della Decapoli e fu posta sotto il controllo di Erode il Grande. L’annessione al regno dei nabatei da parte dell’imperatore Traiano (106 d.C.) e la costruzione della “Via Nova Traiana” trasformarono la città in un florido centro carovaniero. Iniziò così il periodo aureo della città. Nel 638 gli arabi si impossessarono di Amman che venne incorporata all’impero omayyade. L’arrivo degli abbasidi e lo spostamento della capitale dell’Impero da Damasco a Baghdad, portò al lento declino della città, definitivamente abbandonata nel XIII secolo. Il sito restò pressoché deserto fino all’arrivo dei circassi, popolazione caucasica di religione musulmana, cacciata dalla Russia nel 1864-65, installata ad Amman dagli ottomani. La rinascita dell’antica Rabbath Ammon venne decisa nel marzo 1921, quando Winston Churchill e Abdullah bin al-Hussein progettarono la creazione di uno Stato nazionale arabo con capitale Amman.

 

TEATRO ROMANO

Dopo un breve giro panoramico della città, si visiterà il teatro romano, peraltro molto simile a quello di Jerash, completato tra il 169 e il 177. Vanta una splendida scenografia e una cavea con tre ordini di gradini che possono ospitare fino a 7000 spettatori. Il teatro, accuratamente restaurato, viene utilizzato per varie manifestazioni culturali e sportive. Gli ingressi laterali ospitano oggi due musei etnografici e folcloristici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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14° giorno

 

Rihab

 

In un piccolo villaggio a 40 km da Amman sarebbe stato ritrovata la più antica chiesa cristiana della storia e sarebbe stata edificata tra il 33 e il 70 d.C. dai primi fedeli all’indomani della morte di Gesù. Questo straordinario reperto archeologico, secondo quanto afferma il quotidiano mediorientale The Jordan Times, è stato scoperto da un team di studiosi internazionali guidati da Abdel-Qader Hussein, direttore del Centro di studi archeologici di Rihab. Gli scienziati avrebbero scoperto la chiesa dopo tre mesi di scavi e dopo aver individuato una caverna sotterranea che li avrebbe poi condotti nel luogo di culto cristiano più antico del mondo. Il reperto giace sotto un’altra chiesa antichissima, quella di San Giorgio, costruita nel 230 d.C. Ciò che confermerebbe la tesi di Hussein è un’iscrizione presente su un mosaico nella chiesa di San Giorgio che fa riferimento ai “settanta discepoli amati da Dio” ovvero ai primi fedeli di Cristo che furono costretti a fuggire da Gerusalemme e qui fondarono il loro luogo di culto.

Thomas Parker, storico americano dell’Università North Carolina-Releigh, che negli scorsi anni ha portato a termine la sensazionale scoperta di un’antichissima chiesa ad Aqaba, appare scettico e dice che ci vorrebbero prove straordinarie per un annuncio di questa portata. Chi invece abbraccia senza il minimo dubbio le tesi dell’archeologo Hussein è l’archimandrita Nektarius, vicario vescovile dell’arcidiocesi di Amman che definisce la scoperta un’importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo. “Questa chiesa conferma che i cristiani che vivono in questa regione non sono affatto degli stranieri” afferma l’archimandrita; “essi sono dei veri e propri cittadini che hanno conservato le loro origini in questa regione da oltre 2000 anni”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Um Qais

 

In una splendida posizione panoramica e strategica sulle alture del Golan e sul lago di Tiberiade, l’antica Gadara, patria di artisti e di poeti, conserva un fascino particolare dato dal luogo e dal colore della pietra con cui è costruita.

L’antica Gadara, il cui nome derivava da una sorgente nelle vicinanze, fu probabilmente fondata verso il IV secolo a.C. da alcuni veterani macedoni. Nel III secolo la città diede i natali a Menippeo, al poeta Meleagro e al filosofo Filodemo, ma nel 198 fu dominio dei seleucidi che ne rinforzarono le mura. Nel 65 a.C. divenne città autonoma e in seguito entrò a far parte delle città della Lega delle Decapoli. La città fu concessa a Erode il Grande; dopo la sconfitta dei bizantini passò sotto il controllo dei musulmani. Il sito archeologico fu individuato nel 1u806, ma i restauri cominciarono solo negli anni ’30 del secolo XX. Nel 1982 gli abitanti del villaggio ottomano furono trasferiti per consentirne il ripristino.

 

 

VISITA

Prima di entrare nel sito archeologico (città vecchia) si incontrano le tre tombe dei Germani, di Modesto e di Chaireas; attraversando poi il villaggio ottomano si trova il Museo Archeologico dove sono conservate una preziosa raccolta di statue romane, vari frammenti di mosaici e la statua in marmo bianco della dea Tyche, rinvenuta nel teatro ovest.

Superata la basilica del IV secolo, si arriva al Teatro ovest risalente al II secolo, costruito in basalto nero, poi ai resti delle terme con pavimenti musivi e infine all’ipogeo, un mausoleo sotterraneo di epoca romana rinvenuto pressoché intatto.

 

 

Dopo il disbrigo delle formalità di frontiera, rientro a Damasco e pomeriggio libero, o visite facoltative al Palazzo Azem e al suq  (vedi 11° giorno dei partecipanti al solo viaggio in Siria).

 

 

 

 

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BREVE STORIA DELLA GIORDANIA

 

CRONOLOGIA ESSENZIALE

 

10.000 a.C. Dopo il nomadismo proprio dell'età paleoliti­ca, graduale passaggio al sedentarismo.

8.500-4.000 a.C. il periodo neolitico coincide con innovazio­ni determinanti quali l'invenzione della ceramica, l'addomesticamento di animali e l'introduzione di un'economia di scambio.

4.000-3.300 a.C. Evoluzione in ambito tecnologico (fusio­ne dei metalli) e sociale (istituzione di comunità strutturate nella valle del Giordano).

3.300-1.200 a.C. Notevoli influenze socioeconomiche pro­venienti da Egitto e Asia Minore; segue l'afflusso di moabiti e ammoniti (est del Giordano); filistei (costa); ebrei ed edomiti (sud); aramei (a nord).

800-612 a.C. Dominazione assira.

612-539 a.C. Dominazione neobabilonese:· Nabucodono­sor conquista Gerusalemme.

539-334 a.C. Conquistato il regno neobabilonese, Ciro II impone la dominazione persiana.

334 a.C. Alessandro Magno sconfigge i persiani a Isso e inizia a costruire il suo impero, che comprenderà anche la regione giordana.

323 a.C. Morte di Alessandro Magno e assegnazione ai tolomei della regione.

198-164 a.C. Dominio dei seleucidi, subentrati ai tolomei.

160-103 a.C. Lunga resistenza degli ebrei, che alla fine raggiungono l'indipendenza.

100 a.C.- l00 d.C. All'ascesa dei nabatei, popolazione origi­naria della penisola arabica, fa da contraltare l'arrivo dei romani, che nel 64-63 (guidati da Pompeo) invadono Siria e Palestina.

106. Traiano annette all'impero il regno nabateo. 324-628. Dominio bizantino (nonostante i frequenti scontri con i sasanidi di Persia e con gli arabi).

629. Gli arabi di Maometto sconfiggono i bizantini ad al- Karak.

644-750. Dinastia araba degli omayyadi.

750-1258. Dinastia persiana degli abbassidi.

976-1050. Dinastia fatimida (arabi d'Egitto).

1055-1099. Regno turco dei selgiuchidi.

1099-1171. Prime crociate e istituzione del Regno Latino di Gerusalemme.

1187. Battaglia di Hittin: YusufbinAyyub Salah al-Din (Saladino) respinge i crociati dalla Palestina.

1260-1516. Dominazione dei mamelucchi, emersi vittorio­si dalle lotte di successione scatenatisi alla morte di Saldino.

1516. La battaglia di Marj Dabiq segna l'inizio della domi­nazione ottomana, che subentrano ai mamelucchi.

1870-1910. Il vasto impero ottomano è ripetutamente scosso e percorso da ondate nazionaliste.

1916. Moti di rivolta araba contro i turchi; accordo Sykes-Pi­cot: la Francia ottiene Siria e Libano, l'Inghilterra Palestina e Iraq. 1918. Con gli sconvolgimenti geopolitici successivi alla prima guerra mondiale, crollo dell'impero ottomano.

1920-22. Una serie di accordi e patti internazionali defini­scono gli assetti della regione: in particolare, per il settore a est della linea Giordano-Aqaba (Transgiordania) vengono stabilite un'amministrazione araba (sotto l'emiro Abdullah bin Hussein) e l'esclusione degli insediamenti ebraici dalla Transgiordania.

1948. In una situazione di costanti tensioni e polemiche, viene proclamato lo Stato d'Israele: immediata reazione militare di Egitto, Siria, Libano, Transgiordania e Iraq, presto sconfitti da Israele. Poco dopo, Abdullah bin Hussein, accetta l'assegnazione al suo regno (d'ora in poi Giordania) della Cisgiordania.

1951. Assassinio di Abdullah bin Hussein, considerato il traditore della causa palestinese.

1953. Salita al trono del giovanissimo re Hussein.

1967. Guerra Giordania-Israele e occupazione israeliana della Cisgiordania.

1988. Re Hussein rinuncia ai diritti sui territori occupati dagli israeliani, per favorire la formazione di un’autorità politica palestinese.

1993-95. Parte della Cisgiordania ottiene l'autonomia sotto l'amministrazione dell'Autorità Nazionale Palestinese.

1994. Firma degli accordi di pace tra Israele (Rabin) e Giordania (Hussein), che prevedono la demarcazione dei confini e la spartizione delle risorse idriche dello Yamuk e del Giordano.

1999. Muore re Hussein, cui succede il figlio Abdallah.

2000. Con l'esplosione dei disordini in Palestina, Amman richiama il suo ambasciatore in Israele.

2002. Ad Amman viene ucciso lo statunitense Laurence Faley: è il primo omicidio di un diplomatico occidentale in Giordania.

2003. Le elezioni vedono il successo dei candidati indipendenti monarchici, che si aggiudicano due terzi dei seggi; in seguito, formazione del governo guidato da Faisal al- Fayez (con tre ministri donne), cui è subentrato nel 2005 A. Badran. At­tentato contro l'Ambasciata giordana in Iraq: undici le vittime.

2005. La Giordania riallaccia le relazioni diplomatiche con Israele. Formazione del nuovo esecutivo diretto da Adnan Ba­dran. Attentati suicidi - rivendicati da al-Qaeda - in tre alberghi di Amman: 56 vittime, in maggioranza palestinesi.

 

 

APPUNTI DI STORIA CONTEMPORANEA

 

LA MONARCHIA DI HUSSEIN.

Nel 1958 fu promulgata un'unione federale tra Giordania e Iraq (Unione Araba), subito sciolta in seguito all'uccisione del sovrano iracheno Feisal II (cugino di Hussein), con un contemporaneo tentativo da parte egiziana di rovesciare la monarchia giordana, prevenuto dall'intervento militare britannico. Dal 1961 al 1964, nuovi aiuti occidentali, soprattutto dagli Stati Uniti, garantirono un considerevole sviluppo economico. Nel 1965, però, iniziarono in Giordania problemi di ordine pubblico, causati dall'aspirazione dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a costituire uno Stato palestinese. Ambizione ritenuta inaccettabile da Hussein, che ritenne i palestinesi divenuti giordani non aventi diritto a una identità politica separata. Due anni più tardi, un nuovo attacco arabo (condotto da Siria, Egitto e Giordania con il sostegno di Arabia Saudita, Algeria e Iraq) contro Israele si risolse in un disastro per il regno hashemita, che al cessate il fuoco imposto dall'ONU sei giorni dopo l'inizio del conflitto aveva già perduto la Cisgiordania e Gerusalemme. Il Paese piombò nel caos, con ripetuti scontri fra esercito regolare e guerriglieri palestinesi, culminati nel «settembre nero» del 1970.

 

LA RINUNCIA ALLA CISGIORDANIA.

La guerra del Kippur (1973), nonostante l'iniziale sbandamento da parte israeliana, non permise alla Giordania di riconquistare i territori perduti sei anni prima. Nel 1974, a Rabat, 20 capi di Stato arabi riconobbero all'OLP il diritto di rappresentare il popolo palestinese e di stabilire un'autorità nazionale in qualsiasi territorio palestinese liberato, costringendo di fatto re Hussein a rinunciare alla riannessione della Cisgiordania. La guerra tra Iraq e Iran (1980­1988) vide la Siria a sostegno dell'Iran, la Giordania in favore dell'Iraq. L'accusa siriana al regno hashemita di fomentare ribellioni antigovernative portò i due eserciti a schierarsi lungo il confine; solo la mediazione saudita evitò il peggio. Nel 1986 re Hussein recise i legami politici con l'OLP, e due anni più tardi la monarchia hashemita rinunciò in via ufficiale e definitiva a ogni legame amministrativo e legale sui territori a ovest del Giordano; il Consiglio Nazionale Palestinese vi proclamò l'instaurazione di uno Stato Palestinese indipendente.

 

GLI AVVENIMENTI RECENTI.

Nel 1990, l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq fu accolta con favore dall'OLP, mentre il governo di Amman si mantenne neutrale, con re Hussein favorevole a una soluzione araba della crisi. Prima dell'intervento della forza multinazionale di liberazione (gennaio-febbraio 1991), entrarono in Giordania 800.000 rifugiati, con un costo altissimo per il Paese, che si trovò ad affrontare una crisi economica senza precedenti, aggravata dal contemporaneo rientro in patria di 300.000 emigrati dall'Arabia Saudita e da altre nazioni del Golfo. Lo scenario migliorò nella seconda metà del 1991: alla revoca del bando all'attività politica dei partiti (imposta dal 1963) e della legge marziale (in vigore dal 1967), seguì, in ottobre, la partecipazione di re Hussein alla conferenza di Madrid tra Israele, palestinesi e Paesi arabi confinanti, prima occasione di negoziati diretti tra le parti. Tre anni più tardi venne stilato un accordo preliminare tra Giordania e Israele sui confini, sulla spartizione delle acque e sulla questione dei rifugiati. il 25 luglio dello stesso anno re Hussein incontrò a Washington il Primo ministro israeliano Yìtzhak Rabin, con il quale concordò un'intesa preliminare a un accordo di pace tra i due Paesi, ufficialmente siglato il 26 ottobre. Nel novembre 1995, Rabin fu assassinato da un estremista israeliano; re Hussein rese omaggio al suo «fratello ed amico», recandosi, per la prima volta dal 1948, a Gerusalemme ovest. Il sovrano hashemita ha continuato la sua missione di pace fino agli ultimi mesi della sua vita, che, a dispetto delle precarie condizioni di salute, lo hanno visto protagonista dei nuovi colloqui di pace tra Israele e OLP.

 

DOPO RE HUSSEIN.

Il sovrano morì ad Amman nel feb­braio 1999; gli è subentrato sul trono il figlio Abd Allah II ibn al-Husayn indicato come successore (a sfavore dello zio Hassan) solo poche settimane prima. Qui lo vediamo al suo matrimonio con la bella palestinese Rania al-Yasin. Lo scoppio della seconda intifada in Palestina si è riflesso pesantemente sulla situazione interna della Giordania, nella cui popolazione (costituita per più della metà da palestinesi) si sono rafforzate posizioni ostili a Israele; tanto che nel 2000, Amman interrompe le relazioni diplomatiche con Tel Aviv. La crisi del processo di pace in Palestina e la grave situazione economica del Paese favoriscono il diffondersi, anche tra le classi medie urbane, dell'ideologia islamista radicale, rappresentata soprattutto dall' organizzazione Hamas, che diventa l'unica forza di opposizione reale ad Abdal­lah. Invertendo la strategia di dialogo seguita dal padre Hussein nei confronti di Hamas, il nuovo sovrano ha inaugurato una politica rivolta a contrastare il radicamento dell'islamismo; a partire dall'estate del 1999 Abdallah ha ordinato infatti la chiusura delle sedi giordane di Hamas e l'arresto o l'espulsione di alcuni suoi esponenti. Nel giugno 2001 Abdallah ha attuato un ampio rimpasto nel governo e sciolto il Parlamento. Il regime giordano ha espresso la sua condanna per gli attentati dell'11 settembre contro gli Stati Uniti e offerto il proprio sostegno all'offensiva lanciata dal governo di Washington contro il terrorismo. Nel timore di un'affermazione islamista, le elezioni previste per l'autunno sono state rimandate sine die, e intensificata la stretta contro le opposizioni e i mezzi di comunicazione. Tra il 2002 e il 2004 la Giordania è stata attraversata da un'ondata di manifestazioni in cui si chiedeva la definitiva rottura con Israele, ma nel 2005 Amman ha riallacciato le relazioni diplomatiche con Tel Aviv. Nello stesso anno, si verifica un fatto che mette a rischio la reputazione della Giordania, ritenuto uno dei Paesi più sicuri della regione: a novembre, attentati suicidi (poi rivendicati da al-Qaeda) colpiscono tre alberghi di Amman, provocando oltre cinquanta vittime, per lo più palestinesi.

(Queste note, oltre a molta parte che riguarda la descrizione dei luoghi, proviene da: L’Europa e i paesi del Mediterraneo. Israele Giordania Territori Palestinesi, La Biblioteca di Repubblica, , Touring Club Italiano Milano 2006)

 

 

 

 

 

 

Giordania
al-Mamlakah al Urdunniyah al-Hashimiyah

لمملكة ا لأردنّيّة ا  لهاشميّة
Иордания


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APPROFONDIMENTI LETTERARI E BIBLICI

 

La scoperta di Petra

Petra fu rivelata al mondo moderno nel 1812 da Johann Ludwig Burckhardt, un viaggiatore svizzero che, in abiti arabi, si faceva chiamare Cheikh Ibrahim e seguiva la strada che collegava Damasco all'Egitto passando per la Giordania. Egli aveva sentito dire che nei pressi del villaggio di Wadi Musa si trovavano, in una sorta di fortezza naturale, delle vestigia straordinarie. La regione apparteneva allora all'Impero ottomano e gli stranieri curiosi di antichità - che erano ritenute "opera degli Infedeli" - erano considerati con grande diffidenza, anche per le tensioni politiche e religiose dell'epoca.

Burckhardt si presentò allora come un pellegrino che desiderava sacrificare una capra al profeta Aronne, la cui tomba, costruita nel XIII secolo, si riteneva collocata al di là delle rovine, in cima al gebel Haroun. Accompagnato dalla sua guida, l'esploratore attraversò la città antica senza poter fermarsi un attimo a prendere una nota o a fare uno schizzo, e tuttavia consapevole dell'importanza di quelle vestigia, e che le rovine presso Wadi Musa erano quelle di Petra. Entusiasta, diffuse la notizia tra gli occidentali residenti in Medio Oriente e in Egitto, e la ripeté nel suo libro Travels in Syria and the Holy Land, che fu pubblicato solo cinque anni dopo la sua morte, nel 1823. Qui di seguito riportiamo un brano del suo diario che racconta, con dovizia di particolari anche antropologici, l’emozionante scoperta di una delle città più suggestive dell’antichità.

 

Lasciati i Refaya di buon mattino, il viaggio è proseguito sopra un territorio collinare. Dopo due ore abbiamo raggiunto un accampamento di arabi Saoudye, che sono anche fellahin, vale a dire agricoltori, e la più potente tribù di contadini, sebbene paghino un tributo agli Howeytat. Al pari dei Refaya costoro essiccano grandi quantità di uva e depositano il prodotto del proprio raccolto in una sorta di fortezza chiamata Oerak, non lontana dal loro accampamento, dove ci sono poche case attorniate da mura di pietra. Posseggono oltre centoventi tende. Consumata la prima colazione con i Saoudye, abbiamo poi proseguito per i tornanti della valle, dove ho veduto molti resti di precedenti colture e qua e là alcune vestigia di muri e strade lastricate, tutti costruiti in ciottoli. La regione nei dintorni è boscosa. Dopo tre ore e mezza abbiamo superato una sorgente da dove siamo saliti sopra un monte procedendo poi per qualche tempo lungo la sua arida sommità, in direzione sud-ovest, fino a scendere ancora e a raggiungere Ain Mousa, distante cinque ore e mezza da dove c'eravamo messi in viaggio al mattino. In cima al monte, vicino alla località dove la strada per Wady Mousa si allontana dalla grande direttrice per Akaba, ci sono numerosi mucchietti di pietre, che indicano i molti sacrifici in onore di Haroun. Gli arabi che fanno voto di sacrificare una vittima a Haroun pensano sia sufficiente non andar oltre questo sito, da dove in lontananza è visibile la cupola della sua tomba; e dopo aver ucciso l'animale essi gettano un mucchio di pietre sopra il sangue che scorre al suolo. Qui la mia guida mi ha sollecitato a sacrificare la capra che avevo portato con me da Shobak allo scopo, ma ho sostenuto di aver fatto voto di sacrificarla sulla tomba stessa. […]. A Eldjy ho ingaggiato una guida per farmi condurre alla tomba di Haroun e l'ho pagata con un paio di vecchi ferri da cavallo. Costui ha scortato la capra e mi ha dato da portare un otre d'acqua poiché sapeva che non ve n'era nell'uadi sottostante.

Seguendo il rivo di Eldjy verso ovest la valle subito si stringe ancora e proprio qui iniziano le antichità di Wady Mousa. Mi rammarico di non essere in grado di offrire un resoconto esaustivo delle vestigia, ma conoscevo bene il carattere della gente qui intorno: ero indifeso in mezzo a un deserto dove non s'era mai veduto viaggiatore alcuno, e un esame approfondito di queste opere degli infedeli, così le chiamavano, avrebbe suscitato il sospetto ch'io fossi un mago in cerca di tesori; sarei stato quanto meno trattenuto e mi sarebbe stato impedito di proseguire il viaggio verso l'Egitto e, con ogni probabilità, sarei stato spogliato fino all'ultimo soldo che possedevo e, ciò ch'era infinitamente più prezioso per me, del mio diario. I viaggiatori futuri potranno visitare il sito sotto la protezione di una forza armata; gli abitanti si abitueranno maggiormente alle ricerche degli stranieri e le antichità di Wady Mousa saranno allora da annoverare tra i resti più singolari dell'arte antica. […] Da questo sito, come osservavo in precedenza, il Syk si allarga e la strada prosegue per poche centinaia di passi più in basso, giù per uno spazioso passaggio tra due rocce. Diverse tombe di notevoli dimensioni sono scavate nelle rocce su entrambi i lati; in generale, esse consistono di un singolo vano elevato con un tetto piatto; alcuni di tali vani sono più grandi della camera principale del Kaszr Faraoun. Le pareti delle tombe in cui sono entrato erano completamente lisce e prive di decorazioni; in alcune di esse ci sono piccole camere laterali, con incavi e recessi nella roccia per l'alloggiamento del defunto; in altre ho trovato lo stesso pavimento scavato irregolarmente per il medesimo scopo in scomparti profondi da sei a otto piedi e di forma simile a un sarcofago; nel pavimento di un sepolcro ho contato dodici cavità di questo tipo, oltre a una profonda nicchia nella parete, dove venivano probabilmente deposti i corpi dei membri principali della famiglia, cui la tomba apparteneva.

All'esterno di queste tombe, la roccia è scavata a perpendicolo al di sopra e su entrambi i lati della porta, in modo da rendere la facciata esterna generalmente più ampia del vano interno. La loro forma più comune è quella a tronco di piramide e, poiché sono fatte per sporgere uno o due piedi dal corpo della roccia, le tombe hanno l'aspetto, se vedute da lontano, di strutture isolate. Su ciascun lato della facciata vi è in genere un pilastro e la porta raramente è priva di raffinate decorazioni. Queste facciate assomigliano a quelle di alcune tombe di Palmira, ma queste ultime non sono scavate nella roccia, sibbene costruite con conci di pietra. Non ritengo comunque che a Wady Mousa esistano due tombe perfettamente simili; al contrario, esse variano notevolmente per dimensione, forma ed elementi decorativi. In alcuni siti, tre tombe sono scavate una sopra l'altra, e la pendice della montagna è così a strapiombo che sembra impossibile attingerne la sommità, non essendo visibile sentiero di sorta; alcune del livello inferiore hanno pochi gradini prima dell'ingresso.

Proseguendo un poco oltre tra le tombe, la valle si allarga fino a circa cento e cinquanta yarde. Qui, sulla sinistra, è situato un teatro completamente scavato nella roccia, con tutti i suoi sedili. Ha una capienza di circa tremila spettatori: quest'area è attualmente piena di ghiaia, trascinatavi dal torrente in inverno. L'ingresso di molte tombe è del pari pressoché ostruito. Non ci sono resti di colonne vicino al teatro. Seguendo il torrente ancora per centocinquanta passi, le rocce si aprono ulteriormente: sono sbucato su una piana larga duecentocinquanta o trecento yarde, fiancheggiata da alture con pendenze più graduali delle precedenti. Qui il terreno è ricoperto con mucchi di conci, fondamenta di edifici, frammenti di colonne e vestigia di strade lastricate; il tutto chiara testimonianza della passata esistenza in loco di una grande città; sulla sinistra del fiume c'è un terreno in ascesa che si estende verso ovest per circa un quarto d'ora di cammino, interamente ricoperto di ruderi simili. Anche sulla sponda destra, dove il terreno è più elevato, si osservano rovine dello stesso genere. Nella valle vicino al fiume, gli edifici sono stati probabilmente spazzati via dall'impeto del torrente invernale, ma persino qui sono ancora visibili le fondamenta di un tempio e un cumulo di frammenti di colonne, nelle cui vicinanze si trova un grande birket, o serbatoio per l'acqua, tuttora adibito al rifornimento degli abitanti durante l'estate. Le più belle tombe a Wady Mousa sono situate nella rupe orientale, di fronte a questo spazio aperto, dove ne ho contate oltre cinquanta una vicina all'altra. In alto, sopra la rupe, ho notato in particolare un grande mausoleo, ornato da pilastri corinzi.

Più avanti, verso ovest, la valle è serrata dalle rocce, che si estendono in direzione nord; il fiume vi si è aperto un varco e scorre sotto terra, come m'hanno detto, per circa un quarto d'ora di cammino. Vicino all'estremità occidentale di Wady Musa si trovano i resti di un maestoso edificio, di cui rimane ancora in piedi parte di una parete; gli abitanti lo chiamano Kaszr Bent Faraoun, o palazzo della figlia del Faraone. Lungo il mio itinerario ero entrato in varie tombe, con sorpresa della mia guida, ma quando mi ha veduto volgere i passi fuori dal sentiero verso il kaszr, ha esclamato: “Ora vedo chiaramente che siete un infedele, con qualche compito particolare tra le rovine della città dei vostri antenati; ma non dubitate che noi non sopporteremo che voi portiate via un solo pezzo di tutti i tesori quivi nascosti, perché sono nel nostro territorio e ci appartengono.” Ho risposto che era pura curiosità quella che mi induceva a visitare le antiche opere, e che venendo qui non avevo in mente altro che il sacrificio a Haroun; ma non era facile persuaderlo e non ho ritenuto prudente irritarlo con un esame troppo approfondito del palazzo, che al ritorno lo avrebbe indotto a dichiarare la sua convinzione secondo cui avevo trovato dei tesori: tutto ciò avrebbe condotto alla ricerca della mia persona e alla scoperta del mio diario, che mi sarebbe stato molto probabilmente sequestrato, come un libro di magia. Per i viaggiatori europei è una vera sfortuna che l'idea dell'esistenza di tesori nascosti negli antichi edifici sia così profondamente radicata nelle menti degli arabi e dei turchi; costoro non si accontentano di osservare ogni passo degli stranieri, ma credono sia sufficiente per un autentico mago aver veduto e osservato il sito dove sono nascosti i tesori (di cui egli viene ritenuto già informato dagli antichi libri degli infedeli che vissero nella località) al fine di potere ordinare in seguito, a proprio agio, al guardiano del tesoro di deporglielo tutto dinnanzi. Non era di alcuna utilità dir loro di seguirmi e vedere se cercavo denaro. La loro risposta era 'naturalmente, non oserete portarlo via dinnanzi a noi, ma sappiamo che se siete un abile mago, gli ordinerete di seguirvi attraverso l'etere in qualunque posto vi piaccia. Se un viaggiatore rileva le dimensioni di un edificio o di una colonna, essi sono persuasi che si tratti di una magia. Persino i turchi di Siria, di vedute più liberali, ragionano alla stessa maniera, e più viaggiatori essi vedono, più profondamente si convincono che il loro obiettivo è quello di cercare tesori: ‘Maou delayl, ha con sé la mappa di un tesoro', è un'espressione che ho udito centinaia di volte.

Sul terreno in ascesa alla sinistra del ruscello, proprio di fronte al Kaszr Bent Faraoun, si trovano le rovine di un tempio, con una colonna ancora eretta, cui gli arabi hanno dato il nome di Zob Faraoun, vale a dire hasta virilis Pharaonis, è alta circa trenta piedi e formata da più di dodici pezzi. Da qui si scendeva tra le rovine di private abitazioni, in una stretta valle laterale, sull'altro versante della quale abbiamo cominciato a salire sul monte, su cui è situata la tomba di Aronne. Ci sono i resti di un antico passaggio scavato nella roccia, su entrambi i lati del quale si trovano alcune tombe. Dopo la risalita del letto di un torrente durata circa mezz'ora, su ciascun lato del tragitto ho osservato un grande cubo scolpito, o piuttosto un tronco di piramide, con l'ingresso di una tomba in fondo a ciascuno. Qui il numero delle tombe aumenta e ci sono anche fosse per i defunti in diverse grotte naturali. Poco più avanti abbiamo raggiunto un'alta piana chiamata Szetouh Haroun, terrazza di Aronne, ai piedi del monte su cui è situata la sua tomba. Nella piana ci sono molti sepolcri ipogeici con un sentiero, scavato nella superficie rocciosa, a essi diretto.

Il sole era già tramontato quando siamo arrivati sulla piana; era troppo tardi per raggiungere la tomba ed ero sovraffaticato; perciò mi sono affrettato a uccidere la capra, in vista della tomba, in un sito dove ho trovato numerosi cumuli di pietre, colà poste in segno di tanti sacrifici in onore del santo. Ero sul punto di sgozzare l'animale, quando la mia guida ha gridato: 'O Aronne, guardaci! È per te che sacrifichiamo questa vittima. O Aronne, proteggici e perdonaci! O Aronne, accontentati delle nostre buone intenzioni, perché è solo una magra capra! O Aronne, spianaci il sentiero; e sia gloria al Signore di tutte le creature!' Ripetuta la formula parecchie volte, ha ricoperto il sangue versato al suolo con un mucchio di pietre; abbiamo poi preparato le parti migliori della carne per il nostro pasto più in fretta possibile poiché la guida temeva che il fuoco venisse avvistato e attirasse da quelle parti qualche predone.

(Johann Ludwig Burckhardt, Viaggio in Giordania, traduzione di L. Marino, Cierre Edizioni, Verona 1994. )

 

 

 


 

LA MORTE DI MOSÈ

 

(Da: Paolo De Benedetti La morte di Mosè e altri esempi, Morcelliana, Brescia 20053, pp. 15-18)

 

«E il Signore disse a Mosè: "Ecco, si avvicina per te il tempo di morire [ ... ] Presto tu giacerai con i tuoi padri, e questo popolo si leverà e si prostituirà agli dei della terra nella quale sta per entrare"». Così il Deuteronomio (31, 14-16) annuncia la morte di Mosè. Il racconto prosegue al capitolo 34: «E Mosè salì dalle pianure di Moav sul monte Nebo, sulla vetta del Pisga che è di fronte a Gerico. E il Signore gli fece vedere tutta la regione di Gil'ad fino a Dan, tutto Naftali, il territorio di Efraim e di Manasse, tutto quello di Giuda fino al Mare occidentale, il Negev, la pianura e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Segar. E il Signore gli disse: "Questa è la terra che io giurai ad Abramo, Isacco e Giacobbe, dicendo: Io la darò alla tua progenie. Te l'ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai". E morì là Mosè servo del Signore».

Mosè non moriva volentieri: nessuno, in quegli antichi tempi biblici, moriva volentieri, perché la vita era molto amata, e l'aldilà così vago da apparire quasi vano, un nulla. Inoltre Dio gli amareggiò la morte annunciandogli che il popolo creato da lui avrebbe peccato e sofferto l'ira divina. La tradizione ebraica conservata dal midrash racconta che Mosè, quando seppe che stava per essere suggellato nei cieli il decreto della sua morte, si rivolse all'intercessione di tutte le creature - il cielo, la terra, il sole, la luna, le costellazioni, i monti, il mare - per ottenere misericordia. Ma Dio ordinò che le porte del firmamento non si aprissero e non lasciassero giungere fino a lui la preghiera di Mosè. Allora Mosè  «si mise le mani sul capo, gridò e pianse, e disse: "A chi andrò a chiedere misericordia per me?"». A questo punto il midrash ha un bellissimo dialogo tra Dio e Mosè. Dio dice al suo profeta: «"Mosè, io ho fatto due giuramenti: uno, di far perire Israele dal mondo per quello che ha commesso, e uno di farti morire e non lasciarti entrare nella terra. Ho annullato il giuramento su Israele per te, che hai detto: 'Perdona loro!' E ora tu chiedi che di nuovo io annulli il mio e prevalga il tuo, e dici: 'Fa' che io passi' [nella terra promessa]? Tu afferri la fune del pozzo ai due capi! Se tu vuoi che prevalga il 'Fa' che io passi', annulla il 'Perdona loro', e se vuoi che prevalga il 'Perdona loro', annulla il 'Fa' che io passi". Quando Mosè nostro maestro udì questo, disse: "Signore del mondo! Perisca Mosè e mille come lui, e non si perda un'unghia di uno di Israele!"» (Devarim Rabbà 7, 11).

Questo dialogo sottolinea la funzione di mediatore e intercessore che Mosè ha nella Bibbia, e dà alla sua morte il valore di un sacrificio, così come la stessa tradizione ebraica dà al sacrificio di Isacco un senso espiatorio a favore del futuro popolo di Israele. Mosè accetta di morire quando scopre che la sua morte ha un senso, e un senso a lui sommamente caro.

Ma sulla morte di Mosè si deve fare una considerazione più profonda e insieme più comune. Mosè muore senza la minima certezza sul successo della propria missione (una missione per la quale aveva lasciato il rango di principe reale e l'Egitto, "centro del mondo"): la terra promessa è ancora un inafferrabile panorama, poco più che un miraggio del deserto; e Dio, come abbiamo visto, non gli lascia molte speranze sul futuro del popolo. Vien da pensare, in tutt'altro significato, al paragone portato da Socrate nel Fedone: l'uomo che consuma più mantelli. Mosè è uno dei mantelli consumati da Israele nella sua lunga vita, per ripararsi: prima lui, poi tutti gli altri profeti. Ma intanto era lui a doversi spogliare, a morire nudo di ogni orgoglio. Se per Israele era importante lasciare figli, e beni per i figli, Mosè non era sicuro di lasciare nulla di compiuto, a nessuno: come Abramo quando saliva il monte Moria con il fuoco, il coltello, la legna e suo figlio. Come tutti gli uomini che, in maniera infinitamente più impercettibile, vengono invitati dalla morte a lasciare a metà le loro cose più care (il tema della danza macabra di Holbein).

A tutti costoro è rivolto il detto di rabbi Tarfòn: «Non tocca a te compiere l'opera, ma non sei libero di sottrartene» (Avot Il, 16). È questo il più splendido ritratto interiore di Mosè, "servo del Signore" e "nostro maestro", dal quale impariamo ad amare la nostra opera non nel suo progetto o disegno che non si realizzerà mai, ma nel suo limitato nascere giorno per giorno.

 

 

LA MORTE PER BACIO

 

Riportiamo la parte finale di un lungo montaggio di midrashim (ricavato dal libro di  Riccardo Pacifici Midrashim il Ponte, Marietti 1986, pp: 100-101).  La tradizione della “morte per bacio” si rifà alla traduzione letterale dall’ebraico di Dt 34,5: “Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, sulla bocca del Signore” [la versione CEI traduce questa espressione con “secondo l’ordine del Signore”]. Il midrash spiega che è lo stesso gesto che si compie “per levare un capello dal latte”. Mosè muore per bacio: quasi come se il Signore si chinasse su di lui e gli succhiasse l’anima.

 

 […] Allora una voce dal cielo disse: «manca un istante alla tua dipartita da questo mondo!»

Mosè, alzate entrambe le braccia, se le pose sul petto e disse, rivolto a Israele:

- Guardate come finisce la vita dell'uomo! E si raccolse in santità come un serafino.

E dai più alti cieli, scese il Santo, benedetto Egli sia, accompagnato da tre angeli, per raccogliere l'anima di Mosè. I tre angeli erano: Mikael, Gabriel e Zagzeghel. Il primo preparò il letto, l'altro distese un panno di bisso al suo capo e il terzo ai suoi piedi. Mikael si pose da una parte e Gabriel dall' altra.

- Mosè, chiudi gli occhi! - disse il Santo, benedetto Egli sia. E Mosè chiuse gli occhi.

- Posa le mani sul petto.

E posò le mani sul petto.

- Accosta i piedi.

E accostò i piedi.

Allora il Santo, benedetto Egli sia, chiamò l'anima di Mosè: «Figlia, le disse, per centoventi anni ti ho raccolta nel corpo di Mosè, ora è giunto il tuo ultimo termine e devi uscire. Esci, non indugiare».

E l'anima: «Signore del mondo! lo so che Tu sei il Dio di tutti gli spiriti, il Signore di tutte le anime. Tu m'hai creato, Tu m'hai lasciato nel corpo di Mosè per centoventi anni. Ma esiste ora al mondo un corpo più puro di quello di Mosè? lo gli voglio bene e non voglio abbandonarlo! ».

- Esci, - replicò il Santo, benedetto Egli sia, - e lo ti farò salire ai cieli più alti e porrò la tua sede sotto il Trono della mia Maestà, accanto ai Cherubini e ai Serafini.

In quell'istante il Santo, benedetto Egli sia, baciò Mosè e gli raccolse l'anima in un bacio.

E lo Spirito Santo pianse e disse: «Non sorgerà più profeta in Israele pari a Mosè» (Dt 34,10).

E il Cielo pianse e disse: «È scomparso il giusto dalla terra» (Mi 7,2).

La Terra piangendo disse: «L'onesto non c'è più fra gli uomini» (ivi) .

Gli angeli del Ministero divino piangendo dissero: «Adempì la giustizia dell'Eterno» (Dt 33,21).

Israele piangendo disse: «E le sue leggi verso Israele» (ivi).

E insieme tutti, cielo, terra, angeli, Israele esclamarono: «Entri in pace! Riposino sui loro letti coloro che camminarono con dirittura» (Is 57,2) (Deb. R. 7 e 11).

Disse Rabbi Chama bar Chanina: per quale motivo la sepoltura di Mosè rimase celata agli occhi di qualsiasi uomo? Perché il Santo, benedetto Egli sia, sapeva che un giorno il Santuario sarebbe stato distrutto e i figli di Israele sarebbero andati in esilio; allora essi avrebbero potuto recarsi presso la tomba di Mosè e, piangendo, implorare che egli intercedesse con la sua preghiera in loro favore; in tal caso Mosè avrebbe ottenuto l'annullamento del decreto divino contro Israele. Per questo motivo il Signore tenne celata la sepoltura di Mosè: perché, cioè, i giusti sono amati da Dio, in morte ancor più che in vita (Sota 14).


L’INDEMONIATO GERASENO

 

(Da: Enzo Bianchi, Evangelo secondo Marco, Edizioni Qiqajon, comunità di Bose 1984, pp. 74-76. Questo episodio evangelico è avvenuto secondo Mc 5,1-20 e Lc 8,26-39, a GERASA; secondo Mt,28-34 a GADARA)

 

Con la traversata burrascosa, Gesù e i dodici giungono in territorio di Gerash (10) e scendono accanto alle tombe di un cimitero. Di qui gli viene incontro un uomo posseduto da spirito immondo, un uomo che dimorando nei luoghi di morte, si autodistrugge colpendosi con pietre e 'urlando in modo spaventoso. Visto Gesù da lontano (11) gli si prostra davanti e grida: "Che c'è fra me e te, Gesù Figlio di Dio Altissimo?"; è la solita tecnica di attacco da parte del demonio, Gesù d'altronde stava attaccandolo a sua volta comandandoqli di uscire da quell'uomo. Il pagano sa che Gesù è Figlio di Dio Altissimo e glielo grida  (12), ma Gesù gli chiede qual'è il suo nome.

La risposta è: "Mi chiamo legione, perchè siamo in molti"; cosi il demonio si rivela come schiera di demoni, un esercito. Ma Gesù è venuto a sconfiggere l'intera schiera di Satana e a liberare tutto il territorio pagano. L'uomo è lacerato, distrutto, totalmente alienato, ma il demone che è in lui chiede a Gesù, vistane la potenza, di non scacciarlo da quel territorio verso il deserto, luogo riservato al demonio (cfr. Is 13.21;34.14; Bar 4.35; Ap 18.2). I demoni sono disposti a lasciare quell'uomo ma vogliono entrare in una mandria di porci, animali impuri, e restare così comunque padroni di quel territorio pagano. Gesù lo permette, ma il male è autodistruttivo, non  può esistere per se stesso ma soltanto nella misura in cui può attaccare il bene, la vita, l'uomo: quindi quei porci si gettano in mare e affogano: i demoni vengono così vinti e resi inoffensivi nel loro elemento, l'acqua del caos primordiale.

Il pagano abitato da Legione di demoni, duemila demoni, schizofrenico in modo illimitato e molteplice, per la potenza di Gesù è guarito dalla malattia e liberato dal potere di Satana. Dove c'era il